I funerali di Khamenei vanno virali, il regime iraniano assolda creator e influencer stranieri
Il funerale della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, che si è svolto nei giorni scorsi in Iran, ha rappresentato, secondo quanto riportato dal quotidiano Hamshahrinews, un banco di prova inedito per la comunicazione del regime teocratico, che questa volta ha scelto di affiancare alla copertura delle emittenti televisive ufficiali anche centinaia di content creator e influencer stranieri, invitati appositamente a documentare la cerimonia per i rispettivi pubblici internazionali.
Secondo la giornalista Fatemeh Asgarinia, autrice di un articolo in lingua farsi, le autorità iraniane avrebbero individuato nella viralità delle piattaforme social e nella componente politica dell’audience digitale uno strumento strategico per amplificare la narrazione dell’evento oltre i confini nazionali.
«Una scelta – evidenzia l’agenzia di Marketing e comunicazione, Arcadia – che il regime teocratico ha fatto per sfruttare la viralità delle piattaforme e la parte politica insita nell’audience». Le cerimonie, svoltesi a Teheran, Qom, Mashhad e in Iraq, hanno visto la partecipazione di milioni di persone, secondo le stime diffuse dagli organizzatori.
A differenza dei tradizionali servizi giornalistici, i contenuti pubblicati dagli influencer si sono concentrati sull'”esperienza di presenza”: impressioni personali, atmosfera sociale, senso di solidarietà popolare, raccontati con un linguaggio informale attraverso video brevi, dirette e caroselli fotografici destinati a raggiungere in tempi rapidi milioni di follower nei rispettivi paesi.
Tra i nomi citati nella copertura figurano Bushra Shaikh, influencer britannico-pakistana, che ha raccontato l’ospitalità ricevuta; il giornalista pakistano Ehsan Asif, autore di video sul corteo funebre e sulla partecipazione popolare; il reporter libanese Hussein Farhat, che ha diffuso immagini per il pubblico arabofono; oltre a Mohammed Ahmed dalla Libia, Sakina Dattu dal Regno Unito e altri operatori mediatici.
La figura più controversa tra gli ospiti è stata quella dell’attivista e influencer statunitense Jackson Hinkle, 26 anni, originario di San Clemente, in California, noto per posizioni critiche verso la politica estera americana.
Hinkle ha pubblicato video e post in cui ha condannato le azioni del governo statunitense e ha sostenuto, con toni marcatamente religiosi, che gli Stati Uniti «hanno dichiarato guerra a Dio» e per questo «non potranno mai avere successo». Secondo l’influencer, alla cerimonia avrebbero partecipato oltre 20 milioni di persone, un numero che – ha affermato – nessun governo occidentale, inclusi gli Stati Uniti, sarebbe in grado di gestire.
Presente anche Max Blumenthal, scrittore, giornalista investigativo, documentarista e attivista politico statunitense, che si è mescolato alla folla dei partecipanti al lutto, suonando un tamburo e dialogando con i presenti.
Blumenthal ha inoltre pubblicato un video girato in via Keshvardoust, sostenendo che in quel luogo, il 28 febbraio, un attacco aereo attribuito a Stati Uniti e Israele avrebbe causato la morte dell’ayatollah Ali Khamenei e di diversi membri della sua famiglia, compresa una nipote di 14 mesi.
L’articolo di Hamshahrinews sottolinea come questa strategia comunicativa rifletta una tendenza più ampia adottata negli ultimi anni da governi e organizzatori di grandi eventi internazionali, che puntano sempre più sul potenziale narrativo degli influencer rispetto alla copertura mediatica ufficiale, sfruttando la capacità di questi ultimi di costruire un rapporto diretto e immediato con il proprio pubblico.
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