Cultura

Approfondimenti – La kermesse di Vienna

Mentre Vienna si prepara a lustrare il maestoso Wiener Stadthalle, già sede dell’edizione 2015, l’Eurovision Song Contest 2026 si presenta come controverso. Il traguardo della 70ª edizione mette a nudo la fragilità strutturale dell’European Broadcasting Union (EBU): con soli 35 paesi al via, il concorso registra l’affluenza più bassa dal 2003. L’organizzazione, curata dall’emittente austriaca ORF dopo la vittoria di JJ a Basilea nel 2025, si trova a gestire un’emorragia diplomatica senza precedenti che potrebbe essere solo l’inizio di una crisi insanabile.
Il calendario prevede tre appuntamenti, tutti trasmessi alle ore 21:00: prima semifinale martedì 12 maggio; seconda semifinale giovedì 14 maggio; finale sabato 16 maggio. Gabriele Corsi ed Elettra Lamborghini sono i conduttori della diretta italiana, trasmessa sulla Rai.

Un’edizione controversa, una crisi annunciata

Il boicottaggio in blocco di nazioni storiche quali Islanda, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna segna una frattura apparentemente insanabile legata alla partecipazione di Israele e alle controversie sulle campagne pubblicitarie governative che hanno influenzato il televoto nelle scorse edizioni, alterando probabilmente i risultati finali a fini di propaganda. Per la prima volta dal 2011, i “Big Five” sono incompleti a causa della defezione spagnola: è un segnale forte, che potrebbe comportare anche l’inizio di una più duratura fase di ripensamento dell’evento. In questo clima, l’EBU ha tentato di rimediare modificando alcuni meccanismi della competizione, senza tuttavia sciogliere il nodo che ha portato al boicottaggio. L’incoerenza dell’inclusione di Israele rispetto all’esclusione della Russia è difficile da giustificare e ha portato all’edizione più controversa dell’Eurofestival, nonché a una crisi annunciata.

Un protagonista assoluto: il cattivo gusto

In ogni caso, per chi come il sottoscritto seguirà anche questa discutibile settantesima edizione, segue un pagellone dei 35 brani in gara, in ordine alfabetico di Paese. Un tuffo nel kitsch, a volte estremo, e nell’enfatico che sfocia nel nauseante, che rende l’Eurovision una versione chiassosa, spesso tamarra, quasi sempre di cattivo gusto e a volte deliziosamente camp di Sanremo. All’Ariston il cattivo gusto è un ospite fisso, non sempre desiderato o gradito ma comunque con gli agganci giusti per superare i buttafuori, mentre all’Eurovision è protagonista assoluto, il digestivo che permette di ingurgitare un’abbuffata di fiamme, acuti, diplomazia e paillettes.
In questa dimensione rovesciata dove brutto e bello s’invertono, e dove trionfa quello che stroppia, sostituiamo i classici voti in decimi con le Eurostelle. 
Pagellone delle 35 canzoni in gara.

Albania: Alis – “Nân” ★★☆☆☆ 
evbody1_02L’Albania ci prova con un pop enfatico, ingolfato da un coro soverchiante, in lingua albanese. Si esplorano territori urban, tra pomposità operistiche e scenari metropolitani. Risalta sicuramente la vocalità di Alis, vincitore dell’”X Factor” nazionale nel 2024, ma siamo lontani da ambizioni internazionali per orientarsi sostanzialmente al mercato interno. Canzone dedicata alla madre, o per meglio dire alle madri in generale: se nân vuol dire mamma, sbadiglio in albanese si dice gogëlloj.

Armenia: Simón – “Paloma Rumba” ★★★☆☆
Entriamo subito nel vivo del tamarro, una delle categorie estetiche che funziona meglio all’Eurovision con Simón, che ha studiato Economia e proviene da una famiglia di medici: in sostanza, l’incubo di ogni genitore. Anche perché ha finito per proporre un assordante crossover elettro-metal con melodia martellante, accompagnato nel videoclip da danze scatenate e tantissime Post-it. Deliziosamente eccessivo, con tanto di accelerazione finale da infarto: come i migliori ottovolanti, i più sensibili potrebbero riproporre la cena.
 
Australia: Delta Goodrem – “Eclipse” ★★☆☆☆
L’Australia propone una superstar nazionale, con alle spalle una carriera ultraventennale nonostante sia nata nel 1984. Ha registrato il secondo dei suoi sette album mentre era in cura per il cancro, per la serie unstoppable. “Eclipse” è una ballatona orchestrale con il pianoforte in primo piano, centrata sulla sua voce potente, ma ancorata a modelli ritriti. Non avrà problemi a dare il massimo sul palco, sfruttando carisma, fascino e mestiere. Spettacolare, nel senso più noioso del termine.

Austria: Cosmó – “Tanzschein” ★☆☆☆☆
I padroni di casa partecipano con un (quasi) ventenne praticamente agli esordi. La canzone è una filastrocca pop elettronica, un po’ meccanica, in tedesco: la severa fonetica teutonica la fa sembrare più seria di quanto, effettivamente, sia. Dimenticabile inno da discoteca, con una piega un po’ queer.

Azerbaijan: Jiva – “Just Go” ☆☆☆☆☆
Indigeribile compromesso sotto forma di pop ballad bilingue, inglese-azerbaigiano: un avanzo dallo scorso secolo, riscaldato in microonde già una dozzina di volte. Jiva ha vinto il “The Voice” locale nel lontano 2016 e se cantasse in italiano potrebbe ambire alla zona retrocessione della classifica di un Sanremo di Carlo Conti: non è un complimento.

Belgio: Essyla – “Dancing on the Ice” ★★☆☆☆
Essyla è una trentenne ammiccante, che canta con una voce duttile ed espressiva un brano pieno di synth distorti e ritmi house. Una proposta che farà muovere più di una testa, persino qualche fianco, ma che delude un po’: strizza l’occhio, stuzzica la fantasia, poi però ci manda in bianco con una scusa, proprio quando ci avevamo fatto la bocca. Frustrante.

Bulgaria: Dara – “Bangaranga” ★★★★☆
evbody2Un incrocio senza semaforo tra Skrillex e l’autoscontro, una edm assordante con inserti rap e una velocità mutante. Potenzialmente, una hit internazionale, ma non esattamente da Conservatorio. Lei, una star nazionale con all’attivo molti singoli di successo, è assolutamente magnetica, tra flessuosità conturbanti e una bellezza da fotomodella. Gloriosamente kitsch.

Cechia: Daniel Zizka – “Crossroads” ★★☆☆☆
Un cantante sicuramente dotato ma scolastico, che farà venire i lucciconi ai vocal coach all’ascolto ma che fatica a trovare una propria identità sonora originale. Porta un pop  enfatico e chiaramente orchestrale, costruito come un lungo crescendo. Alle volte questi sfoggi di virtuosismo funzionano benissimo all’Eurovision, anche quando manca la canzone come in questo caso.
 
Cipro: Antigoni – “Jalla” ★☆☆☆☆
Cartolina musicale dal Mediterraneo, con un po’ di atmosfera esotica senza rinunciare all’appeal da dancehall internazionale. Cipro insiste sul bilinguismo e sul cliché epico-etnico-mediterraneo per accalappiare i voti dell’area ellenica. Antigoni è una biondona che buca lo schermo, però la canzone sembra la versione biturbo di “Al mio paese”.

Croazia: Lelek – “Andromeda” ★★☆☆☆
Un suggestivo corale etno-elettronico, cantato interamente in croato da una quintetto tutto al femminile, nato nel 2024. Testo pomposo da kolossal di Christopher Nolan, perfettamente abbinato all’arrangiamento sinfonico. Arriverà, nonostante la barriera linguistica, il pathos ma la riuscita finale dipenderà soprattutto dall’abilità sul palco.

Danimarca: Søren Torpegaard Lund – “Før vi går hjem” ★☆☆☆☆
Un inno elettronico perfetto per la comunità LGBTQ+, portato da un cantante apertamente gay che saprà sicuramente muoversi sul palco. Il testo in danese, chiaramente, limita la comprensibilità, ma ci perdiamo assai poco. Per il contesto dell’Eurovision, la solita noiosissima routine.

Estonia: Vanilla Ninja – “Too Epic to Be True” ★☆☆☆☆
All-female rock band, tornano all’Eurovision dopo 21 anni: all’epoca, però, sventolavano la bandiera svizzera. Potrebbero sembrare le Bambole di Pezza di Tallinn, cioè le Kaltsunukud. Palese operazione nostalgia, con un testo adolescenziale inservibile per delle ultraquarantenni.

Finlandia: Linda Lampenius e Pete Parkkonen – “Liekinheitin” ★★★☆☆
evbody3“Tu sei un lanciafiamme” è un verso che promette una messa in scena degna dei Rammstein. La canzone unisce il violino scintillante della Lampenius allo stile rock pomposo di Parkonnen. È un crossover che cerca di colpire un target ampio, nonostante il testo in finlandese, pieno di immagini religiose. L’esibizione sul palco sarà un trionfo di fuoco, vento, sguardi intensi e vertici drammatici dove voce e violino si uniscono per arrivare al telefonatissimo climax finale. Un brano perfetto per l’Eurovision, infatti è tra i favoriti dei bookmaker.

Francia: Monroe – “Regarde !” ★☆☆☆☆
La Francia lancia una diciassettenne di origini mormoniche, sostanzialmente agli esordi, e la impegna in un pop operistico magniloquente, rimpinzato di francese per stranieri. Stile canoro sicuramente molto appariscente ma la canzone è in pratica un pretesto per spingere a tavoletta sull’epico e l’enfatico. Stucchevole persino per l’Eurovision, anche perché non c’è un pizzico di ironia.

Georgia: Bzikebi – “On Replay” ★★☆☆☆
Questo trio ha vinto il Junior Eurovision 2008, quando i suoi componenti avevano appena dieci anni. Sono i Gazosa di Tbilisi, però ora che sono cresciuti si scoprono delle bestie da techno assordante prestate al pop. Non si capisce, senza la cornice narrativa, cosa possa arrivare fuori dai confini georgiani e se questo sia l’inizio di una nuova carriera o solo una trovata pubblicitaria. Comunque, rientra nel cattivo gusto che all’Eurovision va sempre bene, tipo la pizza.

Germania: Sarah Engels – “Fire” ★☆☆☆☆
C’era un tempo in cui il pop globale era dominato dal sound dei Major Lazer di Diplo, solo che era una quindicina di anni fa. Sarah Engels è celeberrima in patria ed è già transitata dal Free European Song Contest nel 2020, prodotto in alternativa all’edizione dell’Eurovision cancellata per la pandemia. Siamo davvero dalle parti del generico di una hit del 2012, che si aggiungerà ad altri flop tedeschi alla competizione.

Grecia: Akylas – “Ferto” ☆☆☆☆☆
Akylas è una star di TikTok che si affida a un brano techno-rap ad alta dose di bpm. Un’insalata di cose già sentite, che non riesce ad esagerare così tanto da lasciarsi digerire. Il fatto che dica oltre settanta (!) volte il titolo non aiuta assolutamente: sicuramente la si può sopportare in un video di 30 secondi, ma arrivare alla fine della traccia su Spotify è un atto audiolesionistico.

Israele: Noam Bettan – “Michelle” ☆☆☆☆☆
La partecipazione che ha causato i boicottaggi è un caotico minestrone linguistico che frulla francese, ebraico e inglese. Un brano che si ascolta e si dimentica, e che riceverà attenzione soprattutto per la bandiera che rappresenta. La controversia, insomma, non è neanche un minimo giustificata dall’urgenza artistica.

Italia: Sal Da Vinci – “Per sempre sì” ★★☆☆☆
Diciamoci subito una cosa forte: Sal Da Vinci è talmente fuori dalla contemporaneità, e questo brano è così conservatore, retrogrado e camp che all’Eurovision può trovare un ottimo contesto in cui brillare. Rappresenterà bene l’immagine fantasticata dai turisti esteri dell’Italia, come una società anacronistica, tradizionalmente monogama, legata ai valori di un tempo. Si distinguerà, sicuramente: non è detto che sia un bene.

Lettonia: Atvara – “Ēnā” ☆☆☆☆☆
evbody4Atvara sceglie la via dell’ermetismo in lingua lettone con sonorità operistiche, per una ballata sentimentale strappacuore ma anche esiziale per le gonadi. Sa sicuramente cantare ma non basterà a rendere l’ascolto preferibile ad una multa per divieto di sosta.

Lituania: Lion Ceccah – “Sólo quiero más” ☆☆☆☆☆
Attivo nella scena drag, Lion Ceccah propone un brano dal titolo in spagnolo esageratamente enfatico, con inopportune iniezioni techno e sovrabbondanti orchestrazioni, per un brano cantato in lituano e inglese: troppi ingredienti, assemblati in modo confuso. All’Eurovision trionfa il kitsch, qua siamo semplicemente nel brutto.

Lussemburgo: Eva Marija – “Mother Nature” ★☆☆☆☆
L’alone di pubblicità sulla responsabilità socio-ambientale che si respira durante l’ascolto è quasi tangibile: sembra che debba arrivare da un momento all’altro la voce fuori campo di uno spot che racconta dei nuovi progetti green della società petrolifera di turno. Quello di Eva Marija è un dolce, finanche zuccheroso, brano pop-rock naturalista, spiccatamente emotional, ideale per il greenwashing. Ruffiano, quindi funzionerà più di quanto vorrei.

Malta: Aidan – “Bella” ☆☆☆☆☆
Nell’edizione delle defezioni, trova spazio anche Aidan, che ci ha provato più volte dei Jalisse. Caso tipico di un titolo che contraddice il brano: un pop orchestrale che suonerebbe polveroso persino al Sanremo di un Pippo Baudo redivivo, figuriamoci nel contesto Eurovision. Irricevibile.

Moldova: Satoshi – “Viva, Moldova!” ★★★★☆
I Prodigy, ma alle giostre di Chișinău e con una doppia dose di melodie folk e strofe rap che sembrano uscite dai mashup più trash di quindici anni fa. Un testo frenetico, con frasi da urlare a squarciagola come “Salute a tutti, Moldova is on duty”, perfette per quando avete bevuto abbastanza da non poter guidare in sicurezza. Finale trionfale: accelera fino a quando il cuore non scoppia di kitsch. Un inno transnazionale alla mancanza di misura.

Montenegro: Tamara Živković – “Nova Zora” ★★★☆☆
Il banger che non ti aspetti, una edm dinamitarda, pomposa ma anche capace di far ballare una statua. Ha i drop giusti, il titolo cantato in coro che fa culminare il ritornello e ogni volta che sembra aver dato tutto riesce a rinnovare l’attenzione. Una delle sorprese di questa edizione, anche se è difficilissimo che il Montenegro possa ambire a buoni posizionamenti finali.

Norvegia: Jonas Lovv – “Ya Ya Ya” ★☆☆☆☆
Raro esempio di attitudine e suoni pop-rock per il palco dell’Eurovision di quest’anno, assolutamente uniformato al suono angloamericano internazionalizzato da decenni. Non sarebbe strano sentirla  girare su Virgin Radio, e non è un buon segno.

Polonia: Alicja – “Pray” ★☆☆☆☆
Doveva partecipare all’edizione maledetta del 2020. Nonostante la potenza vocale di Alicja, con sfumature soul, il brano sembra semplicemente obsoleto, appartenente a un mondo r’n’b’ superato da più elaborate contaminazioni o semplicemente virato altrove. Un altro esempio, purtroppo, dell’omologazione che appesta una buona parte dei brani in gara, evidente a partire dall’uso dell’inglese.

Portogallo: Bandidos do Cante – “Rosa” ★☆☆☆☆
evbody5Come già capitato in alcune precedenti edizioni, il Portogallo punta dritto verso la sua tradizione e questa volta sfoggia il Cante Alentejano, una forma musicale tradizionale che non prevederebbe neanche un accompagnamento strumentale. Più che una contaminazione che parla al contemporaneo, però, siamo dalle parti dei fondi ministeriali per la tutela del patrimonio culturale.

Regno Unito: Look Mum No Computer – “Eins, Zwei, Drei” ★★☆☆☆
Non confondetevi: il titolo è in tedesco ma il testo è in inglese e la bandiera sventolata quella del Regno Unito. Siamo al cospetto di un pop robotico, che nel ritornello spinge su synth distorti e una marcetta militaresca. Deludente per il Paese che rappresenta ma in gara c’è decisamente di peggio.

Romania: Alexandra Căpitănescu – “Choke Me” ★★★★☆
Uno dei brani più esagerati, tra ammicchi sadomaso e urla che sfiorano il metal. La Romania porta un pezzone rock un po’ Lacuna Coil, un po’ Miley Cyrus, un (bel) po’ Halloween. Al centro del testo una passione tormentata, un desiderio erotico travolgente. Non esattamente una riflessione esistenziale che cambierà la vostra vita, neanche la settimana, piuttosto uno spettacolare mix di eccessivo e virtuosistico: Alexandra Căpitănescu dovrà solo riuscire a replicare dal vivo l’impressionante prova vocale della registrazione. 

San Marino: Senhit – “Superstar” ★☆☆☆☆
L’ospite d’eccezione è Boy George ma è poco più di una comparsata. Il pezzo però è servibile solo in una discoteca estiva, ancora meglio se gay friendly. Da sobri, a casa propria, di martedì pomeriggio è onestamente insipida.

Serbia: Lavina – “Kraj mene” ★☆☆☆☆
La quota gotica, lugubre e metal, per quanto si può su questo palco. Contiene un lunghissimo urlo, il problema è non addormentarsi nell’attesa. La cosa più deludente è che, a fronte di una messa in scena tutta nero e dolore, la canzone non riuscirebbe a spaventare chiunque abbia ascoltato in vita sua tre canzoni di metal oscuro per davvero.

Svezia: Felicia – “My System” ★★★☆☆
Era una cantante dall’identità celata da un passamontagna rosa ai tempi del progetto Fröken Snusk. Ora, con il volto nascosto da una mascherina meno invadente, propone una edm aerobica, che costringerebbe anche il più pigro tra di noi a ballare quando lancia un ritornello da urlare in coro. Puro divertimento, e del più riconoscibile, ma da queste parti è vitale per sopravvivere alle ballate sentimentali e alle trovate più pensose. Dal vivo rischia di stonare i passaggi più difficili.

Svizzera: Veronica Fusaro – “Alice” ★★☆☆☆
Con origini italiane da parte di padre, la svizzera Veronica Fusaro propone un soul lambiccato, che rimane in testa dopo i primissimi ascolti e piacerà anche ad un pubblico più rock (c’è persino un assolo di chitarra elettrica!). Manca la locura, però: una spezia fondamentale all’Eurovision, che renderà la gara tutta in salita.

Ucraina: Leléka – “Ridnym” ★★☆☆☆
Uno dei brani più raffinati, se ha senso usare l’aggettivo in questo elenco. L’Ucraina ripropone la strategia del bilinguismo e del folklore modernizzato, puntando su una prova vocale vertiginosa. Un brano di speranza, che vale doppio considerando la bandiera, ma che non riesce ad essere coraggioso fino in fondo.

12/05/2026




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