Società

Social e minori, il Garante sfida il governo: “Le leggi non bastano, il problema non sono solo le piattaforme, ma la fragilità delle famiglie”

Vietare l’accesso ai social ai minori? Una strada che molti Paesi stanno percorrendo, dall’Australia al Regno Unito fino alla Francia.

Ma l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, ascoltata oggi in Commissione bicamerale, ha messo in guardia da un approccio che si limiti a inasprire le norme. Perché il nodo, ha spiegato, non è solo tecnologico: è culturale, educativo, sociale.

Il riferimento è all’Australia, dove già vige il divieto per gli under 16. “Sette ragazzi su dieci continuano ad accedere ai social aggirando i filtri”. Il dato è del Garante stesso. I nativi digitali, ha osservato, sono “hacker perfetti”. E una legge che dice ai figli di stare lontani dallo schermo mentre i genitori vi restano incollati – anche durante l’allattamento, con effetti ormai documentati sullo sviluppo emotivo e cognitivo del neonato – rischia di essere percepita come punitiva e, soprattutto, contraddittoria.

Il paradosso del digital divide

C’è poi una dinamica meno nota, ma altrettanto significativa. L’Università di Milano Bicocca ha parlato di “digital divide inverso”: se un tempo erano i ragazzi svantaggiati ad avere meno accesso al digitale, oggi accade il contrario. Nelle famiglie meno scolarizzate lo smartphone arriva prima, spesso già come regalo della prima comunione. Con effetti più pesanti sullo sviluppo. E la norma, da sola, non colmerebbe questo divario.

L’Autorità ha quindi proposto un approccio integrato. Da un lato, la prevenzione. Il progetto ‘Strade in gioco’ ha sollecitato i Comuni a creare spazi urbani liberi e non strutturati – i ragazzi li chiamano “safe space” – dove incontrarsi in presenza, lontani dal giudizio permanente del web. Dall’altro, l’alfabetizzazione. Un libro-gioco dedicato a Geronimo Stilton, destinato alle classi quarte della primaria, insegna a distinguere l’intelligenza artificiale da una relazione umana e a riconoscerne i rischi.

Il peso delle famiglie

La riflessione del Garante tocca un punto dolente: la responsabilità genitoriale. “I problemi dei minori vanno spesso ricondotti a carenze genitoriali”, si legge nella relazione depositata. E ancora: “È necessario lavorare in direzione di una ricostituzione di quel prezioso tessuto comunitario – il villaggio che serve a crescere ogni bambino – che è andato via via sfaldandosi”. Per questo servono campagne di informazione destinate proprio a chi esercita la responsabilità educativa, non solo ai ragazzi.

Ma la partita si gioca anche sul piano legale. Il Garante ha richiamato la recente sentenza di Los Angeles, che ha accertato come la dipendenza dai social sia costruita deliberatamente dagli algoritmi. Un caso pilota, destinato a fare giurisprudenza su migliaia di procedimenti analoghi. E ha citato la prima class action europea promossa dal Moige contro Meta e TikTok, con prima udienza fissata il 14 maggio a Milano.

La conclusione del Garante non lascia spazi a interpretazioni. La politica delle piattaforme, ha detto, rischia di configurarsi come “un maltrattamento universale ai danni di bambini e ragazzi”. Parole pesanti, che aprono una riflessione più ampia. Perché il digitale non è più un ambiente da regolamentare: è l’ambiente in cui si cresce. E forse, il vero problema non è come tenerne fuori i minori, ma come far crescere adulti capaci di starci dentro.


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