Umbria

Piemonte prova a dire addio alla plastica usa e getta. Ma l’Umbria non parte da zero

Il Piemonte ha deciso di spingere gli eventi pubblici verso un modello senza plastica monouso. La scelta non è quella di vietare tutta la plastica, ma di cambiare il modo in cui vengono organizzate manifestazioni sportive, culturali e iniziative sostenute dalle istituzioni: meno bottiglie, bicchieri, piatti e posate usa e getta, più sistemi riutilizzabili e soluzioni a minore impatto ambientale.

Una strada che in Italia non è nuova e che altre regioni hanno iniziato a percorrere con strumenti diversi. L’Emilia-Romagna è stata tra le prime a costruire una strategia organica con il programma «PlasticFreEr», un percorso che ha coinvolto sedi regionali, eventi e iniziative pubbliche con l’obiettivo di ridurre progressivamente il consumo di prodotti monouso e favorire il riuso. La Toscana ha invece scelto una strada più normativa, introducendo limitazioni all’utilizzo di prodotti usa e getta in alcuni contesti pubblici, manifestazioni e aree sensibili. Il Piemonte ha aggiunto un ulteriore elemento: collegare la sostenibilità alla possibilità di ottenere patrocini e sostegni regionali per gli eventi.

È importante però distinguere due piani diversi. Il contrasto alla plastica monouso non coincide sempre con l’approvazione di una legge che vieta determinati prodotti. Una parte dei divieti oggi in vigore nasce infatti dalla normativa europea e nazionale, che ha eliminato dal mercato alcuni articoli in plastica usa e getta particolarmente problematici, come posate, piatti e cannucce in plastica tradizionale. Molti altri prodotti, a partire da bottiglie e bicchieri monouso, non sono stati invece vietati in modo assoluto: la direzione indicata dalle norme è quella della riduzione dei consumi, del riuso e del miglioramento dei sistemi di raccolta e riciclo.

Le iniziative regionali si muovono quindi su un terreno diverso: non sono, nella maggior parte dei casi, nuove leggi che vietano la plastica, ma politiche che cercano di modificare i comportamenti attraverso criteri ambientali negli appalti, condizioni per ottenere patrocinio o finanziamenti pubblici, linee guida per gli eventi e incentivi all’utilizzo di sistemi riutilizzabili. È proprio su questo terreno che si collocano le esperienze di Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana, con livelli diversi di vincolo e ambizione.

L’Umbria, rispetto a questa evoluzione, non parte da zero. Da anni la Regione ha introdotto il modello delle «Ecofeste», un percorso nato per accompagnare sagre, feste popolari, manifestazioni culturali e iniziative pubbliche verso una gestione più sostenibile. L’obiettivo era ridurre l’impatto ambientale degli eventi attraverso una migliore raccolta differenziata, una riduzione dei rifiuti prodotti e l’utilizzo di materiali a minore impatto.

È anche per questo che oggi, in molti eventi umbri, non è raro trovare piatti, bicchieri e posate biodegradabili o compostabili. Non si tratta quindi di un fenomeno spontaneo o isolato, ma del risultato di un percorso che negli anni ha portato molti organizzatori a modificare le proprie abitudini.

La domanda, però, è se quella fase sia sufficiente o se sia arrivato il momento di un nuovo salto di qualità. Il passaggio dai materiali usa e getta tradizionali a quelli biodegradabili rappresenta infatti un miglioramento, ma non coincide necessariamente con la soluzione definitiva. Anche i materiali compostabili richiedono filiere corrette di raccolta e trattamento e non eliminano il principio dell’usa e getta. La strategia più avanzata oggi punta soprattutto sulla prevenzione: il prodotto migliore dal punto di vista ambientale è quello che non viene prodotto.

Per questo molte regioni stanno guardando oltre il semplice cambio di materiale, promuovendo sistemi basati sul riutilizzo: bicchieri con cauzione, stoviglie lavabili, punti di distribuzione dell’acqua per eliminare le bottiglie, accordi con aziende specializzate nella gestione del servizio. È il modello già adottato in diversi grandi eventi europei, dove il concetto di «zero waste event» sta diventando sempre più centrale.

Una sfida che riguarda da vicino l’Umbria. Dalle grandi manifestazioni internazionali alle sagre di paese, ogni anno migliaia di persone partecipano a iniziative dove il consumo di cibo e bevande genera una quantità significativa di rifiuti.

Quanto potrebbe incidere una politica ancora più ambiziosa? Un dato preciso oggi non esiste. Non sappiamo quante bottiglie, bicchieri, piatti e contenitori monouso vengano utilizzati ogni anno nelle manifestazioni umbre. Ma anche una stima prudenziale restituisce un ordine di grandezza interessante.

L’Umbria conta ogni anno centinaia di eventi con somministrazione di alimenti e bevande. Se soltanto una parte di queste iniziative adottasse sistemi riutilizzabili, si potrebbe ipotizzare l’eliminazione di milioni di oggetti usa e getta. Una stima prudenziale, nelle manifestazioni più frequentate, porta a immaginare un potenziale risparmio di alcuni milioni di pezzi ogni anno.

Non sarebbe un cambiamento in grado da solo di rivoluzionare il bilancio complessivo dei rifiuti regionali, perché la quota maggiore della plastica deriva dagli imballaggi prodotti quotidianamente da famiglie e attività economiche. Ma sarebbe un intervento capace di produrre un effetto concreto e soprattutto visibile.

Il valore di questa trasformazione non sarebbe soltanto nelle tonnellate di rifiuti risparmiate, ma soprattutto nel cambio di comportamento. Una festa di paese, un concerto o una manifestazione sportiva sono luoghi dove migliaia di persone possono vedere concretamente che un altro modello di consumo è possibile.

La sfida si inserisce inoltre nel percorso più ampio dell’Umbria verso l’economia circolare. Il Piano regionale dei rifiuti indica tra le priorità la prevenzione della produzione dei rifiuti, il riuso e la riduzione dell’usa e getta. Il tema della plastica monouso diventa quindi parte di una questione più generale: non soltanto come smaltire meglio ciò che produciamo, ma come evitare di produrre tutti i rifiuti evitabili.

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