Tiziano Ferro si racconta a Le Iene
Una “città mastodontica costruita per durare una sola notte”: per l’ultimo appuntamento della stagione, Le Iene portano gli spettatori a fare un viaggio dietro le quinte del tour negli stadi di Tiziano Ferro. Il palco-opera, raccontato da Wad, nel reportage di Riccardo Spagnoli, ma anche le confessioni più intime del cantautore.
“Andare allo stadio vuol dire denudarsi e farlo 100mila volte di più. Le persone che dicono: ‘Però sai, i concerti allo stadio non sono intimi quanto un concerto in un club’. È una cosa assolutamente non vera perché quando tu dici la verità, la verità si amplifica e diventa molto più potente nello stadio…”. Una vita di successi, quella di Ferro. Una vita per le canzoni: “Se tu hai vissuto una vita dedicando tutto te stesso alla musica, ma tutto, come se fosse una religione, e per me la musica è religione, l’idea di paragonarla ad un’esperienza religiosa non è un’esagerazione… avviene con lo sport e con la musica. Portano fisicamente le persone a fare una cosa sola, universale, a spogliarsi di una barriera”.
E un pensiero importante, fondamentale, a chi lavora per fare sì che un tour del genere sia possibile: “Dal nostro mestiere dipendono la vita, la vita proprio di 800 famiglie, che crea una responsabilità dentro di te enorme. È un senso anche di umiltà perché comunque sono persone che fanno qualcosa per te e tu devi anche ricordarti che quella cosa esiste. Io non mi sento migliore di loro, mi sento parte di quel meccanismo”.
Poi qualche retroscena: “Non mi ricordo i testi! Ma col gobbo non ce la posso fare. Io faccio un’altra cosa che è molto più… te la dico, ma non l’ho mai detta… che è tremenda. Mi vergogno un po’. Io mi suggerisco i testi nelle cuffiette…”. Ma questo trucchetto non è farina del sacco di Ferro, anzi proprio lui confessa di averlo ‘rubato’ a un collega: “In realtà io l’ho copiato da un artista che è Marco Masini. Marco non lo sa che io l’ho copiato. Questo perché io ero ospite a Sanremo e prima di me si esibiva Marco Masini. Quindi io aspettavo e nella cuffia avevo quello che sentiva lui: si stava esibendo e si suggeriva, un genio! E da lì… Il fonico ha delle tracce, questa si chiama Masinismi! Marco grazie, mi hai salvato da grandi tonfi”.
Poi una confessione: “Tre anni fa ho avuto la sfortuna di dover affrontare un tour con un polipo alla corda vocale. E non l’ho detto perché non mi andava che pensassero che io volessi manipolare le persone per poter vendere biglietti. L’ho detto alla fine. È stato un incubo. L’unica cosa che ho bisogno di dire è che io su quel palco ci sarei morto piuttosto che mollare”. Ad aiutarlo è stata la logopedista: “Mi ha aiutato a trovare quella serenità per riuscire a cantare nonostante la presenza di questo corpo estraneo. Ho capito che questa cosa era molto più importante di tutte le diete, corse, cose, fiati. Poi mi verrà a trovare in pianta stabile la mia psicologa, che mi segue da ormai quasi dieci anni durante i concerti. Sì, forse perché la salute mentale della quale ho bisogno io è una salute mentale che passa anche dal comportamento“.
E non manca una scelta che è fondamentale e molto condivisibile e che riguarda le canzoni da mettere in scaletta: “La regola numero uno è che sei diventato singolo, radiofonico. Allora finisci in scaletta, se no, no. Sì, perché i concerti ai quali io assisto e che mi piacciono sono i concerti nei quali tutti cantano. E comunque le canzoni che portano le persone ai concerti sono le canzoni che canta il muratore mentre sta lì in cantiere, il tassista. Io voglio la canzone che è entrata nel tessuto della città”.
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