Cultura

Let Love In, i semi cattivi dell’amore

Facile costruirsi un’aura maledetta attraverso l’estetica punk, imbevuta di violenza e rabbia, oppure vestendo i panni di un demoniaco bluesman gotico. Assai più arduo, invece, riuscirvi lasciando entrare l’amore. Let Love In. È questa la nuova, temeraria scommessa che Nick Cave si trova ad affrontare a metà degli anni 90. Una scommessa vinta a mani basse, va subito ricordato, tanto che è proprio da qui in poi che il cantautore australiano conquisterà lo status di inattaccabile che conserva tuttora, riuscendo a trasformare in trionfo ogni sua opera, a volte persino a prescindere dalla qualità. È questo dunque il turning point decisivo che tramuta l’ex-demone delle cantine dei Birthday Party in King Ink, il monarca di un culto ad adesione crescente, che resterà saldo e fedele sino ad oggi.

Ma in realtà la missione impossibile di “Let Love In” non è altro che evoluzione nella continuità. Perché anche l’amore, nell’universo turbolento di Nick Cave, si trasforma in apocalisse. Anzi, in uragano: “On a gathering storm comes a tall, handsome man/ In a dusty black coat with a red right hand”, canta in una delle tracce-chiave del disco, quella “Red Right Hand” divenuta poi celebre come sigla della serie tv “Peaky Blinders”. E ancora: “Once there came a storm in the form of a girl/ It blew to pieces my snug little world/ And sometimes I swear I can still hear her howl/ Down through the wreckage and the ruins”, grida in “Ain’t Gonna Rain Anymore”. Si riferirà mica a Viviane Carneiro, l’affascinante modella/giornalista che lo aveva stregato in Brasile e da cui aveva appena avuto un figlio (Luke)? Appurarlo conta fino a un certo punto. Quel che è certo è che, proprio attraverso le ballate inquiete di “Let Love In”, Nick Cave mette a punto un nuovo stile di “love song”. Canzoni che non raccontano situazioni quotidiane o sentimenti comuni in modo realistico, ma elevano l’amore a una dimensione mistica e soprannaturale, spesso filtrandolo attraverso immagini religiose o simboliche, nel solco della poesia classica o romantica, con un linguaggio sempre solenne e ispirato, ma senza rinunciare a quella vena tenebrosa che ha sempre pervaso la sua opera. “Let Love In” è dunque un disco che parla di amore, come da titolo: la parola magica sarà anche ripetuta nei titoli di quattro canzoni su dieci. Ma è un amore tossico, terribilmente insidioso, che danza a un passo dal baratro e spesso sprofonda nell’abisso.

Do you love me? Like I love you

Ottavo album a firma Nick Cave & The Bad Seeds, “Let Love In” viene registrato negli studi londinesi di Harrow Road, sotto la regia del produttore Tony Cohen. Ad accompagnare il Bardo di Melbourne, una formazione stellare: Mick Harvey, Martyn P. Casey, Blixa Bargeld, Conway Savage e Thomas Wydler più Mick Geyer ai backing vocals. “Semi cattivi” ormai rigogliosamente germogliati, al servizio di un frontman in forma smagliante. E che sia in arrivo un nuovo capolavoro, dopo l’acuto di “The Good Son” di quattro anni prima, lo preannuncia già il singolo (bomba) che precede l’album. Singolo a modo suo, anche in questo caso, perché la disturbante ballata pianistica di “Do You Love Me?” dura quasi sei minuti. Tutti giocati su una tensione nervosa tirata allo spasmo, a tratti quasi insostenibile. Attacca il rombo sinistro del basso di Casey che fa tremare il subwoofer, quindi il colpo di rullante di Wydler come una fucilata, ad aprire il sipario su un tappeto di synth dove decolla lo splendido riff di piano di Cave – un carillon da film noir o horror, fate voi. La declamazione di King Ink è una lenta discesa negli inferi che deflagra – in coro – nell’ossessivo, minacciosissimo ritornello: “Do you love me?/ Do you love me?/ Do you love me?/ Do you love me?/ Like I love you”. Un’offerta che non si può rifiutare, per un amore malato e malvagio. I versi del brano, infatti, alternano una descrizione quasi schizofrenica di una relazione – con l’amata capace di offrire insieme liberazione e tormento (“I found God and all his devils inside her… She had a heartful of love and devotion/ She had a mindful of tyranny and terror”) – e il racconto in prima persona della iniziazione sessuale violenta di un ragazzino in un cinema. Cave canta con voce trafitta dalla disperazione, esprimendo la sfiducia che corrode una relazione sentimentale, mentre l’organo pulsante, la magnetica linea melodica del piano e il basso incalzante sfiorano il soul di Memphis degli anni Sessanta. Una prodezza cui il suo autore darà anche un seguito, nella traccia posta proprio in coda all’album, “Do You Love Me? (Part 2)”, più spoglia e lenta della prima parte, come a voler finalmente stemperare una tensione rimasta altissima per tutti i dieci brani che compongono l’opera. Ma non c’è nulla di rassicurante in questo incubo lynchiano da cabaret notturno in dissoluzione.
“Esisteva una vaga idea secondo cui la prima esperienza d’amore determina la capacità che si avrà negli anni successivi di esprimere le proprie emozioni – rivelerà Cave – Così la canzone parlava di molte cose: impotenza creativa, incapacità di scrivere, incapacità di relazionarsi nel modo giusto con una donna… Ho lavorato enormemente su questo pezzo. Sono passato attraverso centinaia di trasformazioni differenti e speravo di aver mantenuto un alone di mistero attorno alla canzone, dandole allo stesso tempo una qualità inquietante”.

Alla fine dell’estate del 1993 Cave ha scritto gran parte del materiale per l’album e, all’inizio di settembre, la band si ritrova per due settimane ai Townhouse III Studios. Entrambe le versioni di “Do You Love Me?” vengono registrate durante quelle sessioni: Rowland Howard e Tex Perkins dei Cruel Sea contribuiscono con cori nel ritornello della Parte 1, mentre Katherine Blake e Donna McEvitt dei Miranda Sex Garden aggiungono armonie eteree alla Parte 2. La lavorazione dell’album subirà quindi una lunga pausa quando i Bad Seeds partiranno per un tour europeo di dodici date, iniziato a Praga il 21 settembre, per promuovere il cd “Live Seeds”.
Secondo singolo, uscito poco dopo la pubblicazione dell’album, “Loverman” è ancor più disturbante. Narra infatti un caso di violenza sessuale dal punto di vista dello stupratore: “Take off that dress I’m coming down, I’m your loverman”. Anche qui è il piano a costruire l’ossatura del brano, ma il ritornello deflagra con un’energia ruvida, come in uno dei primi numeri punk dei Birthday Party, mentre un impassibile Casey reitera a oltranza la sua linea blues di basso. Un blues animalesco in stile Robert Johnson, in cui tutto si fa sempre più inquietante, dalle voci mefistofeliche sussurrate in sottofondo al momento in cui Cave usa addirittura il titolo della canzone come acronimo per descrivere i desideri malvagi del protagonista che, in un perverso gioco delle parti, invita la sua vittima a violentarlo:

L is for love, baby
O is for only you that I do
V is for loving virtually all that you are
E is for loving almost everything that you do
R is for rape me and
M is for murder me and
A is for answering all of my prayers
N is for knowing your loverman’s going to

Il tono dell’interpretazione, descritto efficacemente da Chris Bohn come “a metà tra Barry White e una delle creazioni più squilibrate di Dennis Hopper”, sposa le esplosioni viscerali del ritornello alle minacciose aperture soul delle strofe. Passaggi scritti da Cave direttamente in studio. “Nick sentiva che alla canzone mancasse slancio – racconterà Mick Geyer – Quando arrivò il momento di registrare la voce, la ripeteva più e più volte finché la voce stessa non sviluppava schemi e ritmi come uno strumento vero e proprio. Poi raddoppiò la traccia vocale, aggiunse grugniti e urla di enfasi, e tutto questo sollevò il pezzo”. Un abisso di orrore per uno degli episodi più incandescenti dell’album, di cui arriveranno nel tempo due illustri cover, ad opera dei Metallica (in “Garage Inc.”, 1998) e di Martin Gore dei Depeche Mode nel suo album solista del 2003 “Counterfeit²”.

Mani insanguinate

Terzo singolo – e colpo da ko definitivo per i pochi ascoltatori rimasti ancora in piedi – giunge la suddetta “Red Right Hand”, introdotta dal celebre rintocco di campane, per un’altra parabola nera da antologia. Stavolta nel mirino finisce l’egoismo di una società avida e subdola, impersonificata da quei conduttori di talk show televisivi capaci di strappare confessioni morbose per aumentare gli ascolti: “You’ll see him in your head, on the Tv screen/ And hey buddy, I’m warning you to turn it off” (“Lo vedrai nella tua testa, sullo schermo della tv, ehi amico, ti avverto di spegnerla”). La citazione letteraria del titolo – dal poema epico “Paradise Lost” (1667) di John Milton, dove l’espressione allude alla mano vendicatrice di Dio – sembra invece saldarsi anche a un simbolo di una organizzazione terroristica unionista nord-irlandese che, con i dovuti adattamenti storici, figura proprio in quella serie “Peaky Blinders” che renderà celebre il brano. Al punto che l’uomo alto e affascinante che giunge tra nubi tempestose con un lungo cappotto nero impolverato e una mano destra rossa di sangue sembra proprio Thomas Shelby/ Cillian Murphy. Un’invettiva in piena regola, insomma, sospinta da un riff funk teso e serrato e scandita da colpi di batteria che hanno il fragore del tuono, mentre la chitarra ritmica di Blixa Bargeld si fa strada, sempre tagliente e carica di eco, allestendo un’atmosfera tesa e bluesy, in cui s’insinua l’organo con una melodia da film horror. “Durante le registrazioni Blixa mi disse che era il miglior suono di chitarra che avesse mai avuto”, rivelerà Tony Cohen. In un ipotetico seguito, intitolato “Red Right Hand II”, la canzone assumeva la forma di una narrazione in prima persona di un serial killer schizofrenico che uccide moglie e tre figli per poi cambiare ancora identità e irretire un’altra famiglia destinata alla tragedia. Ma questo brano, insieme all’altra sanguinolenta “O’Malley’s Bar” (già incisa un anno prima), avrebbe posto le basi per il successivo e altrettanto fortunato progetto di Cave, dedicato alle “Murder Ballads”.

Un terreno, quello delle novelle d’amore e morte, che già affonda solide radici in “Let Love In”, popolato di figure macabre e sanguinarie. Come “l’uomo crudele” che ha punito la “Nobody’s Baby” per cose che “persino l’amore non permette”. Originariamente scritta per Johnny Cash, salvo poi decidere di realizzarla in proprio, è una dolente ballad con una melodia di chitarra che richiama la “Here Comes The Night” di Van Morrison e con il crooning afflitto dell’australiano supportato da piano e batteria per un soffice flusso sonoro di marca southern gothic, non troppo distante dallo standard di ballata acustica che Cave avrebbe inaugurato a partire da “The Boatman’s Call” (1997). Non meno cupa la storia di “Jangling Jack”, ingenuo inglese in visita a New York, che viene sopraffatto dalla violenza del Nuovo Mondo: entra in un bar, brinda agli Stati Uniti e ai suoi “perdenti e vincitori” e viene immediatamente ucciso, ritrovando solo nell’agonia la lucidità per comprendere la realtà in cui si trova: “Vede la città impazzita, vede i morti ammucchiati a pile”. Cave in seguito l’avrebbe definito “un pezzo spazzatura sulla violenza insensata, irrazionale e repellente dell’America”: un pretesto per sfogare il proprio disgusto verso un paese che ormai detestava. Musicalmente, invece, il cantautore australiano torna alle origini, con un forsennato punk-rock che si consuma in meno di tre minuti tra scudisciate di chitarra e ululati demoniaci.

My funeral, my trial

Ma la dimensione cupa in Cave si accompagna sempre a una bruciante autoironia. Eccolo, allora, intento a mettere in scena il proprio necrologio nella melodrammatica “Lay Me Low”, grottesca marcia funebre che descrive la bara di King Ink trasportata da un corteo lungo “dieci miglia” (“The motorcade will be ten miles long/ The world will join together for a farewell song/ When they put me down below”) e interviste ai suoi ex-insegnanti che riveleranno come fosse “una delle creature più miserabili di Dio” (“one of God’s sorrier creatures”), ma senza rinunciare a osservazioni più serie e pensose come: “I miei amici rinunceranno alla lotta, vedranno il mio lavoro sotto una luce diversa, quando me ne andrò”.
E l’autocommiserazione prende piede nel rockabilly in 2/4 di “Thirsty Dog”, presentato come una “trashcan song” usa e getta, ma in realtà tra le più lucide riflessioni personali mai scritte da Cave. Con echi della rappresentazione dell’amore come ostilità aperta del Leonard Cohen di “There Is A War”, Nick snocciola una litania incessante di scuse alla propria amante, riflettendo sulla propria esistenza autodistruttiva: “Non ero capace di sapere come prendersi cura di qualcuno, e nelle rare occasioni in cui riemergevo per respirare vedevo la mia vita e mi chiedevo che diavolo stessi vivendo”. (“I was not equipped to know how to care, and on the occasions I came up for air, I saw my life and wondered what the hell I had been living”). L’ultima strofa, devastante, si chiude con versi profetici: “Mi dispiace di essere sempre ubriaco, mi dispiace di esistere, e quando guardo nei tuoi occhi vedo che anche tu sei dispiaciuta” (“I’m sorry that I’m always pissed, I’m sorry that I exist, And when I look into your eyes, I can see you’re sorry too”). Il ritornello ha un’immediatezza travolgente, mentre i cori (“I’m sorry, I’m sorry, I’m sorry, I’M SORRY”) si gonfiano progressivamente fino a intrecciarsi con il refrain di Cave.

Le canzoni dell’amore perduto

Ma “Let Love In” è anche un album sull’amore perduto, con due ballate dolenti a incorniciare altrettante sconfitte. La quasi title track “I Let Love In”, scritta – a quanto pare – in soli quindici minuti, sprofonda in languori blues-country con una melodia di chitarra struggente ad assecondare una progressione armonica semplice e innodica come fosse un traditional che si tramanda di generazione in generazione. Con un testo che spiega cosa può succedere se si accetta l’esortazione del titolo, offrendo una rappresentazione spietata delle prove e delle ricompense insite in una relazione: “Tesoro, tu sei la punizione/ Per tutti i miei precedenti peccati/ Ho lasciato entrare l’amore/ Nella porta si aprì solo uno spiraglio/ Ma l’amore era scaltro e audace/ La mia vita mi è scorsa davanti agli occhi/ Un orrore da ammirare”. Chiudendo con versi raggelanti: “Far worse to be Love’s lover than the lover that Love has scorned” (“Essere l’amante dell’Amore è assai peggio che essere l’amante che l’Amore ha disprezzato”).
Altra testimonianza di un amore burrascoso che lascia solo devastazione e macerie, è quella che resta forse la ballata più bella del disco, “Ain’t Gonna Rain Anymore”. “Una volta arrivò una tempesta sotto forma di ragazza/ fece a pezzi il mio mondo…/ e a volte giurerei di sentire ancora il suo ululato/ attraverso le macerie”, piange il Bardo pentito, tra soffici rintocchi di piano, con il violino di Warren Ellis a insinuarsi per la prima volta nel sound della band, per sottolineare la quieta disperazione del protagonista: “E non pioverà più/ Ora la mia bambina è andata/ Ora non ho nessuno da abbracciare/ Ora sono solo di nuovo”, canta dimesso. E ancora: “Quando me ne andrò/ Informeranno il capo della polizia/ Che farà un sospiro di sollievo/ Dirà che ero un delinquente, un bandito, un ladro”. Il tutto mentre un hook elegante e irresistibile al contempo rapisce quel che resta dell’ascoltatore. “Mentre scrivevo il brano stavo cercando una metafora appropriata per una certa donna e, dopo molte riflessioni, conclusi che la pioggia fosse perfetta”, racconterà Cave.

Perfetta sintesi tra il febbricitante post-punk dei Birthday Party, il torbido gothic-blues degli esordi da solista e le maestose ballate cantautorali di “The Good Son”, “Let Love In” è, a giudizio di scrive, uno dei vertici assoluti del canzoniere di Cave. Un girone dantesco in cui demoni, criminali e assassini, riuniti alle loro vittime, espiano i loro peccati, accomunati da un disperato – e irredimibile – bisogno d’essere amati. È l’album che porterà il marchio Nick Cave & The Bad Seeds a un successo pieno e stabile: primo disco d’argento, ingresso nella Top 20 britannica e nella Top 10 australiana, mercati nei quali non ha più smesso di consolidare la propria presenza dal 1994 in avanti.
Da allora, il percorso del cantautore australiano sarà costellato di successi, bagni di folla e peana della critica, oltre che dai noti, terribili lutti familiari. Ma per ricercare la pura essenza del Cave-sound, i semi cattivi di uno stile rimasto unico e impareggiabile nel tempo, bisognerà sempre lasciare entrare l’amore attraverso queste dieci disperate, indimenticabili canzoni.


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