Cultura

Cannes 2026 – La bola negra: il film più ambizioso del Festival

Thierry Frémaux, delegato generale del Festival di Cannes (l’equivalente di un direttore artistico), ha visto giusto nel collocare verso la fine del festival un film su cui pochissimi sapevano cosa aspettarsi, spendendo parole intriganti all’apertura e lasciando poi montare l’attesa: La bola negra è l’opera seconda del duo Los Javis, ovvero Javier Ambrossi e Javier Calvo, noti in patria per alcune serie televisive diventate un fenomeno locale.

Lorca come centro di gravità: tre epoche, un manoscritto


La vera sorpresa è che questo film, su cui i due hanno lavorato per circa otto anni, è il più ambizioso — produttivamente e narrativamente — visto in questo Cannes. Il punto di partenza è il racconto incompiuto di Federico García Lorca che dà il titolo al film, iniziato qualche tempo prima che il poeta venisse fucilato dai franchisti. La bozza manoscritta è il centro che collega tre episodi: la visualizzazione del racconto, ambientata nel 1932 durante la Repubblica Spagnola; la vicenda di un ragazzo finito per caso nella Guerra Civile nel 1937; la storia di Alberto, uno storico che nel 2017 riceve la telefonata dell’avvocato del nonno, incaricato di consegnargli una preziosissima eredità.

Los Javis, insieme al drammaturgo Alberto Conejero (che ha scritto una pièce a partire dalla vicenda di Lorca) e sotto l’ala protettiva di Pedro Almodóvar alla produzione, realizzano un dramma storico e contemporaneo che attraversa novant’anni di storia spagnola attraverso l’omosessualità dei tre protagonisti (Milo Quiñes, Guitarricadelafuente e Carlos González), senza cercare la denuncia dei diritti negati, ma mostrando i modi in cui l’amore e la vita trovano la loro strada anche nelle situazioni più drammatiche.

Un melodramma festivaliero che sa di musical e di Almodóvar


La bola negra è un film che, partendo dalla formazione dei due registi — il cuore pulsante della comunità LGBTQ+, la movida degli anni Duemila, i musical a teatro e le serie tv — si veste di serietà da grande melodramma festivaliero, pieno di effetti emotivi ed estetici, di sentimenti epici, senza però rinunciare alla disinvoltura stilistica nella messa in scena, a un montaggio di grande precisione, a un uso notevole del sonoro e del fuori campo. È soprattutto un film estremamente musicale, in cui canzoni e melodie — tradizionali e contemporanee — scandiscono il racconto e definiscono gli stati emotivi, come insegna il maestro Almodóvar, diventando uno strumento registico autonomo su cui costruire intere sequenze, come quella sorta di scena musical con Carlos ubriaco.

Non è un film sottile, quello dei Javis: cerca la commozione e il grande pubblico, e lo fa con perizia e talento, forse con un pizzico di programmaticità di troppo. Il suo vero limite, però, è il finale ridondante in cui — per amore della narrazione, come nelle grandi storie di oggi — si vuole dire tutto e troppo, non si rispetta quel mistero che nel film stesso viene citato come segreto di ogni buon racconto. E quando si svela il mistero, anche il trucco più sofisticato finisce per risultare prevedibile.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »