Umbria

Proposta di reintegro dei medici no vax radiati: c’è conflitto con l’ordine professionale

Il ritorno dei medici radiati per vicende legate alle posizioni no vax durante la pandemia continua a dividere la politica e il mondo sanitario. Il provvedimento, inserito nel disegno di legge delega sulle professioni sanitarie attraverso un emendamento approvato in commissione Affari sociali della Camera, sarebbe dovuto approdare in Aula nella prima settimana di agosto. Ma il percorso si presenta tutt’altro che lineare.

A frenare è ora anche una parte della maggioranza. Forza Italia ha espresso forti perplessità sulla scelta di inserire una norma così delicata all’interno di un provvedimento dedicato alla riforma delle professioni sanitarie. Il presidente della commissione Affari sociali della Camera, Ugo Cappellacci (Forza Italia), ha spiegato che il rischio è quello di compromettere l’intero impianto della riforma, aprendo un fronte politico e istituzionale che potrebbe rallentare l’approvazione del testo. Nel frattempo il calendario parlamentare è già slittato e il disegno di legge è stato temporaneamente ritirato dall’ordine dei lavori della Commissione proprio per consentire un approfondimento politico.

La norma consentirebbe ai medici radiati per «fatti non dolosi connessi alla pandemia», compresa la diffusione di tesi antiscientifiche sui vaccini, di chiedere una nuova iscrizione all’Albo professionale. Una previsione che ha provocato l’immediata reazione della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo), di numerose società scientifiche e delle opposizioni parlamentari, secondo le quali verrebbe messa in discussione l’autonomia disciplinare degli Ordini professionali.

Nel frattempo è stata lanciata anche una petizione online per chiedere lo stop definitivo alla norma. I promotori sostengono che il reintegro rischierebbe di compromettere il rapporto di fiducia tra cittadini e servizio sanitario nazionale, mentre i favorevoli ritengono che, conclusa ormai da tempo l’emergenza pandemica, sia giusto consentire una rivalutazione delle singole posizioni disciplinari.

Tra i nodi che vengono discussi negli ambienti parlamentari c’è anche quello della possibile promulgazione della legge. Secondo diversi osservatori, qualora il testo definitivo presentasse profili di criticità rispetto all’autonomia degli Ordini professionali o alla coerenza normativa, non si esclude che il Quirinale possa chiedere un ulteriore approfondimento prima della firma. Al momento, tuttavia, si tratta di un’ipotesi politica e non di una posizione espressa dalla presidenza della Repubblica.

L’Umbria durante la pandemia, ha registrato un numero contenuto ma significativo di operatori sanitari coinvolti nelle sospensioni per il mancato rispetto dell’obbligo vaccinale. Alla fine del 2022, con la cessazione dell’obbligo, furono reintegrati circa 150 professionisti sanitari umbri. Tuttavia soltanto 37 erano effettivamente in servizio negli ospedali della regione: quattro medici ospedalieri e 33 tra infermieri e operatori socio-sanitari. Tutti gli altri erano liberi professionisti, pensionati o personale che non operava nelle strutture ospedaliere pubbliche.

Le sospensioni avevano interessato entrambe le aziende ospedaliere regionali e le aziende sanitarie territoriali. All’Azienda ospedaliera di Perugia, ad esempio, nell’autunno del 2021 erano stati inizialmente sospesi 35 operatori sanitari, tra cui tre medici; dopo la regolarizzazione di alcune posizioni il numero dei sospesi era sceso a 26.

Particolarmente delicata fu anche la situazione nella provincia di Terni, dove all’inizio del 2022 l’Ordine dei medici sospese 23 professionisti, compresi due medici di medicina generale. La loro temporanea indisponibilità lasciò senza medico di famiglia circa duemila assistiti, costringendo l’Usl Umbria 2 ad attivare procedure straordinarie per garantire la continuità dell’assistenza.

Se si guarda ai numeri nazionali diffusi durante la pandemia, l’Umbria risultava tra le regioni con circa 928 operatori sanitari non vaccinati, pari a poco più del 3% del totale della categoria regionale. Si trattava però di un dato riferito ai professionisti ancora privi di vaccinazione e non coincidente con il numero effettivo dei sanitari sospesi o radiati, che è risultato molto inferiore dopo le verifiche effettuate dagli Ordini professionali e dalle aziende sanitarie.

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