Google costretto a smettere di sabotare gli store alternativi su Android
La battaglia legale tra Epic Games e Google sembrava essersi conclusa, ma il mese scorso le due aziende erano di nuovo in tribunale a San Francisco. E questa volta il giudice James Donato non è stato gentile con Google: ha ordinato alla società di rimuovere gli ostacoli artificiali che rendono difficile installare store di app alternativi su Android, e vuole che le modifiche siano operative entro una settimana.
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Vale la pena ricordare il contesto: sono quasi tre anni che una giuria ha stabilito che Google gestisce un “monopolio illegale” sulla distribuzione di app Android. Da allora, il giudice Donato ha imposto a Google di ospitare store rivali nel Play Store e di condividere con loro il catalogo completo di app. Il problema è che Epic sostiene che Google stia ancora rendendo tutto deliberatamente complicato, e il tribunale sembra essere d’accordo.
Durante l’udienza, l’avvocato di Epic ha mostrato una demo dal vivo di quanto sia macchinoso trovare e installare uno store alternativo.
Il primo problema è emerso subito: cercando “store for apps” nel Play Store, non compare nessuno store di terze parti, ma solo negozi fisici. “Wait, why did Walmart come up? That’s not good”, ha esclamato il giudice Donato. La sua risposta è stata netta: “That is not acceptable, that has to be fixed. I want every possible variation that’s even only 70 percent properly phrased”. Google ha accettato di intervenire.
Il secondo problema riguarda il pulsante di installazione: quando si sceglie uno store di terze parti, appare prima un tasto “view” e solo dopo un tasto “install”. Un passaggio in più che non esiste per le app normali. “You don’t get that when you’re looking at Apple Music“, ha fatto notare il giudice, ordinando di cambiare direttamente in “install”. Google ha accettato anche questo.
Il terzo punto riguarda la ricerca diretta degli store alternativi: anche cercando per nome, come nel caso di Aptoide (il primo store rivale ad essere entrato nel Play Store), Google non mostra i risultati normali ma reindirizza a una pagina dedicata agli store di terze parti, con un banner intermedio da cliccare.
Epic ha sottolineato che questo scoraggia anche grandi aziende come Amazon dal lanciare il proprio store, perché perderebbero visibilità nei risultati di ricerca standard. Donato ha ordinato di eliminare anche questo passaggio: “Take off the ‘are you looking for’ screen, there’s no purpose for that. There’s a friction there that has no purpose whatsoever”.
Google aveva provato a giustificare il trattamento speciale degli store sostenendo che si tratta di app con permessi avanzati, ma il giudice ha risposto che l’avviso già presente nella pagina dedicata è sufficiente. Non serve chiedere all’utente se è sicuro di volere quello che ha appena cercato: “We all know that when you go to a Google store or an Apple store and you type in the name of your app, you’re going to get one thing you were looking for and ten things you don’t want”.
Potete leggere tutti i dettagli dell’udienza su The Verge.
Per capire cosa cambia in pratica, abbiamo già spiegato cosa significa avere Aptoide nel Play Store e cosa è cambiato dal 22 luglio con l’obbligo di accettare store concorrenti.
La vicenda è un buon promemoria di quanto le scelte di design possano essere usate come arma competitiva: aggiungere un pulsante in più, nascondere un risultato di ricerca, inserire uno schermo intermedio. Nessuna di queste cose è illegale di per sé, ma sommate insieme costruiscono un muro invisibile che scoraggia la concorrenza. Il fatto che un giudice debba intervenire per smontarle pezzo per pezzo la dice lunga su quanto sia difficile far rispettare le sentenze antitrust nel mondo digitale.
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