Solo il 40% delle scuole è accessibile per la disabilità motoria (35% al Sud). Il 50% degli edifici non ha ascensori a norma: l’Italia delle barriere invisibili. I dati ISTAT

Entrare a scuola dovrebbe essere un gesto banale. Per un bambino in carrozzina, spesso non lo è.
Il rapporto ISTAT 2024/2025 è spietato: solo il 40% degli edifici scolastici italiani risulta accessibile per gli alunni con disabilità motoria. Tradotto: sei scuole su dieci hanno almeno una barriera architettonica che impedisce o complica la mobilità. Al Sud la situazione peggiora ulteriormente, con un misero 35% di plessi a norma.
La regione più virtuosa? La Valle d’Aosta, dove si arriva al 64%. Le fanalini di coda sono Liguria e Campania, rispettivamente al 29% e 30%. Un dato che stride con la retorica dell’inclusione a tutti i costi: come si fa a parlare di diritto allo studio se l’aula di musica è al primo piano e l’ascensore non c’è?
Ascensori fantasma e bagni fuori legge
La barriera più diffusa è proprio l’assenza di un ascensore a norma, o la presenza di un montacarichi inutilizzabile per una carrozzina. Succede nella metà delle scuole italiane. Seguono la mancanza di un servoscala interno (37%), bagni non accessibili (25%) e rampe assenti per superare dislivelli interni (25%). Meno frequenti ma non trascurabili le scale con alzata e pedata sbagliate (7%) e le porte troppo strette (3%).
La normativa non è di ieri. Il decreto ministeriale 236 del 1989 ha fissato i requisiti tecnici. Eppure, a distanza di 35 anni, solo il 12% delle scuole ha effettuato lavori di abbattimento delle barriere nell’ultimo anno. Un investimento fermo, che lascia immaginare come l’accessibilità non sia considerata una priorità nelle politiche di edilizia scolastica. I fondi ci sono stati – dal PNRR alle varie leggi di bilancio – ma evidentemente sono finiti altrove.
E i parcheggi? Meno della metà delle scuole (44%) dispone di posti auto riservati a persone con disabilità. Al Nord la percentuale sale al 49%, al Sud crolla al 39%. Per una famiglia che accompagna un figlio in carrozzina, questo significa spesso dover parcheggiare lontano, magari su un marciapiede, con tutto il disagio del caso.
Disabilità sensoriali: il deserto degli ausili
Se l’accessibilità motoria è carente, quella per le disabilità sensoriali rasenta l’abbandono. Le segnalazioni visive per studenti sordi o ipoudenti – tipo spie luminose per l’emergenza o pannelli informativi – sono presenti solo nel 16,5% delle scuole. Significa che otto istituti su dieci non hanno nessun sistema per avvisare un ragazzo non udente di un’evacuazione o di un cambio d’aula.
Per i non vedenti e ipovedenti, il quadro è ancora più drammatico. Le mappe a rilievo e i percorsi tattili a terra – strumenti essenziali per orientarsi in uno spazio sconosciuto – sono presenti entrambi soltanto nell’1,2% delle scuole. Praticamente nessuno. Un ragazzo cieco che cambia istituto si trova davanti un labirinto di corridoi, scale e porte senza alcun riferimento tattile. La sua autonomia è ridotta a zero, costringendolo a dipendere da un accompagnatore per qualsiasi spostamento.
L’ISTAT non registra miglioramenti significativi rispetto agli anni precedenti. Le barriere sensoriali sembrano non preoccupare né i dirigenti scolastici né i politici locali, forse perché la disabilità visiva e uditiva è meno “visibile” di quella motoria. Ma per chi la vive, ogni giorno è una sfida.
Comunicazione aumentativa: una buona idea, ancora di nicchia
Negli ultimi anni si è fatta strada una nuova frontiera dell’accessibilità: la Comunicazione Aumentativa Alternativa. In pratica, si usano simboli, pittogrammi, immagini per rendere comprensibili spazi e informazioni a chi ha difficoltà di linguaggio. Una segnaletica per il bagno, la mensa, l’uscita di sicurezza tradotta in disegni semplici. Sembra una trovata banale, ma per un bambino autistico o con grave ritardo del linguaggio può fare la differenza tra il caos e l’orientamento.
Ebbene, questa pratica è adottata solo dal 9% delle scuole italiane. Al Sud scende al 6,5%, al Nord raggiunge l’11%. Percentuali da pionieri, non da sistema maturo. Come mai? Probabilmente perché la comunicazione aumentativa alternativa richiede una formazione specifica degli insegnanti e un investimento in materiali che molte scuole non sono disposte a fare. Eppure il costo è basso rispetto ad altre voci. Forse manca semplicemente la cultura che l’accessibilità non è solo una rampa o un ascensore, ma anche un modo diverso di comunicare.
Un paese a due velocità, anzi tre
La fotografia dell’ISTAT restituisce l’Italia delle disuguaglianze. Il Nord fa meglio della media nazionale sull’accessibilità motoria (44% contro 40%) e sulla comunicazione aumentativa alternativa (11% contro 9%). Il Centro si colloca in posizione intermedia. Il Sud è indietro su quasi tutti i fronti: accessibilità motoria al 35%, comunicazione aumentativa alternativa al 6,5%, parcheggi al 39%. Le uniche eccezioni? Sulle segnalazioni visive per sordi, il Mezzogiorno non è peggio del Nord. Ma si tratta di una magra consolazione, visto che entrambi viaggiano sotto il 20%.
La verità è che l’edilizia scolastica ha un debito storico con l’accessibilità. Le scuole sono state costruite in epoche diverse, con normative che cambiavano lentamente. Ma il problema non è solo il patrimonio edilizio vecchio. È la mancanza di volontà di adeguarlo. Il 12% di interventi annui è un tasso troppo basso per sperare di recuperare il ritardo. A questo passo, serviranno decenni.
E intanto i ragazzi con disabilità continuano a frequentare aule non progettate per loro. A saltare lezioni in laboratorio perché l’ascensore è rotto. A farsi accompagnare al bagno da un assistente perché la porta è troppo stretta per entrare da soli. L’inclusione, nelle statistiche, è una bella parola. Nella vita vera, è una scala senza rampa.
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