Cultura

Downtown Boys – Public Luxury: Resistenza anti-Trump :: Le Recensioni di OndaRock

Nonostante siano passati ben nove anni dal loro ultimo lavoro in studio, i Downtown Boys restano i ragazzi arrabbiati degli esordi. Con il nuovo album “Public Luxury” la band di Rhode Island conserva intatta la propria ferocia comunista e militante, facendosi portavoce di un anticapitalismo che, nell’era Trump, suona quanto mai urgente e degno d’attenzione; non a caso, il gruppo sembra ritornare in auge ogni qualvolta il tycoon riconquista il potere.

È facile immaginare l’impatto live di una band che elegge a proprio marchio di fabbrica un suono tagliente e potente, nutrito da una profonda consapevolezza sociale e da spunti lirici che meriterebbero un’analisi a parte. Altrettanto dirompente è l’energia del loro hardcorepunk, capace di farsi fragoroso e disturbante in “No Me Jodas” o perfino ludico e irriverente in “Sirena”.
Rispetto all’oratoria decisa e graffiante che caratterizzava il vecchio e seminale “Full Communism”, nel nuovo album i Downtown Boys scelgono di alternare aperture più armoniche — funzionali a un potenziale inno da stadio come “Yellow Sun” — e l’informe fusione di metal ed elettronica della brevissima “Mi Concha”, una tracimante sequenza di “fuck” che lascia decisamente il segno. La natura interculturale e interrazziale del progetto aggiunge ulteriore valore a una formazione che vive il legame tra musica e politica con totale dedizione, tanto da aver fondato un vero sindacato per i lavoratori del settore.

Musicalmente, l’urlo roco di Victoria Marie Ruiz e le frenetiche interazioni tra punk-rock, funk, electro-rock e persino house della title track, unite all’uso alternato della lingua inglese e spagnola, confermano una trasversalità che fornisce alla band americana grinta e sufficiente coerenza artistica per trasformare la rabbia in resistenza.

08/08/2026


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