Meglio sconfitti che assassini – il Giornale
Ridono tutti. Ridono i giornali, ridono gli esperti da talk show, ridono i sovranisti pentiti e gli antisovranisti mai pentiti. Ridono perché la grande America, l’iperpotenza, il gigante con le stellette, si sarebbe fatta suonare come un tamburello da una «potenza regionale». Ciuffo Arancio gonfia il petto e proclama vittoria, e intanto – dicono loro – le ha prese. Ebbene sì. È vero. Partita per menare, è tornata a casa ammaccata. Registro il fatto e non lo nego.
Solo che io, a differenza dei sapienti, di questa presunta sconfitta ringrazio.
Ringrazio perché fermare una guerra che faceva morti veri, con la carne e le ossa, e che rischiava di far saltare in aria mezza Asia minore, vale più di qualunque medaglia. Trump ha incassato la parola più odiosa per uno come lui, «sconfitta», pur di non riempire altre fosse. E allora la domanda la giro a chi ghigna: era meglio l’alternativa? Era meglio il bombardamento a tappeto, le città rase, il comunicato trionfale scritto sopra un cimitero? Perché di questo si tratta. O si passa per perdenti, o si vince davvero – e vincere davvero, in guerra, significa ammazzare più in fretta dell’avversario. Io preferisco il perdente che torna vivo al vincitore che torna sporco di sangue fino ai gomiti.
Portiamo il ragionamento fino in fondo, che è dove i vigliacchi non arrivano mai.
Perché Putin e Zelensky non fanno la stessa cosa? Perché non si guardano allo specchio, non ammettono la verità che tutti vedono -: che hanno perso tutti e due, che nessuno vince una guerra così, si vince soltanto smettendo – e non vanno a stringersi la mano da qualche parte? In Qatar, a Capri, dove volete. A Capri, guarda caso, ci andava Lenin a giocare a scacchi ospite di Gor’kij, tra un fico e l’altro, meditando rivoluzioni con la scacchiera invece che col plotone. Ecco: scacchi. Non trincee. Una partita, non un massacro.
E qui viene il punto che mi frulla in testa e che vi sembrerà una boutade, ma non lo è.
Ci ripetono da mattina a sera che le guerre vere ormai non si combattono più coi cannoni e col fango, ma con l’intelligenza artificiale, con gli algoritmi, con la tecnologia che pensa più svelta di noi. Benissimo. Allora perché non ne traiamo la conseguenza logica, l’unica sensata? Si sospendono le guerre di sangue e se ne fa una virtuale. Una bella partita simulata, campo neutro, avversari le macchine. Vinca il migliore. E il perdente, invece di piangere trentamila morti, piange trentamila zeri su uno schermo, poi spegne e va a cena.
Dicono che ormai le varie intelligenze artificiali ci comandano, ci dominano, decidono loro per noi. E va bene, ammettiamolo. Ma allora, una volta tanto, invertiamo l’ordine degli addendi. Comandiamole noi. Sediamole a un tavolo e diamo loro un ordine solo: scriveteci dei trattati di pace perfetti. Perfetti sul serio, di quelli che un uomo, con la sua vanità e il suo orgoglio ferito, non riuscirà mai a firmare. Trattati in cui tutti – tutti – si dichiarano sconfitti. Nessun vincitore, nessun umiliato, pari e patta, ognuno a casa propria. E che tutti se ne tornino a casa ad annoiarsi, a tagliare l’erba del giardinetto, a litigare con la moglie per il colore delle tende. Che Dio benedica la noia. La noia non ha mai riempito un obitorio.
Mi si dirà: è qualunquismo, è il pacifismo da bar dello sport. No. Non c’è niente di qualunquista nell’avere orrore del sangue vero. Il qualunquista è chi si abitua alle stragi come al bollettino del traffico. Io mi rifiuto. Preferisco mille battaglie finte a una sola vera.
Preferisco l’algoritmo che uccide numeri all’obice che uccide bambini. Preferisco la sconfitta scritta sulla carta alla vittoria scritta sulle lapidi.
Ridete pure di Trump sconfitto. Io preferisco un mondo di sconfitti che respirano a un mondo di vincitori che seppelliscono.
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