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Boards of Canada – Inferno: L’apocalisse in cuffia :: Le Recensioni di OndaRock

Chi l’ha detto che le band debbano necessariamente cambiare a ogni nuova uscita? E se per alcune lo stagno resta, paradossalmente, la migliore via di fuga dall’inutile baccano dei tempi odierni? Ebbene, i Boards of Canada, che tornano a tredici anni di distanza da “Tomorrow’s Harvest”, agiscono come il sasso immobile sul fondo del fiume, sia per sbeffeggiare la corrente e tutto ciò che, fin troppe volte, scorre inutilmente in superficie, sia per non lasciarsi travolgere dalle avversità di un’epoca alquanto folle. Una parabola associata perlopiù alla figura di Buddha e ai racconti orientali che insegna come la vera forza risieda, in realtà, sempre e comunque nell’imperturbabilità. E che il duo fa implicitamente sua.

 

L’arrivo del tanto atteso quinto album dei due pionieri di quella strana cosa chiamata Idm è stato, al di là dei richiami metaforici, più volte preannunciato, a volte con modi tanto incredibili quanto informali, come il 29 giugno 2022, giorno in cui il rappresentante della Hexagon Sun, Mark David Garrett, lasciò intendere l’uscita di un nuovo disco. Un primo indizio al quale quattro anni dopo, a partire dal 6 aprile 2026, sono seguiti episodi sorprendenti ma anche simpaticamente enigmatici: sul canale ufficiale del duo scozzese composto da Mike Sandison e Marcus Eoin, i fan hanno iniziato infatti a ricevere delle strane videocassette con un logo a sette esagoni, contornato da tipici scatti in chiave Super8, proprio dell’immaginario nostalgico dei Boards of Canada, disposti all’interno della stessa cassetta. E’ una trovata che ha immediatamente lasciato intendere che qualcosa finalmente si stesse muovendo. A dar poi man forte a quelle che inizialmente erano apparse solo come delle voci di corridoio, è stato il mittente dei pacchi, ossia Bleep, il negozio online della Warp, che solo il 14 aprile ha ufficialmente confermato la faccenda, accendendo all’istante gli entusiasmi oramai quasi spenti degli appassionati e non solo. Due giorni dopo i Boards of Canada hanno infine pubblicato su YouTube un video intitolato “Tape 05“, da corredo alla prima nuova partitura ufficiale dal 2013, seguita dalla data di pubblicazione dell’agognato “Inferno”.

 

Composto da diciotto movimenti che, quantomeno sulla carta, nulla spostano rispetto all’immaginario abitudinario dei Boards of Canada, “Inferno” è un disco che sottintende una critica molto centrata alla società contemporanea e alla tragicità degli eventi, tra guerre infinite e altre altrettanto tragiche appena iniziate. “Blood In The Labyrinth” contiene, non a caso, estratti di “The Effects Of PCP”, il dialogo tratto dal docufilm del 1979 “Angel Death” diretto da John Cosgrove. Sono scelte chirurgiche che quantificano l’approccio politico di un album che sembra pensato per musicare una pellicola dalla sceneggiatura post-apocalittica, condita così com’è da una serie impensabile di richiami religiosi, come il riferimento a un celebre passo del vangelo di Matteo che pervade il tema al centro di “Father And Son”, una traccia composta a partire dai campioni presi in prestito da un episodio di “Man Alive” incentrato sulla setta dei Figli di Dio, nota ai più anche come The Family International. Nei tre minuti e mezzo del brano si respira appunto un’aria carica di tensione, quasi come se una traccia a caso di “Music Has The Right To Children” venisse proiettata su una tela nera, dunque rabbuiata con il mero intento di raccontare la storia di un padre che arriva a Los Angeles per parlare con il figlio che da un giorno all’altro ha bruscamente interrotto ogni rapporto con lui e con l’esterno per dedicarsi anima e corpo ai Figli di Dio.

 

Il grimorio dei riferimenti religiosi non si esaurisce lì. “Naraka” prende il nome dal regno della sofferenza nelle tradizioni buddhiste, induiste e giainiste: synth polverosi e ritmi serrati cedono, senza preavviso, a un canto Hare Krishna campionato. Pur aderendo alla loro firma stilistica, l’occultismo che affiora richiama una certa gestualità rituale più che il semplice citazionismo. Su “All Reason Departs” una voce cavernosa legge da “Magick in Theory and Practice” di Aleister Crowley, pubblicato nel 1929: la dichiarazione che “la grande guerra deve essere combattuta” come premessa alla proclamazione dell’Eone di Horus, la nuova era cosmica che Crowley annunciò nel 1904 in sostituzione dell’era cristiana, mentre un drum programming denso chiude ogni margine attorno alla parola, fino a sfilacciarsi e in parte perdersi, nel finale. Diverso l’approccio di “Prophecy at 1420 MHz”, che campiona una conferenza di Seyyed Hossein Nasr, filosofo iraniano tra i principali esponenti della tradizione islamica, noto per la sua critica al secolarismo moderno, trasformandola attraverso una manipolazione sonora che ne stira i contorni senza cancellarli, con chitarre annerite e vocoder che emergono dal groviglio di frequenze: il titolo è un riferimento alla riga dell’idrogeno, frequenza a 1420 megahertz usata dagli astronomi per studiare la struttura dell’universo e cercare segnali extraterrestri.

 

Sul piano sonoro, “Inferno” è, con ogni probabilità, il disco più nitido della loro carriera: più fisico di “Tomorrow’s Harvest”, con un’architettura che per certi versi richiama “The Campfire Headphase” per la presenza delle chitarre, ma calibrata su una scala diversa, come capovolta. I vapori eterei del downtempo sono ovunque, ma disegnati con un tratto profetico e massimalista. “Hydrogen Helium Lithium Leviathan” sembra provenire da un piano elementale diverso: è la declinazione oscura di “Aquarius“, costruita su un drone che si addensa, percussioni che avanzano per inerzia e accordi distanti; un’elettronica che sfiora il rock senza appartenergli, come se fosse eseguita non in un’arena ma attraverso un rito. “Blood in the Labyrinth” porta in superficie le influenze raga: arpeggi simili al sitar dialogano con pulsazioni pesanti, in una hauntologia che si fa sempre più tangibile. “Into The Magic Land” prende i canoni armonici del uo e mette in primo piano la materialità dello strumento: le corde risuonano nella stanza, il legno è udibile quanto la nota. “Deep Time”, già uscita come “Tape 05” ad aprile prima dell’annuncio ufficiale, è il momento più quieto del disco: archi e legni in movimento lento, una costruzione che lascia spazio vuoto e nostalgia ancora da vivere.

 

“You Retreat In Time And Space” scioglie la tensione accumulata in melodie a cascata e accordi solari: il punto di maggiore luminosità del disco. Chiude l’opera “I Saw Through Platonia”, con quella flebile psichedelia elettronica dai toni elegiaci che è ormai cifra riconoscibile, e un battito cardiaco registrato che si ferma poco prima che la traccia finisca. Pochi giorni prima dell’uscita la Casa Bianca ha usato “Deep Time” senza autorizzazione in un video di propaganda con elicotteri e pattuglie di confine; sovrapposta a quelle immagini, la canzone ne ha smontato le pretese meglio di qualsiasi commento. L’orizzonte emotivo di “Inferno” non è l’indignazione: è qualcosa di più vicino alla rassegnazione lucida di chi sa già come va a finire.

01/06/2026


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