Catanzaro, le prospettive del porto cittadino da “rifugio” a polo della nautica
La porta sul Mediterraneo dovrà un domani aprirsi, ma al momento appare più come una finestra. C’è una netta differenza tra le prospettive del porto di Catanzaro e il percorso fatto finora. Tra alti e (molti) bassi, l’infrastruttura prova a farsi strada nel novero degli approdi calabresi: non più il porto rifugio degli albori, negli anni Sessanta, ma ancora nemmeno il porto che il capoluogo di regione ambisce ad avere, capace di aprire la città al bacino marittimo che mette in comunicazione Stati, culture e lingue diverse.
L’origine
Negli anni Sessanta il porto nasce come rifugio per i pescatori, di competenza dello Stato. Soltanto successivamente – nel mezzo c’è anche una disastrosa mareggiata negli anni Settanta – viene classificato come porto turistico-peschereccio e dalla Regione la gestione amministrativa viene delegata infine al Comune.
Nel 1999 il Consiglio superiore dei Lavori pubblici dà parere favorevole ai lavori di adeguamento funzionale. Un primo cambiamento sostanziale arriva nel 2016 (il collaudo addirittura nel 2020), con il primo stralcio di completamento per la valorizzazione in chiave turistico-commerciale. Ancora poco, ma è un primo passo. Si apre infatti l’era dei “famosi” 20 milioni per il completamento, che arriveranno fino ad oggi, rimpinguati fino a circa 50 mln (frutto delle prescrizioni ministeriali emerse dalla Valutazione d’impatto ambientale arrivata nel 2023) per giungere a un’infrastruttura che dovrà superare i 400 posti barca e sancire una rivoluzione per la nautica del capoluogo.
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