giù i muri degli stabilimenti per restituire il mare ai romani
Non è più soltanto una questione di cronaca locale o di delibere d’aula in Campidoglio. La metamorfosi del litorale di Ostia attraversa la Manica e finisce dritta sulle colonne del Times.
Il prestigioso quotidiano londinese ha dedicato un ampio e dettagliato approfondimento alla rivoluzione in atto sulle spiagge della Capitale, scegliendo il mare di Roma come il laboratorio e il caso studio esemplare della complessa transizione che sta investendo il sistema delle concessioni balneari in tutta Italia.
Nel reportage, a firma del corrispondente Tom Kington, Ostia non viene più raccontata solo per le sue storiche fragilità, ma come il simbolo di una profonda inversione di rotta urbanistica e culturale.
Al centro dell’analisi c’è la strategia avviata dall’amministrazione capitolina per scardinare il vecchio sistema del “lungomare negato” e incrementare in modo drastico gli arenili pubblici e gratuiti.
Dall’addio all’Aneme e Core al crollo dei totem Shilling e Kursaal
Il quotidiano britannico fotografa il cambiamento partendo da simboli concreti. Viene citato l’esempio dell’ex stabilimento Aneme e Core, le cui cabine e recinzioni sono state demolite nell’agosto del 2025 dopo anni di battaglie legali: oggi quel pezzo di costa è una spiaggia libera e accessibile a costo zero, considerata dal giornale il primo vero trofeo della nuova linea del Comune.
Il Times mette in fila i numeri della spending review balneare: il nuovo bando del Campidoglio ha ridotto drasticamente il numero delle strutture autorizzate sul litorale di Ostia, passate da oltre settanta a appena trentacinque. Un taglio netto imposto da due fattori speculari: da una parte la caccia agli abusi edilizi non sanabili e dall’altra l’avanzata inarrestabile del cambiamento climatico.
Già nel 2024 il quotidiano inglese aveva raccontato il dramma del Kursaal, lo storico stabilimento simbolo della Dolce Vita e del boom economico, ferito a morte dalle mareggiate.
Nel nuovo reportage la diagnosi si fa ancora più severa: l’erosione costiera e le onde sempre più aggressive hanno reso inevitabile il tramonto di altri storici marchi come lo Shilling e lo Sporting Beach, destinati alla demolizione dopo che i marosi hanno letteralmente travolto le strutture portanti.
L’obiettivo del Campidoglio: spiagge libere da 1 a 6 chilometri
Questo mix tra ripristino della legalità e arretramento protetto davanti alla natura serve a Roma per ridisegnare la mappa del litorale.
L’obiettivo messo nero su bianco dall’amministrazione e sottolineato dal Times è ambizioso: portare i tratti di spiaggia libera dagli attuali 1,2 chilometri a ben 6,5 chilometri complessivi. Significa restituire alla pubblica fruizione oltre la metà degli 11,3 chilometri di costa che compongono la marina di Ostia.
La cornice normativa dell’operazione è il nuovo Piano di Utilizzazione degli Arenili (PUA), lo strumento urbanistico che la maggioranza conta di approvare in Assemblea Capitolina entro la fine della consiliatura.
«Per troppo tempo il nostro mare è stato associato a logiche di potere, lobby e privilegi dinastici. Oggi stiamo scardinando questo sistema per restituirlo interamente ai cittadini», spiega al quotidiano di Londra l’assessore capitolino al Patrimonio, Tobia Zevi. «Per decenni chi arrivava a Ostia era costretto a passare attraverso le forche caudine degli stabilimenti privati per vedere l’acqua, spesso subendo controlli umilianti agli ingressi. Vogliamo cancellare questa impostazione».
Il piano di riqualificazione del waterfront prevede inoltre una drastica cura dimagrante per l’impatto visivo delle strutture superstiti: gli stabilimenti che rimarranno aperti dovranno eliminare barriere e manufatti che coprono la linea dell’orizzonte dalla strada.
Parallelamente, nascerà una rete di nuovi accessi pubblici con varchi pedonali distribuiti ogni 300 metri. La stampa internazionale certifica che il futuro di Ostia si gioca adesso, sospeso tra la sfida della crisi climatica e la scommessa di un mare finalmente aperto e democratico.
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