Marche

lo spettro della vendetta dopo il «no» alla fusione

Potuit, decuit, ergo fecit. Poteva farlo, conveniva farlo e l’ha fatto. Senza scomodare oltre i dogmi teologici, possiamo più materialmente dire che Pesaro aveva tutto il diritto e il potere di rifiutare il progetto di fusione di Confindustria avviato pochi mesi dalle territoriali cugine di Ancona, Macerata e Fermo, su idea di Diego Mingarelli. A Pesaro conveniva farlo – il gran rifiuto – ora che tocca proprio alla loro gente la guida di Confindustria Marche.

Lo spettro

E adesso che quel giro vale, per la prima volta, anche un posto e un voto in seno al Consiglio generale di Confindustria nazionale, Pesaro ha avuto gioco facile a rispondere «no, grazie» alle avances dei centristi.

Ma l’assioma che funziona alla perfezione a livello filosofico, si scontra con la realtà. Con gli equilibri di potere, con le ferite che fanno fatica a rimarginarsi. E così sul quel no alla fusione aleggia lo spettro della vendetta. Dei veti incrociati. A pagarne lo scotto potrebbe essere proprio uno dei più fieri oppositori al progetto di Confindustria unica: Mauro Papalini. L’ex presidente del Nord, che sta pregustando il ritorno in grande stile nella sede regionale di via Bianchi dopo essere riuscito con la sua moral suasion e i suoi sponsor di peso (vedi Salvatore Giordano) a portarsi dietro la maggioranza dei pesaresi, rischia di rimanere con il cerino in mano. E sarebbe la seconda volta, un copione già visto con il naufragio mal digerito di Confindustria Marche Nord: entra con la tiara, esce cardinale. A fine 2020, nel giorno dell’insediamento di Papalini dopo tre anni a guida dorica dello spin-off che aveva messo insieme Ancona e Pesaro, il presidente anconetano Bocchini annuncia la convocazione di un’assemblea per mettere al voto lo scioglimento del vincolo. Papalini si dimette, la Confindustria del Nord si spacca definitivamente e il dissing tra i due protagonisti – Bocchini e Papalini – finisce nelle aule dei tribunali. Perché ora si rischia il bis? Perché se è vero che il nuovo presidente marchigiano lo sceglie e lo otterrà Pesaro, è anche vero che bisogna passare per l’astruso metodo di voto previsto dallo statuto dell’aquilotto. E in questa partita il trio Ancona-Macerata-Fermo vale il 60% del pacchetto Marche.

Tradotto: senza il loro placet, nessun candidato potrebbe guadagnarsi la promozione. Ora, visto che Papalini è stato individuato come uno degli artefici del no al progetto di aggregazione proposto dalla triade, potrebbe trovarsi davanti un muro invalicabile, costruito anche per la forma con cui Pesaro declinò l’offerta il 17 giugno scorso. Cioè, solo per ricordare: dopo mesi di ammiccamenti, timide aperture e appelli, il presidente Massimo Cecchini affidò a un freddo comunicato la decisione finale. Nessuna telefonata preventiva, nessun confronto. Mossa interpretata – allora come oggi – come un piccolo sgarbo istituzionale.

Intendiamoci: la partita è appena iniziata e il mandato dell’attuale presidente Roberto Cardinali scade il 6 novembre. Ma già si è materializzato lo spettro, sotto forma di un scherzo del destino: la composizione della Commissione dei saggi. L’organismo ha il compito di avviare le consultazioni con le altre territoriali sul nome proposto da Pesaro, che i 9 soci del Consiglio di presidenza dovranno poi votare. I tre saggi estratti a sorte sono espressione – guarda un po’ il caso – proprio di Ancona, Macerata e Fermo: Francesco Casoli, Oliviero Rotini, e Sergio Ciavaglia. Anche Ascoli, l’altra contraria alla fusione, è rimasta fuori dalla Commissione. Le consultazioni inizieranno sicuramente entro il mese. E non c’è un termine da statuto per concluderle.

I tre saggi

Per questo Pesaro potrebbe anche tentare di fare un giro proponendo solo Papalini. Per provare a forzare la mano e testare la tenuta del muro. Oppure potrebbe mettere sul piatto subito anche l’altro nome papabile, quello di Alessandra Baronciani. Lei sì potrebbe avere la strada spianata dalle altre territoriali. Sempre che non venga impallinata prima dai suoi. D’altronde, negli equilibri di potere non c’è assioma che tenga.




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