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Caparezza è tornato, il concerto (in orbita) a Roma

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Caparezza è tornato, il concerto (in orbita) a RomaCaparezza è tornato, il concerto (in orbita) a Roma

(Adnkronos) –
Michele Salvemini è molte cose. È un uomo che rincorre sé stesso e raramente si accetta. È una persona che si chiede i perché delle cose, ma che a volte, come tutti noi, non riesce a trovare la risposta. È un’artista che nella musica ha trovato invece un senso, che si è trasformato in Caparezza quando ne aveva più necessità, e che ora è diventato a sua volta quello di cui molti hanno bisogno. Il tour della sua rinascita fa tappa a Roma in un Ippodromo gremito, in una Capannelle che rivede i suoi ricci con qualche capello bianco e allarga il sorriso. Perché tutto questo era mancato a tutti per troppo tempo, soprattutto a lui. 

Caparezza è tornato e lo ha fatto in grande stile. Rock in Roma lo accolto e migliaia di fan lo hanno abbracciato. Chi lo ha visto per la prima volta e chi c’è sempre stato. Chi in questo concerto ha rivisto la propria adolescenza, quando in un parchetto con gli amici sentiva le prime canzoni e alzava lo sguardo verso il cielo, e chi, tra i tanti giovanissimi nel pubblico, ha scoperto che esiste un rap che parla alle persone e delle persone. Che si fa domande e prova a trovare risposte. Senza ergersi oltre quello che è: musica, prima di tutto. 

Caparezza ritorna con un tour a cui tiene particolarmente. Dopo aver combattuto con l’acufene e aver visto la fine della sua oltre ventennale carriera davanti a lui. Dopo aver rischiato di perdere l’udito e la quotidianità che con tanta fatica ha costruito e custodito. È tutto nelle sue canzoni. Michele, per una volta, fa entrare i suoi fan nel suo mondo: “È il giorno di Exuvia, faccio l’audiometria/La mia speranza brucia, come il carro di Elia/Il responso è che sto diventando sordo/Sono a Roma per il ‘media day’, ma vorrei scappare via/Le mie interviste nei giorni più tristi, peccato/Rispondo calmo a tutti i giornalisti, teatro/Non bastavano i dannati fischi, si fottano i dischi/Non voglio dimenticare le voci che amo”.  

Immaginate aver trovato un posto del mondo e rischiare di doverlo abbandonare. Immaginate sentire costantemente un fischio che riempie la testa e oscura i pensieri. Immaginate essere un musicista, e arrivare a odiare ogni suono. È qualcosa di difficile da comprendere, se non ci sei dentro, eppure Caparezza lo rende semplice, alla portata. Lo mette in rima perché è quello che gli riesce meglio, canta il suo dolore per liberarsene. C’è la carriera a rischio, certo, ma sono le voci degli altri la sua paura più grande, le stesse che in ‘A comic book saved my life’ ha timore di perdere. 

Nel suo ultimo album, ‘Orbit orbit’, racconta come rifugiarsi nei fumetti, in un mondo immaginario e forse proprio per questo allettante, lo abbia aiutato a superare quelle difficoltà che lo avevano messo ko. Tornare sul palco, per lui, in una sera di fine giugno, significa molto più che cantare davanti a un microfono. Il disco con cui ha firmato il suo ritorno nel novembre del 2025, dopo quattro anni di assenza, ha segnato una rinascita. Caparezza ha creato una storia ambientata nello spazio e nello spazio si è rifugiato. Con le stelle come guida e l’ignoto per aspirazione. 

Ha voluto celebrare ogni esperienza creativa ospitando sul palco, come farà in ogni tappa del suo tour, un fumettista per disegnare live una tavola che sarà messa all’asta da Emergency. Ha parlato di vita e futuro. Si è guardato indietro e ha sorriso al suo passato. Sul palco sembra spensierato. Ride e scherza con il pubblico, si esibisce in battute più o meno riuscite, mostrando una simpatia che raramente porta sotto ai riflettori.  

Il concerto di Caparezza è qualcosa di familiare. Uno show che ha nel palco il suo centro eppure cresce fino ad abbracciare l’intero Ippodromo, canzone dopo canzone. Intorno a lui si alterna una scenografia galattica: vulcani, lune, alieni per ballerini, occhi di orwelliana memoria. Tutto crea un immaginario fantastico, eppure così reale. Le canzoni però non sono un contorno. Ognuna racconta una storia che arriva da un passato che parla a tutti, e in cui molti si rivedono. ‘Pathosfera’ getta l’Ippodromo in un silenzio che in un concerto non si vede spesso. È un’atmosfera intima e commovente, parla di emozioni perse e di un’umanità alla fine ritrovata. C’è una ragazza che piange, e una coppia che si stringe un po’ più forte. La rapida sequenza di ‘Vengo dalla luna’ e ‘Abiura di me’ invece fa saltare e scatena il pogo, una prova fisica decisamente difficile da sostenere in questa caldissima serata romana. 

Ci sono emozioni dentro le emozioni, insomma. È un’altalena continua che diventa una specie di matrioska. C’è sempre uno strato più profondo, che cambia volto a seconda di chi lo scopre. Quello che c’è al centro però è un uomo tornato sul palco dopo tempo, ma che non ha mai scordato come si fa. Che si è reinventato dopo il fallimento di Mikimix e ha aperto le porte del rap alla scena che ora si sta prendendo le classifiche. Il suo, però, non chiamatelo ‘conscious rap’ perché “non ho ancora capito che vuol dire”. L’artista Caparezza, dopotutto, è difficile da racchiudere in una definizione. È sempre stato fuori dalle logiche del rap game e con un carattere che male si sposa con il mestiere che ha scelto. 

Odia i riflettori e, se può, non fa mai parlare di sé. Non si è mai letto un gossip su Caparezza, si sa poco della sua vita privata. Per lui parlano le canzoni, quello che vuole dire lo dice lì. Lui che è stato denuncia politica e sociale, leggerezza e riflessione. Capace aprire porte dentro un mondo, quello della musica, che non sempre cerca risposte. Lui giura di sentirsi vecchio, ma non se la prende con chi è venuto dopo: “Piccolo, non chiedermi pareri sul tuo disco/Se mi piace corri un grosso rischio/Ti auguro San Siro, San Francisco/Ma io la tua roba non la capisco, sono vecchio”. 

Oggi il rap è diverso perché i tempi sono diversi, così come l’industria e il mercato. Spesso diventa trap e si contamina con la drill. Il suo ruolo non è pedagogico, e dopotutto non deve esserlo. Racconta di strada ed esperienze quotidiane con un linguaggio vero e crudo. A volte però c’è anche chi si ferma e con una canzone nelle cuffiette si guarda dentro. È lì che Caparezza ti trasporta, è a lui che parla. Chiede di andare avanti nonostante tutto, esorta a fallire, perché “il fallimento è solo una ripartenza”. Lo dice al microfono alla fine di uno show di oltre due ore in cui ha ripercorso la sua carriera davanti a un pubblico in estasi, in cui ha denunciato i potenti del mondo e pregato per la Palestina. 

L’ultima nota, come è ovvio che sia, l’ha dedicata a ‘Vieni a ballare in Puglia’. La sua canzone più famosa, ma anche la più difficile da cantare. Per lui che soffre a ogni barra, mentre elenca tutto quello che non va a casa sua, con un ritornello che fa ballare ai matrimoni. Perchè Caparezza non scinde mai l’artista dall’uomo. Sono legati da un filo inconscio e che non si può spezzare, per quanto ci possa provare. Perché forse la vita sarebbe più semplice, ma è più bella così. Con una canzone in sottofondo. (di Simone Cesarei) 

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