I tre cavalli su cui punta la nuova Fed di Warsh
Per aumentare l’efficacia della corsa della politica monetaria della Fed, le parole del suo nuovo governatore in capo Kevin Warsh hanno rivelato che saranno almeno tre i cavalli su cui occorrerà puntare: da un lato la politica relativa all’obiettivo inflazionistico, dall’altro quelle concernenti due strumenti: la politica di comunicazione ed il bilancio della banca centrale. Sono tre cavalli che, a parole, appaiono coerenti con la reputazione di falco che negli anni Warsh si è guadagnato. Allo stesso tempo, però, nei fatti, tali politiche potrebbero essere tre cavalli di Troia per accontentare i desideri dei soggetti che da sempre hanno condizionato le scelte della Fed: la Casa Bianca e Wall Street.
Il primo cavallo guarda l’obiettivo del tasso di inflazione. Il mandato istituzionale della FED individua come obiettivi principali della politica monetaria la stabilità dei prezzi al consumo, da un lato, e quello della massima occupazione, dall’altro. Quanto più tali obiettivi vengono raggiunti, tanto più il sentiero dei tassi di interesse sarà quello che aumenta le probabilità che l’economia statunitense sia coerente con una crescita economica di lungo periodo non inflazionistica. Ne deriva che lo strumento principale della politica monetaria, cioè la gestione dei tassi di interesse nominali, deve essere calibrato per contemperare le due diverse finalità macroeconomiche. Quindi la domanda a cui ogni banchiere centrale della Fed deve dare una risposta è quale sia il peso relativo da dare alla tutela della stabilità monetaria rispetto a quello dell’occupazione perché la dinamica dei tassi sia quella ottimale.
Ora: nella sua prima uscita pubblica come governatore in capo della Fed, Kevin War ha sottolineato la rilevanza della stabilità monetaria, ed allo stesso l’importanza di individuare una definizione della crescita dei prezzi che sia il miglior indicatore per misurare tale stabilità. Sono due posizioni assolutamente coerenti con la prospettiva di un banchiere centrale che sia un falco: in tale visione l’importanza del controllo dell’inflazione è più rilevante rispetto a quello della massimizzazione dell’occupazione, quindi la ricerca del miglior modo per misurare il fenomeno ne è una naturale conseguenza. Quindi, a parole, è un “cavallo da falco”. Ma poi ci sono i fatti: se ne la politica monetaria non diverrà restrittiva, o l’indicatore scelto si rifletterà in un numero che consentirà alla Fed di mantenere un orientamento espansivo, ecco che il desiderio del presidente Trump di avere tassi bassi, sia per ragioni legate la dinamica del debito pubblico, che quelle al consenso elettorale, verrà accontentato, come pure l’endemica preferenza della finanza per le espansioni monetarie.
Il secondo cavallo è rappresentato dall’intenzione espressa da Warsh di riconsiderare la politica di comunicazione della Fed, centrata sulla previsioni, azzerandola. Qui il neo governatore in capo sembra seguire le orme di Alan Greenspan, recentemente scomparso, che guidò la banca centrale statunitense dal 1987 al 2006. L’azione di Greenspan era fondata sulla ambiguità: la banca centrale non deve essere una bussola. Anche Greenspan godeva originariamente di una reputazione da falco, e la sua posizione sulla comunicazione era coerente con un approccio fondato sulla razionalità dei mercati, che include anche le loro aspettative. La principale conseguenza in termini di politica monetaria di tale approccio era che l’azione della banca centrale non deve guidare la dinamica dei mercati, ma assecondarla, finché è possibile, anche a costo di creare un rischio di bolla finanziaria. L’assioma era che la dinamica, anche esuberante, dei prezzi finanziari non ha effetti destabilizzanti sull’economia reale, come sembrava aver dimostrato la bolla internet sviluppatasi a cavallo del nuovo millennio, che aveva prodotto una risibile recessione economica. Ma poi ci furono i fatti: l’approccio alla Greenspan instillò nei mercati la convinzione che la Fed, in caso di squilibri finanziari, avrebbe assunto un comportamento assicurativo nei loro confronti, con iniezioni di liquidità nei loro confronti. Come poi avvenne. quindi la comunicazione ambigua divenne il cavallo di Troia per trasformare la Fed alla occorrenza in un bancomat a favore di Wall Street.
Il terzo cavallo è il desiderio espresso da Warsh di ridimensionare le dimensioni del bilancio della Fed, quindi la liquidità complessiva del Paese. E’ una politica a parole coerente con la posizione di un falco che vuol ridare “spazio al mercato”, in termini di collocamento dei titoli, soprattutto pubblici. Ma nei fatti, soprattutto oggi, non sarebbe un detonatore della volatilità dei tassi di interesse solo se la riduzione della offerta di liquidità della Fed non venisse resa possibile da una simultanea riduzione della domanda, possibile ad esempio con la deregolamentazione dei coefficienti di liquidità a carico degli intermediari. Deregolamentazione: una parola che è musica sia per Trump che per Wall Street. Un terzo cavallo di Troia. A Ulisse ne basto uno per distruggere una civiltà.
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