Società

L’intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro? Sam Altman (OpenAI) smentisce: “Sospetto che saremo tutti molto più impegnati di quanto pensassimo”

In una recente intervista nel podcast Relentless, Sam Altman (co-fondatore di OpenAI) ha condiviso una visione del domani che sembra uscita da un libro di fantascienza, ma che per lui è già realtà; siamo infatti entrati in una fase decisiva, tanto che Altman definisce questo momento come quello della singolarità.

Si tratta di una trasformazione radicale che sta cambiando il modo in cui nascono le imprese e si evolve il lavoro.

La missione: democratizzare l’intelligenza

Il leader di OpenAI è convinto che la sfida più grande riguardi la libertà delle persone. Il rischio che lo preoccupa maggiormente è quello di un autoritarismo tecnologico, dove pochi soggetti (aziende o governi) controllano tutto.

“Vogliamo mettere l’IA nelle mani di tutti, – ha spiegato Sam Altman – rendendola estremamente economica, potente e abbondante”. L’idea di fondo è che una società decentralizzata sia più forte; per questo, l’obiettivo è distribuire l’intelligenza artificiale il più possibile, permettendo a ogni individuo di esprimere il proprio potenziale creativo e professionale.

Cosa accadrà al mondo del lavoro?

Contrariamente a chi prevede un futuro di ozio totale, Altman immagina un’umanità ancora più impegnata. Molti pensano che lavoreremo meno, ma la storia insegna che le nostre aspettative crescono insieme alla tecnologia; di conseguenza, non avremo mai veramente una “settimana lavorativa di quattro ore” a livello di massa.

Altman ha dichiarato: “Sospetto che saremo tutti molto più impegnati di quanto pensassimo in un mondo post-super-intelligenza”. Anche se avremo più tempo per lo svago, il desiderio umano di essere utili e di creare qualcosa per gli altri resterà intatto: continueremo a competere e a cercare nuovi modi per essere di servizio alla comunità.

Dai chatbot ai “colleghi” digitali

L’evoluzione tecnologica sta seguendo un ritmo esponenziale che il mercato fatica ancora a comprendere appieno. Dopo i semplici chatbot e gli strumenti per la programmazione (coding agents), la prossima ondata è ormai alle porte.

Si tratta dei cosiddetti agenti persistenti, che Altman descrive come dei veri e propri “capi del personale” o colleghi digitali capaci di collaborare con noi in modo continuativo. Sam Altman ha precisato: “Passeremo attraverso la terza di queste ondate molto velocemente”. Questi nuovi modelli non saranno solo programmi da interrogare, ma veri e propri assistenti capaci di gestire documenti, presentazioni e fogli di calcolo come se fossero dei collaboratori umani.

I limiti fisici: energia e chip

Per alimentare questa visione servono però risorse concrete: non basta il software. I veri colli di bottiglia nel percorso verso l’intelligenza artificiale non sono più gli algoritmi, ma la materia.

Sam Altman ha sintetizzato così la gerarchia dei problemi da risolvere: “I limiti principali sono i transistor e poi gli elettroni”. In questa scala di priorità, la produzione di chip e la disponibilità di energia (necessaria per alimentare i grandi centri dati) rappresentano le vere sfide infrastrutturali che OpenAI e i suoi partner devono affrontare per non fermare la crescita.

Cosa resterà puramente umano?

In un mondo dominato da macchine incredibilmente intelligenti, Altman punta sulla nostra biologia per capire cosa resterà esclusivo degli uomini. Cose come l’avventura, la ricerca di una missione o il piacere di cucinare per qualcuno rimarranno fondamentali.

Il valore che daremo alle esperienze sarà sempre più legato al tocco umano e alla condivisione fisica. Altman ha citato un esempio molto quotidiano: “Cucinare per le persone è un ottimo esempio: sospetto che mangiare insieme rimarrà importante anche quando i robot sapranno cucinare benissimo”. Scommettere contro la nostra natura biologica e i nostri istinti primordiali, insomma, è quasi sempre una scommessa persa.

La puntata del podcast


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