Friuli Venezia Giulia

L’impero stanco, tramonto dell’egemone americano

19 maggio 2026 – ore 21:00 – Premessa e primo apprezzamento valutativo – Mentre siamo in attesa di conoscere e analizzare gli esiti della visita in Cina del presidente russo Vladimir Putin e gli sviluppi delle negoziazioni tra Stati Uniti e Iran, oggi concentreremo la nostra attenzione su una lunga intervista che l’esperto analista americano Lawrence Wilkerson ha rilasciato, nella prima settimana di maggio u.s., al noto giornalista e conduttore televisivo statunitense Tucker Carlson, prevalentemente incentrata sul conflitto iraniano. Questa intervista, nei suoi contenuti principali, sta dividendo l’opinione pubblica americana ed è oggetto di dibattiti anche decisamente aspri. Lawrence Wilkerson, già colonnello dell’esercito americano ed ex capo di gabinetto del segretario di Stato degli Stati Uniti Colin Powell, attualmente Senior Fellow presso il prestigioso Eisenhower Media Network, viene ritenuto da numerose università e istituti di ricerca americani tra i più influenti analisti geostrategici.

Siamo nelle condizioni di proporvi solamente alcuni estratti di questo lungo incontro, unicamente per ragioni di spazio, anche se l’intervista completa è possibile leggerla o vederla nei link in descrizione.

Desidero proporvi questi stralci non solo perché vedremo come le attuali azioni militari in Medio Oriente stiano influenzando la Belt and Road Initiative cinese, innescando potenzialmente un cambiamento economico globale che sarebbe ritenuto da Washington una concreta minaccia al dominio marittimo ed economico-finanziario degli Stati Uniti, ma anche in quanto l’intero contenuto dell’intervista ci aiuta a comprendere alcuni dei profondi conflitti interni che attanagliano la complessa realtà di un impero, quello americano, in profonda crisi d’identità e asseritamente privo di una visione strategica di ampio respiro.

https://singjupost.com/tucker-carlson-show-w-colonel-lawrence-wilkerson-on-iran-update-transcript/
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Il ruolo della Cina nel conflitto in Iran

TUCKER CARLSON: Colonnello Wilkerson, grazie mille per aver accettato di partecipare. Credo che la maggior parte degli americani consideri questo conflitto come una guerra tra gli Stati Uniti, in collaborazione con Israele, e l’Iran, ma ovviamente ci sono molti altri attori coinvolti, forse in modi che non percepiamo… Qual è il ruolo della Cina in questo conflitto?

LAWRENCE WILKERSON: È un ruolo che, a mio avviso, al momento è stato loro imposto. Non che non siano in grado di gestirlo. Sembrano piuttosto adattabili a questa presidenza e a questo impero frenetico e indeterminato. Ma è un ruolo che è stato loro imposto perché non pensavano che le cose sarebbero andate in questo modo, credo. Vale a dire: alcune cose che accadono durante la guerra in Iran probabilmente li turbano. Ad esempio, l’ultima ferrovia completata nell’ambito della loro iniziativa “Belt and Road” era probabilmente la più strategica sotto molti aspetti. Collega i porti cinesi del Pacifico via terra e poi era destinata a risalire il Golfo Persico lungo la vecchia rotta che usavamo per rifornire l’Unione Sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale e, infine, a raggiungere il Caucaso e oltre. E ora la stiamo bombardando. Israele e noi stiamo bombardando quella ferrovia. Certo, le ferrovie non reggono bene i bombardamenti. Potresti sganciare su di esse tutte le munizioni del mondo e troverebbero comunque un sacco di persone pronte a ripararle in breve tempo. Ma ciò dimostra che c’è qualcosa di più in questa guerra di quanto forse sappia persino Trump. Sono sicuro che ci siano persone al Pentagono che ne sono a conoscenza e il mondo ne è fondamentalmente all’oscuro.

Cosa sa il Pentagono?

TUCKER CARLSON: Bene, puoi approfondire questo punto? Ci sono cose che accadono di cui il presidente non è a conoscenza, ma che sicuramente alcuni strateghi del Pentagono conoscono. Di cosa si tratta?

LAWRENCE WILKERSON: Beh, una di queste è il bombardamento di quella ferrovia. È iniziato tutto di recente, con Israele e gli Stati Uniti che l’hanno individuata come obiettivo principale. E una delle cose che stanno cercando di fare, ovviamente, e questa è una questione geostrategica di enorme importanza che la maggior parte delle persone credo non abbia compreso del tutto, è la seguente. Se torniamo indietro nel tempo, agli imperi precedenti, quando il vero potere culturale, tecnologico, economico, militare e di altro genere risiedeva in Oriente, vediamo che uno dei modi in cui quegli imperi sconfissero altri imperi fu quello di spostare il commercio marittimo verso la terraferma, perché il commercio marittimo stava semplicemente diventando troppo costoso. Riuscirono, ad esempio, a mandare in rovina l’Impero portoghese. E quello che fecero fu spostare una delle loro rotte principali.

La rotta principale era quella che la Cina sta ora utilizzando per risalire il Golfo Persico e raggiungere l’Azerbaigian, l’Armenia e la Georgia, il Caucaso e, proseguendo verso nord, congiungendosi con le altre tre linee ferroviarie della Belt and Road Initiative, che, per inciso, sono state seriamente influenzate dalla guerra in Ucraina.

Questo vi dice qualcosa dal punto di vista geostrategico? Non stanno più sbarcando in Europa come previsto. Hanno praticamente smesso. E cosa comporta questo? Beh, in pratica, queste ferrovie significano che, invece di 23-25 giorni e costosi viaggi marittimi per i prodotti cinesi provenienti dai porti del Pacifico, ora ci vogliono 16 ore per raggiungere il cuore dell’Europa. Si tratta di un cambiamento enorme, che allontanerà gran parte del commercio marittimo e che, in una certa misura, renderà obsoleti il Canale di Bab el-Mandeb, lo Stretto di Hormuz, il Canale di Suez, forse persino il Canale di Panama, nonostante la Cina abbia costruito quel porto super lussuoso e all’avanguardia sulla costa occidentale del Perù. Ma questo riguarda il Pacifico e quell’aspetto del commercio. Quindi non aspettatevi che gran parte di quel commercio passi attraverso il canale.

Queste ferrovie rappresentano pertanto una svolta epocale per il commercio. E pensate un attimo a uno dei presunti punti di forza degli Stati Uniti: la loro potenza marittima. Non avremo più bisogno di pattugliare i mari. Tutto il traffico avverrà via terra.

La geografia del commercio e della strategia

TUCKER CARLSON: Credo che molti americani siano molto svantaggiati nel comprendere questo concetto perché non hanno familiarità con i meccanismi del commercio; i prodotti semplicemente compaiono. Non è chiaro come ciò avvenga e manca loro un senso della geografia. L’idea che si possa raggiungere la Cina dall’Iran via terra… Credo che alla gente manchi la prospettiva di come ciò possa accadere esattamente. Ma è chiaro che il Pentagono comprende queste questioni, giusto? Quindi stanno bombardando quella ferrovia per un motivo, che sarebbe? Secondo te?

LAWRENCE WILKERSON: Beh, per fare un passo indietro e dire alla Cina che sappiamo cosa stanno facendo e che non ci piace. Quella rotta rappresenta di per sé una minaccia serissima, considerando gli scambi commerciali nel periodo immediatamente precedente alla Seconda Guerra Mondiale, quando Gran Bretagna e Stati Uniti si infiltrarono in Iran. E intendo proprio che ci infiltrammo. All’epoca gli iraniani erano simpatizzanti nazisti. Costruimmo una strada e la presidiammo con misure di sicurezza. E, a quel tempo, gli iraniani non potevano opporre molta resistenza. E noi spedivamo ogni genere di merce lungo quella strada, fino nel cuore dell’Unione Sovietica. Stalingrado non avrebbe mai resistito senza quella via di rifornimento. Centinaia di migliaia di camion, veicoli a ruote e altri mezzi bellici percorrevano quella strada. Era seconda solo a Murmansk in termini di importanza strategica. Anzi, era più importante di Murmansk. Quanti americani lo sanno? Quanti americani lo sapevano all’epoca?

Si tratta quindi di un vero e proprio punto di svolta per gli Stati Uniti. Se dovranno affrontare concretamente la Cina, se dovranno un giorno entrare in guerra con essa, se dovranno combatterla, sarà fondamentale il controllo di queste linee di comunicazione. E ora non le controlliamo.

Strategia a lungo termine della Cina

TUCKER CARLSON: Qual è dunque la prospettiva cinese al riguardo?

LAWRENCE WILKERSON: Come è sempre stato fin da quando Deng Xiaoping ha dato inizio al capitalismo con caratteristiche cinesi, Pechino non vuole la guerra. I cinesi ci dicono: “Vi sconfiggeremo senza combattere. Vi sconfiggeremo tecnologicamente. Vi sconfiggeremo culturalmente. Vi sconfiggeremo militarmente. Vi sconfiggeremo in ogni dimensione del potere che potete immaginare”.

Quest’ultimo editto di Xi Jinping, che a quanto pare la stampa americana ha completamente ignorato, è solo l’ultimo di una serie di editti emanati dai premier cinesi a partire da Deng Xiaoping. Hu Jintao è stato un’eccezione, uno dei motivi per cui lo hanno rimosso. Ma Xi Jinping è sempre stato in prima linea. E quest’ultimo editto afferma testualmente: “Siamo sostanzialmente vincenti in ogni ambito del potere globale, tranne uno. Ora ci occuperemo di quello”. E questo ambito è il controllo finanziario.

Ciò significa che il renminbi (la valuta avente corso legale nella Repubblica Popolare Cinese) sostituirà il dollaro in ogni ambito, dalle vendite di petrolio a qualsiasi altra cosa. Diventerà la valuta di riferimento e di riserva. Lo è già, in larga misura, per circa il 40% del mondo. L’obiettivo è raggiungere il 60-70%. Vogliono rispedire il sistema di Bretton Woods da dove è venuto. Vogliono eliminare lo SWIFT. Vogliono eliminare la nostra capacità di sanzionare i Paesi. Questo è uno dei loro obiettivi principali…

Competizione economica contro competizione militare

TUCKER CARLSON: …Ma mi chiedo, ad esempio, parlando della Cina: noi vediamo la nostra competizione principalmente in termini militari, credo. È di questo che parliamo in pubblico. Nessuno parla mai delle dimensioni relative delle economie…

LAWRENCE WILKERSON: Ma questa è una novità. Durante la mia amministrazione, durante l’amministrazione di George W. Bush, Colin Powell si occupava di una sola questione internazionale importante, e quella era la Cina. Ed io ero lì quando George W. Bush disse che la sua importanza per Walmart significava che Dick doveva starne alla larga. E con questo intendeva dire che eravamo in competizione economica strategica con la Cina. E a lui non dispiaceva, perché pensava che fossimo migliori di loro nel capitalismo e che dovessimo certamente andare fieri di noi stessi in questo senso.

Così diede piena libertà d’azione a Colin Powell, e Powell ostacolava costantemente il vicepresidente in quei termini, perché Donald Rumsfeld e Dick Cheney oscillavano tra il volere una guerra calda e una guerra fredda. In realtà preferivano la seconda soluzione con la Cina, e Bush non la voleva. Quindi lasciò Colin libero di agire, soprattutto su Taiwan. E finì che, alla fine del suo primo mandato, dovette ripudiare pubblicamente Chen Shui-bian e dirgli di smetterla con il suo referendum sull’indipendenza e di lasciar perdere, perché sapeva che quella era una linea rossa per Pechino. Quindi credo che quello sia stato l’ultimo presidente ad avere la capacità di comprendere fondamentalmente questa relazione economica e di pensare che potevamo provare a combatterla…

La spinta verso una nuova guerra fredda

TUCKER CARLSON: Da dove viene l’impulso a entrare in guerra con la Cina? Perché mai si dovrebbe volerlo? Perché Dick Cheney, Rumsfeld e tanti altri sembravano sostenerlo?

LAWRENCE WILKERSON: Non credo che volessero davvero una guerra vera e propria, ma ciò che spaventava me e anche Colin Powell era la loro apparente disponibilità ad accettarla se non fossero riusciti a ottenere la Guerra Fredda. In realtà, ciò che desideravano era un sostituto della Guerra Fredda che esercitasse su di noi le stesse pressioni della Guerra Fredda e questo, secondo loro, sarebbe stato positivo.

Cheney a volte si lasciava sfuggire dichiarazioni del tipo: “Non vogliamo che la gente ci ami, vogliamo che la gente ci tema”. E andava bene. Ma non fu ben accolto, credo, da un vero cristiano — intendo un vero cristiano — quale era George W. Bush. E quindi, in questo senso, lo spinse verso il campo di Powell.

Ma loro volevano sicuramente quella Guerra Fredda perché, a giudicare dalla loro esperienza di vita, pensavano che quello fosse l’unico modo per mantenere l’impero al potere e sotto controllo, a livello nazionale e internazionale: esercitare una pressione enorme e costante. Ed era anche l’unico modo per Halliburton, Lockheed Martin e una miriade di altre aziende.

Il rapporto di Iron Mountain e la necessità di minacce esterne

TUCKER CARLSON: Ma cosa intendi quando dici che una Guerra Fredda sarebbe l’unico modo per mantenere unito l’impero al suo interno? Cosa significa?

LAWRENCE WILKERSON: Serve un nemico esterno. Se avete mai letto qualcosa — forse siete troppo giovani — c’era una discussione sul fatto che fosse una parodia fantasiosa di qualcuno del New Yorker o uno studio serio. Si chiamava “Rapporto dalla Montagna di Ferro”. Era un opuscolo. Lyndon Johnson, quando lo lesse, disse al suo staff di sbarazzarsene, di bandirlo. Non accadde. Il New York Times lo riprese. Diventò virale. Ne uscirono due numeri.

In quel rapporto, che molti ritenevano fosse una vera e propria risposta al discorso di Kennedy tenuto a giugno all’American University, si analizzavano tutti i parametri della Guerra Fredda e si concludeva che la pace era impossibile. Un impero come gli Stati Uniti d’America non sarebbe potuto sopravvivere. La minaccia deve essere costante. Deve esistere perché il sistema possa sopravvivere.

Alla fine dissero che, se si fosse potuto immaginare un altro modo per creare lo stesso tipo di pressione che quella minaccia esercitava, sarebbe stato difficile. Dissero anche che la religione un tempo faceva lo stesso. I monarchi, i principi, i prelati minacciavano il popolo con Dio e questo li teneva a bada. “Brucerete all’inferno se non fate quello che vi dico”, cose del genere. Torquemada guardava i musulmani e diceva: “Pentitevi, diventate cristiani o vi taglierò la gola”. Ed era quello che faceva se non si pentivano. Molti di loro si pentirono.

Avrebbero potuto continuare in quel modo, ma pensavano che fosse superato, che quel tipo di minaccia non avrebbe avuto lo stesso effetto di una vera e propria minaccia statale. E quindi la loro conclusione fu che Kennedy era pazzo. Serviva quel tipo di minaccia esterna per tenere a bada un Paese così variegato, diversificato e, in definitiva, potente come l’America. Serviva quel tipo di minaccia per mantenere i propri cittadini obbedienti. Anche questo fa parte del gioco: fare in modo che rispettino le regole, paghino le tasse e tutto ciò che si fa in uno Stato che un tempo era una repubblica e ora è un impero…

Rischi derivanti dal coinvolgimento della Cina nel conflitto

TUCKER CARLSON: Gli Stati Uniti, insieme a Israele, stanno distruggendo infrastrutture costruite dai cinesi. Sembra un passo importante e, così facendo, si rischia un ulteriore coinvolgimento della Cina in questo conflitto. Stiamo correndo questo rischio?

LAWRENCE WILKERSON: Penso di sì. Non siamo ancora al punto di svolta, credo. Sto aspettando di vedere esattamente come gestiremo tutte le spedizioni cinesi. Quello, secondo me, sarebbe un punto di svolta decisivo e potrebbe far infuriare ulteriormente la Cina, spingendola forse a fare anche di più di quanto stia già facendo…

Conseguenze economiche e rischio di recessione globale

TUCKER CARLSON: Come pensi che si possa riaprire lo Stretto di Hormuz adesso?

LAWRENCE WILKERSON: Credo che dovrà essere la forza della realtà a indicarcelo. Sto esaminando attentamente le analisi economiche che mi dicono che, entro la fine di giugno, se non torneremo a livelli di trasporto marittimo ragionevoli, saremo certamente in recessione, una recessione globale. E se si arriva alla fine di agosto, potremmo trovarci in una depressione globale.

E Putin e Trump possono ripetere all’infinito che abbiamo un sacco di GNL, un sacco di petrolio e tutto il resto. Non importa. Non si può sopravvivere economicamente in un contesto di autarchia di questo tipo… Quindi credo che non solo questo ci colpirà, ma che, allo stesso tempo, con il nostro incredibile debito, potrebbe spingere Xi Jinping ad accelerare la sostituzione del dollaro con il renminbi

Israele, Iran e la questione della sopravvivenza

TUCKER CARLSON: Cosa pensa che Israele farà e dovrà fare se, a giugno, luglio o agosto, quando gli effetti economici diventeranno impossibili da ignorare, pericolosi per tutti, e i regimi di tutto il mondo vacilleranno di fronte alla recessione e alla depressione, gli Stati Uniti diranno: “Noi ce ne andiamo”, lasciando il regime iraniano al comando, davvero al comando, e più potente di quanto non fosse il 27 febbraio? Israele può convivere con questa situazione?

LAWRENCE WILKERSON: Credo di no. E probabilmente sapete cosa penso dello Stato ebraico di Israele. Non credo che abbia una visione a lungo termine. Non credo che possa sopravvivere nel Levante perché l’idea originale era quella di un rifugio sicuro, e invece è tutt’altro che un rifugio sicuro. E questo è stato dimostrato in modo lampante a tutti i suoi cittadini ebrei, molti dei quali se ne sono andati. E sì, probabilmente ne sarebbero andati via ancora di più se Netanyahu glielo avesse permesso.

Quindi penso che possa sopravvivere come democrazia, una vera democrazia. Vale a dire: arabi palestinesi, cristiani, tutti coloro che vivono lì, e gli ebrei che vivono lì con loro. E non credo alla storia del potere del grembo materno. Non credo che sarebbe un cambiamento così rapido e travolgente da impedire di adattare la democrazia a una vera democrazia, anche se i cittadini ebrei diventassero improvvisamente una minoranza. O meglio, non credo che sarebbe un cambiamento improvviso. Come ho detto, credo che avverrebbe nel tempo. Ma non vogliono farlo. E quindi penso che stiano sigillando la propria fine come Stato nel Levante, democratico o meno.

E quindi hai ragione, è una situazione pericolosa. E quello che stiamo facendo in Libano, in questo momento, è semplicemente inconcepibile. La Cisgiordania è già abbastanza grave, ma in Libano uccidiamo 200 o 300 civili ogni 48 o 96 ore. E sono solo civili. Bombardiamo lavanderie, bar, ristoranti, hotel. Noi… dico sempre “noi” perché Israele non potrebbe farlo senza di noi.

E… abbiamo costruito l’ambasciata più costosa e più grande del mondo. Dove l’abbiamo costruita? L’abbiamo costruita a Beirut. Perché l’abbiamo fatto? Beh, non per la diplomazia. L’abbiamo costruita lì perché è un rifugio per il Mossad, l’MI6 e la CIA, e perché in quella posizione strategica nel Mediterraneo orientale puntiamo le nostre armi contro la Cina e la Russia, se necessario. Ma non abbiamo alcun rispetto per il Libano. Il Libano potrebbe scomparire domani mattina. La nostra ambasciata sarebbe ancora lì, fortificata fino al midollo. Ovviamente, non ce ne importa più niente. E siamo legati alle persone sbagliate in Libano. In realtà, lo siamo sempre stati…

Trump, Netanyahu e il vero motivo della guerra con l’Iran

TUCKER CARLSON: È una cosa molto, molto cupa. Voglio dire, l’abbiamo pagata noi. Quindi cosa ne pensi? Il presidente Trump non ha spiegato veramente perché ha iniziato questa guerra, se non dicendo che l’Iran non può avere armi nucleari, il che non è una spiegazione adeguata. Qual è, secondo te, il vero motivo per iniziare una guerra con l’Iran?

LAWRENCE WILKERSON: Credo che la maggior parte dei suoi consiglieri, almeno quelli principali, dicesse di no o, insomma, si opponesse. E Netanyahu lo ha convinto a farlo. Ora, perché abbia dato ascolto a Netanyahu quando tutti gli altri erano almeno in qualche modo contrari, se non fortemente contrari, non lo sappiamo…

Non credo che Trump nutra una grande stima per Bibi Netanyahu, nel senso che non lo ama particolarmente. Ma qualcosa gli ha suggerito, gli ha indicato che doveva andare contro il parere di tutti i suoi consiglieri e seguire la linea d’azione raccomandata da Netanyahu, che, ovviamente, ritengo disastrosa. Eppure, lo ha fatto.

Le relazioni tra gli Stati Uniti e Israele dopo la guerra

TUCKER CARLSON: Il rapporto tra America e Israele cambierà dopo la fine di questa guerra?

LAWRENCE WILKERSON: Non vedo come le cose possano rimanere le stesse con un presidente che deve capire cosa sta succedendo al popolo americano. Soprattutto a causa di Charlie Kirk. Sì. Quello che sta succedendo al popolo americano, persino nel cuore del MAGA, in particolare tra i quarantenni e i ventenni nei campus universitari e cose del genere, in generale, è che non gli piace Israele, punto e basta. Anche io potrei usare una parola più forte di “non mi piace”.

TUCKER CARLSON: Perché lo colleghi a Charlie Kirk?

LAWRENCE WILKERSON: Perché penso che stesse cambiando idea, ed era ovvio che stesse cambiando idea sul suo attaccamento a Israele, sia in termini di sicurezza degli Stati Uniti sia in termini di interesse per il popolo americano. Penso che stesse iniziando a rendersi conto che era velenoso e pericoloso. Non penso nemmeno per un istante che, in futuro, non scopriremo qualcosa sul suo assassinio che assomigli a quello di Kennedy. E a quello di Martin Luther King e di altri che sono stati uccisi nel nostro Paese, il che, sai, riguarda le persone all’estero con cui a volte parlo di rado ora, ma con cui parlavo molto prima, come in Francia, Inghilterra e Germania. Sì, non capiscono perché uccidiamo le persone al ritmo con cui le uccidiamo, sai…

Uomini armati solitari, cospirazioni e potere consolidato

TUCKER CARLSON: “Lei assassina persone con una certa frequenza”. Ho avuto un’esperienza molto simile. In tutti i Paesi in cui sono stato, a parte questo, non ci credono. Ma lei pensa che sia vero. È abbastanza ovvio che i killer solitari sembrano uccidere persone che rappresentano una sfida al potere consolidato, e forse non è un caso.

LAWRENCE WILKERSON: Sì, sì. Il più delle volte, credo che non sia un caso. Se si guarda indietro e si osservano gli imperi antichi, ma in particolare l’Impero romano d’Oriente e d’Occidente, l’Impero d’Oriente aveva capito come funzionava quando divenne l’Impero bizantino, e Costantinopoli cambiò rotta rispetto all’adattamento al cristianesimo da parte dell’entità dominante di allora e si ammorbidì un po’. Quel famoso periodo probabilmente ne allungò la vita di anni, se non di decenni e generazioni.

Se si guardano le persone a capo di quei gruppi, che si tratti del nuovo libro di Mary Beard, I dodici Cesari, o dei Dodici Cesari di Svetonio, tra Giulio, che attraversa il Rubicone e si dirige decisamente verso l’assassinio, anche se era stato avvertito più volte — avrebbe dovuto saperlo —, entra in Senato, viene assassinato, e poi inizia Ottaviano e la guerra civile. E poi Ottaviano diventa Augusto e consolida l’impero, e la Repubblica romana è finita, finita, totalmente finita.

E se si guarda al periodo di cui scrive, quei dodici Cesari, all’incirca tra Giulio Cesare e Svetonio, si vede la depravazione, si vede Epstein ovunque, e si capisce cosa questo provoca. Bene, dal ’45, probabilmente con la Guerra Fredda come freno, e poi dalla fine della Guerra Fredda senza alcun freno, ci siamo trasformati in quella versione dell’Impero romano d’Occidente.

Teorie del complotto e i più esperti

TUCKER CARLSON: Ah, è sconfortante vederlo. Posso farti una domanda più ampia? Ricordo che, quando ero molto più giovane, incontravo ragazzi, sai, della tua età, che lavoravano ai più alti livelli del governo a Washington, ed erano sempre molto più aperti all’esistenza di teorie del complotto. E mi chiedo se, sai, deridiamo le teorie del complotto, ma le persone che sembrano crederci di più siano anche le più informate. L’hai notato?

LAWRENCE WILKERSON: L’ho notato. Sì. E le persone che potrebbero parlarne in modo più esplicito e accurato, per così dire, a porte chiuse. Sì. Sono proprio quelle persone.

TUCKER CARLSON: È davvero interessante. Quindi, quando avevi, non so, 30 anni, probabilmente non credevi che quelle cose fossero reali, immagino.

LAWRENCE WILKERSON: Io no. Avevo grande fiducia nel mio Paese, grande fiducia in persone come George Washington, Abraham Lincoln e Thomas Jefferson, e molti altri. Sapevo che avevano dei difetti, ma avevo grande fiducia nel loro potere di costruire e nella loro fiducia in ciò che avevano costruito. Non posso più dirlo. Non posso più dirlo.

E posso persino dire, soprattutto per quanto riguarda Jefferson, che Powell mi citava sempre perché adorava i discorsi inaugurali di Jefferson. Ne sceglieva dei pezzi, tipo: “So che lascerò questo ufficio molto più amareggiato di quanto vi sia entrato”. Sai, quel genere di cose. Sì, so che non sopravviverò. La mia reputazione non sopravviverà, ed è uno dei motivi per cui Powell decise, nel 1995, di non candidarsi alla presidenza. In sostanza disse: capisco cosa intendeva Jefferson e non sono disposto a subirne le conseguenze.

Comunque, insomma, ho 81 anni ormai. E devo dire che, negli anni trascorsi da quando sono entrato nel 1993, o forse addirittura nell’89, quando ero con lui quando era presidente, nei più alti livelli del potere americano e sono stato esposto a quel potere, sono diventato davvero cinico riguardo alla nostra capacità di sopravvivere ancora a lungo in un modo che assomigli anche solo lontanamente al nostro passato.

La minaccia dell’intelligenza artificiale e il futuro dell’umanità

TUCKER CARLSON: Cosa pensi ci riservi il futuro, diciamo tra 10 anni? Cosa vedremo?

LAWRENCE WILKERSON: Sono davvero preoccupato per l’IA. Sono davvero preoccupato. Non so se avete visto l’articolo di qualche giorno fa di quel signore, non ricordo il suo nome, credo fosse di Cambridge, che ha venduto parte del suo sviluppo sull’IA a Google. È una specie di Oppenheimer del movimento IA. Raccontava di essere seduto al suo banco fuori dal laboratorio, o qualcosa del genere, quando all’improvviso gli è squillato il cellulare ed era la sua IA. Lo stava controllando. E proprio lì, al banco, ha avuto un’illuminazione. Quello che stiamo facendo è pericoloso.

TUCKER CARLSON: Hai un’idea chiara di quali potrebbero essere alcuni degli effetti?

LAWRENCE WILKERSON: Beh, ne vedo già gli effetti sui giovani con cui rimango in contatto alle università, alla GW e al William & Mary. Probabilmente ho avuto circa 600 studenti nei 16 anni in cui ho insegnato. E molti di loro rimangono in contatto con me. Uno di loro era l’assistente di Mark Carney. E quando Mark si è candidato ed è stato eletto in Canada, lo ha trasferito a un’altra persona. E io gli ho chiesto: “Per chi lavori adesso?”. E lui ha risposto: “Mike Bloomberg”. Quindi ho studenti sparsi un po’ ovunque, che rimangono in contatto con me e riflettono la mia stessa angoscia, ma in un modo molto più viscerale, perché si tratta del loro futuro. Si tratta della loro vita, e sono estremamente preoccupati per l’intelligenza artificiale.

TUCKER CARLSON: Perché pensano che ciò eliminerà i loro posti di lavoro o l’autonomia umana?

LAWRENCE WILKERSON: Questa è una parte, ma la seconda è la parte più importante. E c’è anche un altro aspetto, ovvero che non c’è modo di sopravvivere con una cosa del genere in mezzo a noi. Perché la nostra idea di autonomia umana è probabilmente una descrizione quanto mai appropriata. Ma ci sono un paio di persone che pensano che finiremo in un enorme conflitto tra robot generati dall’IA, guidati dall’IA, o qualsiasi altra cosa sia l’IA, e noi stessi.

E io sono uno che ha sempre letto e guardato fantascienza perché, il più delle volte, c’è qualcosa in quel racconto di H.G. Wells o in quello di Lucas o in qualsiasi altro — Star Trek, scegli l’adattamento video che preferisci — che è vero, che succederà. E lo vedo, e penso che lo vedano anche loro, perché sono una generazione molto più orientata ai video rispetto alla mia. Io ero principalmente una generazione orientata alla parola scritta. Lo vedono anche loro. Vedono che sta succedendo qualcosa di fantascientifico tra i più cupi, tra i più tetri.

Rischio nucleare e fine dell’impero

LAWRENCE WILKERSON: Questa è la domanda cruciale, credo, anche in relazione alla robotica. Saremo in grado di gestirla? Non molto tempo fa, un signore, credo uno scienziato della NASA, ha fatto una dichiarazione: “Ci sono stati dati poteri incredibili, ci sono state date ricchezze incredibili”, e si riferiva agli Stati Uniti. “Ci è stata data anche la saggezza. La domanda per il futuro sarà: la useremo o ne saremo sopraffatti?”…

TUCKER CARLSON: E ci troviamo proprio a questo punto perché stiamo assistendo alla fine dell’Impero americano, a una minaccia concreta per Israele. Voglio dire, l’hai appena descritta. Per la prima volta dopo tanto tempo esiste una minaccia reale, la più grande, giusto? Ed è una potenza nucleare.

LAWRENCE WILKERSON: E siamo arrivati a questo punto, come ben sapete, senza un solo trattato. Sono spariti tutti. Ognuno di essi, dal Trattato ABM fino al New START, sparito. Nessun trattato.

TUCKER CARLSON: Quindi ritiene che questa amministrazione possa gestire un momento così delicato senza usare armi nucleari o permettere al suo partner di usarle?

LAWRENCE WILKERSON: Non mi ispira fiducia un uomo che litiga con il Papa e si traveste da Gesù Cristo per una pubblicità. Voglio dire, so che probabilmente non l’ha fatto intenzionalmente, ma ha permesso che accadesse.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani




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