Cultura

Willie Peyote – Anatomia di uno schianto prolungato

Ci sono dischi che raccontano di una caduta, e poi ci sono dischi che sembrano abitarla fino in fondo. “Anatomia di uno schianto prolungato” di Willie Peyote si muove proprio in questo spazio sospeso: quello di chi osserva il caos contemporaneo con lucidità feroce, senza rinunciare all’ironia che da sempre contraddistingue la sua scrittura.

Tra disillusione politica, relazioni consumate e un senso costante di precarietà emotiva, l’album costruisce un racconto urbano e generazionale che colpisce perché evita qualsiasi posa salvifica. In questo disco non c’è quasi mai l’esplosione emotiva, è piuttosto presente una tensione continua, un senso di attrito permanente.

Radio Bruno, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons

Musicalmente è interessante perché evita sia il rap classico, sia il pop radiofonico, essendoci arrangiamenti molto stratificati che lasciano l’ascoltatore sospeso ma con strappi di elettronica fin malinconica. In alcuni brani sembra voler togliere la centralità al ritornello per lasciare spazio al flusso del pensiero, sicuramente come nel primo brano.

Willie Peyote con “In cerca di uno schianto” spazia in una zona molto sentita: quella del disincanto lucido, però più emotivo e vulnerabile rispetto ai pezzi sarcastici degli scorsi dischi. Il titolo è già molto peyotiano, cercare uno schianto non sembra solo autodistruzione, ma il bisogno di sentire qualcosa di vero in mezzo all’anestesia quotidiana; dentro si sente l’idea di vivere in un’epoca sul punto di crollare dal punto di vista relazionale e sociale, ma che si trascina avanti. Questo è un tema che lui stesso ha portato avanti per l’intero album tra critica sociale e debolezze personali. Ciò che colpisce è il tono dei testi: non appare più il solito moralista cinico, parendo arrabbiato e rancoroso, ma invece questa volta lascia spazio anche a immagini intime e fragili.

Parla della sua cara Torino, delle gradinate allo stadio e delle abitudini fino a raggiungere la domanda cruciale del brano: e a noi, cosa resta?

La possibile risposta che ipotizza è ciò che si vive giorno per giorno nella frenesia delle settimane: il deserto dove c’era tempesta, l’iqos poi la dieta e la palestra. Il ritornello canta la cruda verità, l’instabilità del mondo in cui siamo:

“È uno scontro senza regole, lotta nel fango/ solo il più forte sopravvive, è la legge del branco/ il futuro non è scritto, resta un foglio bianco/ prepara il salto”

Dopo questa doccia di realtà, termina con frasi satiriche sul momento storico e sulla situazione politica del Paese, presentando la rabbia sociale che scalda dal basso e la disapprovazione rispetto a ciò che viene “imposto dall’alto”, citando il testo.

Il brano che segue, “Burrasca” fa da apripista per l’album, essendo stato divulgato due mesi prima della pubblicazione del disco. Per questo testo dobbiamo deporre tutte le armi d’attacco e difesa e mostrarci umani.

“Stringiamoci più forte, siamo in bilico”

Si presenta come una ballata morbida, cullando l’ascoltatore con dolci onde e lasciando spazio a parole senza orpelli musicali, solo chitarra e voce. Racconta il bisogno di avere qualcuno evitando l’isolamento, in un contesto storico ed emotivo che spaventa, tra guerre e individualismo sfrenato.

“E col mare in burrasca resisto se mi aggrappo a te/ e col mare in burrasca resisti se ti aggrappi a me”

Descrive la paura dell’intimità, la difficoltà di farsi toccare l’anima e il fisico:

“Come se ogni carezza mi lasciasse il livido/ però quando mi sfiori sento un brivido”

“Burrasca” è il tormento che ti divora e che si risolve in due, è la lotta interna che non ti lascia e ti svuota l’anima:

“La poca forza che è rimasta tu cercala dentro di te, col mare in burrasca tu aggrappati, stringiti a me”

Il terzo brano, “Sapore di Marsiglia”, rappresenta una storpiatura di Vanchiglia, quartiere torinese ormai militarizzato per gli scontri dopo lo sgombero di Askatasuna. Il titolo evoca atmosfere mediterranee, ma anche una città portuale storicamente complessa e ribelle; Willie utilizza questa cornice per scagliarsi contro le ipocrisie del capitalismo moderno, la disparità sociale e la finta filantropia dei super-ricchi.

“Senza offesa ma non riesco a ringraziarvi/ per il bene che ci fate coi miliardi”

L’obiettivo polemico è chiarissimo: la critica a quel sistema in cui i multimiliardari cercano di ripulirsi la coscienza e l’immagine pubblica facendo beneficenza senza intaccare i meccanismi che creano la povertà. I riferimenti visivi forti, come il “cielo grigio e i caschi blu”, calano la canzone in una dimensione i perenne tensione e di scontro sociale.

Musicalmente, il brano è una boccata d’ossigeno per chi ama il lato più ritmico e travolgente di Willie Peyote; il basso è pulsante, il Groove è serrato e l’attitudine è sfacciatamente funk-rap. È il perfetto contrasto peyotiano: una musica che ti fa muovere la testa, mentre il testo ti costringe a riflettere sulla durezza della realtà. Willie non urla slogan da centro sociale, ma usa il cinismo come uno specchio per la società. Anche quando inserisce dettagli apparentemente quotidiani o pop, come i riferimenti alla ricetta della carbonara, lo fa per mostrare la distrazione di massa dell’opinione pubblica, che si concentra sulle sciocchezze mentre tutto intorno crolla.

Con “Kodak”, l’autore dimostra la capacità di dipingere la noia e la malinconia della provincia, trasformando un banale pomeriggio estivo in una profonda riflessione sulla distanza e sull’invecchiare. Musicalmente, il brano è un piccolo gioiello di atmosfera; costruito su un tempo rilassato dominato da una chitarra avvolgente, “Kodak” riproduce sotto forma musicale la pigrizia e la staticità di una giornata d’estate con scene cinematografiche, come il caldo del sole che “picchia come un fabbro” o il cameriere al piano bar. Il fulcro del brano è una riflessione sull’assenza e sulla distanza, simboleggiata dalla “sfida d’oltranza persa col telefono”. Il ritornello diventa un mantra malinconico che si scontra con il concetto della cura del tempo, non anestetico, non cancella le mancanze come una vecchia foto stampata.

“E non mi basta dire che passa il tempo/ e non mi basta dire che passa anche senza di te/ con tutta questa calma, come si fa a fare a fare a meno di te?”

Il brano che segue, “Mi arrendo”, è il climax emotivo del disco: si alternano due artisti, Willie e Brunori Sas, che usano questa musica per sospirare, guardarsi indietro e dire a chi ascolta:

“Oggi è così, vedrai domani andrà meglio/ Altro che basta metterci impegno/ dentro sto al buio, ma con te accanto splendo, mi arrendo”

Il nucleo concettuale del brano ruota attorno al peso insostenibile delle aspettative, del dover performare a tutti i costi. Arrendersi, in questo brano, significa smettere di combattere battaglie inutili e accettare i propri limiti, il proprio invecchiare e le proprie fragilità. I due cantautori ci dicono è lecito non essere iperperformante e perdere il controllo. Willlie Peyote e Brunor Sas si integrano a vicenda, mantenendo il primo una lucidità iper-realista e analitica e, il secondo con una voce rasserenante trasforma l’abbandono in una ballata liberatoria, catartica, quasi cantautorale.

Giusto a metà del disco, “Che caldo che fa a Testaccio” ci perfora con frasi e domande laceranti, che rovesciano sul lettore un catino di verità:

“Datti pace, il mondo gira pure se stai fermo/ non mollare/ perdo il senno ad aspettare/ “Cosa siamo noi? Domanda esistenziale”

Willie riprende la penna in “Luigi”, delineando una scena satirica in cui accenna ad una possibile invenzione delle crisi nei palazzi del governo, non solo italiani; fa una radiografia con diagnosi di iperproduttività patologica:

“Un altro giovane studente si è ammazzato/ e la stampa sponsorizza lauree record”

Il brano è dedicato a Luigi Gulglielminotti, il padre del cantante e musicista a sua volta, figura fondamentale non solo nella sua vita privata, ma anche in quella artistica. Il fulcro del testo sta nell’accettazione del dolore non come vuoto da colmare a tutti i costi, ma come una presenza costante con cui imparare a vivere. Musicalmente, la scelta di produzione vede una linea di basso profonda, che sembra evocare lo strumento suonato dal padre; questa aria calda è accompagnata da un pianoforte e una batteria leggerissimi.

“Come se” analizza il vizio umano di vivere al condizionale, sospesi tra i rimpianti del passato e l’ansia del futuro: andiamo avanti nei giorni come se tutto dovesse durare per sempre, come se potessimo rimediare agli errori indipendentemente.

“E camminiamo dritti sopra il ciglio dell’errore facendo finta che non sia profondo, come se il mondo si fermasse ad aspettare il nostro umore”

Il brano è un invito a togliere il “come se” dalle nostre vite, ad accettare la nudità dei fatti e la precarietà dell’esistenza.

Il brano che segue ha come titolo un riferimento esplicito a Kill Tony, il dissacrante podcast e stand-up comedy americano ideato da Tony Hinchcliffe. In quello show, i comici emergenti hanno un solo minuto per esibirsi prima di essere interrogati in modo aggressivo dai giudici, in ugual modo Willie Peyote usa il brano come un freestyle d’assalto. “Kill Tony” funziona come uno skit: un momento di passaggio molto breve, istintivo e senza filtri; parla della necessità di “sputare la verità in faccia” a chi ascolta.

A chiudere il disco, si presenta “Preferisco non sapere”, tentativo di rendere il lutto eterno del padre, come il loro legame attraverso la musica. Il testo affronta il grande tabù della fine e il post-mortem con domande esistenziali. Musicalmente la traccia mantiene il sound lo-fi e sentori del ricordo di suo padre con il rumore delle dita sulle corde del basso. “Preferisco non sapere” dà un senso retroattivo a tutto l’album: “lo schianto prolungato” di cui parla il titolo è la vita che va in pezzi nel momento in cui si perde i propri punti di riferimento e il tentativo man mano di raccogliere i cocci.

Mettere una traccia del genere alla fine del disco è una scelta di un’onestà disarmante: il cinismo non basta più.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »