L’indagine sulle stragi ha bisogno di prove non di liturgie
Via d’Amelio, la memoria non può diventare un dogma Ogni anno, il 19 luglio, l’Italia si ferma per ricordare la strage di Via d’Amelio. È giusto che sia così. Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta appartengono alla storia della Repubblica e il loro sacrificio merita rispetto, non soltanto commemorazione.
Ma dopo oltre trent’anni è anche arrivato il momento di porsi una domanda scomoda: le celebrazioni servono ancora alla ricerca della verità o sono diventate un rituale autoreferenziale che alimenta una narrazione ormai impermeabile al dubbio?
La storia giudiziaria di Via d’Amelio dovrebbe insegnare prudenza. Lo Stato ha costruito uno dei più gravi depistaggi della propria storia repubblicana. Per anni una falsa ricostruzione è stata assunta come verità processuale. Soltanto dopo è emerso che quella narrazione poggiava su fondamenta fragili. È una lezione che dovrebbe rendere tutti più cauti davanti alle certezze assolute.
Eppure, il dibattito pubblico sembra aver imboccato la strada opposta. Attorno a Via d’Amelio si è progressivamente consolidata una memoria pubblica nella quale la forza del simbolo rischia di prevalere sulla complessità dei fatti. Il dissenso viene spesso guardato con sospetto e il confronto critico rischia di essere interpretato come una forma di delegittimazione della memoria delle vittime.
Anche, ad esempio, il ruolo di Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso, va letto dentro questa dinamica. Il suo impegno è stato determinante nel mantenere alta l’attenzione su una vicenda che rischiava di essere archiviata troppo in fretta. Ha contribuito a tenere aperto il dibattito sui depistaggi e sulle molte zone d’ombra che ancora circondano la strage. Questo è un merito che sarebbe intellettualmente scorretto negare.
Proprio per questo, però, il suo ruolo non può essere sottratto al giudizio critico. Nel tempo Salvatore Borsellino è diventato uno dei principali riferimenti dell’antimafia civile. Le sue valutazioni hanno influenzato il dibattito pubblico ben oltre il perimetro dell’associazionismo. Alcune delle sue ricostruzioni e delle sue accuse hanno trovato riscontro nel successivo sviluppo delle indagini; altre sono rimaste sul piano delle ipotesi o non hanno trovato conferma nelle decisioni definitive della magistratura. È il normale destino del dibattito pubblico. Meno normale è che, talvolta, tali posizioni siano state recepite da una parte dell’opinione pubblica come verità acquisite, rendendo più difficile distinguere tra fatti accertati, ipotesi investigative e convinzioni personali.
È qui che l’antimafia corre il suo rischio maggiore: quando la legittima tensione etica si trasforma in una cornice interpretativa rigida, nella quale il valore simbolico delle parole finisce per prevalere sul metodo della verifica. La memoria non può chiedere adesione. Può chiedere responsabilità. Paolo Borsellino non ha lasciato un’eredità fondata sulla fede civile, ma sul rigore delle prove. Era un magistrato che diffidava delle scorciatoie e delle verità precostituite. Fare della sua figura un’icona sottratta al confronto significa, paradossalmente, allontanarsi proprio dal metodo che ne ha caratterizzato il lavoro. Le commemorazioni hanno senso soltanto se diventano occasione per interrogarsi su ciò che ancora non sappiamo. Se, invece, servono a consolidare appartenenze, a dividere il mondo tra custodi della memoria e presunti nemici della verità, finiscono per trasformarsi in un esercizio retorico. La verità sulla strage di Via d’Amelio non ha bisogno di liturgie. Ha bisogno di studio, di libertà intellettuale e della disponibilità a mettere continuamente alla prova ogni ricostruzione, anche quella più rassicurante. È questa, forse, la forma più autentica di rispetto verso Paolo Borsellino.
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