dalla Marmolada al Monte Bianco
“Sulla Marmolada, anche dopo il crollo del 2022, non metterei la mano sul fuoco, ma non si tratta dell’unico ghiacciaio a rischio crollo in Italia”. Nelle ore in cui si contano le vittime del disastro del Nepal, è legittimo interrogarsi su eventuali similitudini con i ghiacciai alpini. Con le dovute proporzioni: nel caso della Marmolada, tanto per avere un termine di paragone, il crollo che provocò 11 vittime e 8 feriti, riguardò decine di migliaia di metri cubi di ghiaccio, mentre in quello avvenuto nella catena dell’Himalaya, al confine tra Nepal (nel distretto di Rasuwa) e Tibet, si parla di milioni di metri cubi di roccia, detriti e ghiaccio. Quasi quattrocento i morti accertati finora. Cosa hanno in comune queste montagne? Le immagini scattate dai satelliti dell’Earth Observing System (Eos) della Nasa, prima e dopo l’evento, mostrano che è venuta a mancare una parte del ghiacciaio. Eventi del genere si possono prevedere? Se i monitoraggi in Italia sono sempre più costanti, la politica segue lo stesso passo? ilfattoquotidiano.it lo ha chiesto a Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi Legambiente e presidente per l’Italia della Commissione internazionale per la protezione delle Alpi (Cipra). È stata in Nepal un paio di anni fa, per partecipare al World Social Forum e parlare all’Università di Kathmandu proprio dei rischi per le montagne legati alla crisi climatica, raccontando quello che si sta facendo in Italia con iniziative come la Carovana dei Ghiacciai e il Manifesto per una governance europea dei ghiacciai.
Si sarebbe mai aspettata un evento di tale portata in Nepal?
“Sappiamo che le montagne sono in trasformazione, naturalmente, ma su tempi molti lunghi. Solo che queste trasformazioni stanno subendo un’incredibile accelerazione in conseguenza del cambiamento climatico, tale da andare oltre la possibilità di prevedere i crolli e la devastazione che ne consegue. Le immagini che sono arrivate dal Nepal mi hanno sbalordito per le dimensioni degli eventi e proprio per la rapidità con cui si susseguono. Ora ci sarà da capire, attraverso studi approfonditi, se il peso del cambiamento climatico sia stato incisivo tanto quanto in altri casi già analizzati dagli scienziati”.
Come confermato dall’Istituto geologico degli Stati Uniti, in Nepal si è assistito a un innesco catastrofico. La porzione frontale del ghiacciaio, (600 metri di larghezza e 50 metri di spessore) si è spezzata da un’altitudine di circa 5.200 metri sopra il livello del mare.
“Le montagne hanno delle somiglianze, perché la struttura dei ghiacciai è simile, anche se in Himalaya le dimensioni sono doppie o quasi rispetto a quelle delle nostre Alpi. E questo è un aspetto importante rispetto alla gravità degli eventi che poi si verificano, perché in quel caso i rischi sono amplificati. Un altro aspetto importante è il monitoraggio, perché in Nepal non c’è ancora un’organizzazione che possa valutare, monitorare e avere un’idea d’insieme, come accade sulle Alpi. D’altronde il Nepal è uno Stato non ricco, che fa quanto può per attrezzarsi, ma credo che si dovrebbe mettere in campo una cooperazione internazionale per migliorare il lavoro di monitoraggio”.
In Europa uno strumento importante è la Convenzione delle Alpi, trattato internazionale sottoscritto da Italia, Austria, Francia, Germania, Italia, Liechtenstein, Principato di Monaco, Slovenia, Svizzera. E quello dei ghiacciai è il tema della undicesima Relazione sullo stato delle Alpi.
“Il gruppo di lavoro studia anche gli effetti della compromissione dei ghiacciai alpini e del permafrost sugli ambienti di alta quota e di pianura. Quest’anno ci siamo confrontati con esperti europei e rappresentanti dei vari governi. Questo lavoro – molto incentrato proprio sui rischi – è tuttora sottoposto alla valutazione dei governi europei e sarà pubblicato a gennaio”.
Quali sono i ghiacciai a rischio crollo sulle Alpi?
“Sulle Dolomiti, dopo il crollo del 2022, la Marmolada continua a soffrire per la riduzione del ghiaccio. Non escluderei nuovi crolli. Un altro fronte è quello del versante italiano del Monte Bianco. Qui è considerato a rischio il ghiacciaio di Planpincieux, in Val Ferret (frazione del comune di Courmayeur, in Valle d’Aosta, ndr), dove la Fondazione Montagna Sicura sta portando avanti un monitoraggio preciso e costante”.
Negli ultimi anni, la strada della Val Ferret è stata chiusa più volte per il pericolo di distacco della massa glaciale.
“Quello del Miage, nel cuore della Val Veny, è il principale ghiacciaio del versante italiano del massiccio e si è abbassato di 15 metri in appena sei anni (un’altezza pari a un edifico di cinque piani), con conseguenze sulla sua fragilità. Sempre in Valle D’Aosta, ci sono le Grandes Jorasses e i ghiacciai della Brenva. E poi c’è quello della Solda, in Alto Adige e il ghiacciaio sospeso sulla parete est del Weisshorn, vetta di 4.505 metri, nel Canton Vallese, in Svizzera, dove sono una decina i ghiacciai monitorati”.
Nei giorni scorsi, il Comune di Randa ha alzato il livello di allerta per un possibile crollo.
“Questo aspetto è fondamentale. Basta ricordare la lezione di Blatten, altro paese del Canton Vallese che la scorsa estate è stato evacuato dieci giorni prima del crollo del ghiacciaio di Birch grazie ai monitoraggi che negli anni sono stati condotti, determinando potenziali rischi. Anche sul Cervino ci sono alcune criticità. Agli inizi di agosto si è verificato un grosso distacco a circa 3.900 metri di quota, sulla parete sud. Insomma le situazioni sono diverse, tanto da spingere in diverse occasioni le guide alpine, sia dell’area del Cervino che del Monte Bianco a sospendere temporaneamente le ascese”.
Fino a che punto è possibile prevedere il distacco di porzioni di un ghiacciaio?
“Non esiste un preavviso standard. Per alcuni crolli è possibile individuare segnali di instabilità con giorni o settimane di anticipo, come l’accelerazione della velocità del ghiaccio, l’aumento e l’apertura delle fratture, le deformazioni della superficie o altri cambiamenti nella dinamica glaciale. Questi segnali, però, non indicano con certezza che il crollo avverrà: segnalano piuttosto un aumento della probabilità di collasso e consentono, quando il monitoraggio è continuo, di adottare misure preventive”.
Necessarie. Perché la montagna è sempre più frequentata dai turisti. E quindi è un tema caldo anche per la politica.
“Appunto. Da un lato la montagna è sempre più fragile, dall’altro ci sono sempre più persone che vogliono andarci. E non sempre sono attrezzate o sanno come evitare i rischi. Il monitoraggio non basta, va trasformato in azioni politiche. Non possiamo abbandonare la montagna a se stessa. E neppure i turisti. Come si fa? Se una via alpina è pericolosa, non ci si può andare. Se so che incombe un pericolo su una vallata, ma devo saperlo, mi adopero per ridurre i rischi e vietare l’accesso ai turisti. Purtroppo, si riscontra ancora poca attenzione ai problemi legati al cambiamento climatico da parte della politica e la montagna non fa eccezione. Nel documento ‘Governare le Alpi che cambiano’ ho sottolineato la necessità di una piattaforma politica per gestire i ghiacciai, le terre emergenti e il futuro delle montagne. Vietare gli accessi è una strada difficile da intraprendere sul fronte politico. Bisogna avere coraggio, cercando di non farsi guidare dalla ricerca del consenso a tutti i costi. Blatten ci ha insegnato come si lavora”.
Source link




