Operazione Scam City a Crotone, la gang delle truffe investiva in criptovalute e trading
Investivano in criptovalute e pagavano in Bitcoin programmatori pakistani, i dettagli dell’operazione Scam City scattata a Crotone
CROTONE – Investivano in criptovalute e nelle piattaforme del trading clandestino on line i proventi di una serie impressionante di truffe. E pagavano in Bitcoin programmatori pakistani incaricati di realizzare siti specializzati dove venivano pubblicati annunci fittizi di vendita. Sono gli aspetti più sofisticati dell’inchiesta condotta dai carabinieri del Nucleo operativo e Radiomobile della Compagnia di Crotone, e coordinata dalla Procura, che ha portato all’operazione Scam City.
NOMI E ACCUSE
Cinque le persone finite in carcere. Si tratta di Armando Covelli, di 46 anni, ritenuto il “capo”, Luca Caporali (49), Salvatore Lombardo (41), Carmelo Iembo (48) e Daniele Pugliese (54). Altre cinque sono state sottoposte all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Sono Francesco Tallarico (46), Domenico Scolieri (48), Marcello Ruperti (59), Pierdomenico Rizzuto (43), Marco Liguori (40). La gip Assunta Palumbo, dopo gli interrogatori preventivi, ha accolto le richieste del procuratore Domenico Guarascio e dei sostituti Alessandro Rho e Matteo Staccini. Ma sono 31 gli indagati. Le accuse, a vario titolo, sono di associazione a delinquere finalizzata, truffa, riciclaggio, autoriciclaggio, sostituzione di persona, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita. Ben 135 le truffe censite. Truffe che, evidentemente, lascano tracce digitali.
CROTONE CAPITALE DELLE TRUFFE
«Crotone è la capitale delle truffe informatiche», ha detto, non a caso, il colonnello Raffaelle Giovinazzo, comandante provinciale dei carabinieri, aprendo i lavori della conferenza stampa tenutasi per illustrare i dettagli dell’inchiesta. Inchiesta che ha portato al sequestro per equivalente di conti correnti, carte di pagamento, depositi bancari, somme e quote di una società che si occupa di vendita di elettrodomestici tramite piattaforme e-commerce. L’importo dei sequestri è di circa 700mila euro. Ma da organi investigativi europei si attende la stima degli investimenti in criptovalute. Tra i beni sottoposti a sequestro figurano anche orologi e auto di lusso e opere d’arte, oltre a cinque immobili. Beni formalmente intestati a terzi. Gli accertamenti patrimoniali hanno evidenziato una sproporzione netta tra il tenore di vita degli indagati, ufficialmente nullatenenti o percettori del reddito di inclusione, e quanto dichiaravano al fisco.
MONEY MULE
L’attività investigativa, tramite tecniche di Cyber-patrolling, avrebbe consentito di ricostruire un meccanismo rodatissimo fondato sulla pubblicazione di annunci fittizi di vendita su piattaforme Internet, marketplace e siti specializzati. Gli annunci riguardavano, di volta in volta, trattori agricoli, mini-escavatori, piscine, pellet, ciclomotori, minicar elettriche e altri beni che, in realtà, non sarebbero mai stati nella disponibilità degli inserzionisti. Le vittime, residenti in tutta Italia, a conferma della capillarità del fenomeno, venivano convinte a pagare tramite bonifici su conti correnti o carte intestati a terzi ma nella effettiva disponibilità degli indagati o di prestanome, i cosiddetti “money mule”.
CRIPTOVALUTE E TRADING
I ruoli all’interno dell’organizzazione erano ben definiti. C’era chi si incaricava della creazione degli annunci fraudolenti, dei siti web e delle pagine sui marketplace. Chi avrebbe curato le trattative telefoniche o online con le vittime. E chi si sarebbe occupato dell’occultamento dei proventi illeciti. Gli investigatori hanno rilevato anche il ricorso a competenze tecniche esterne, tra cui programmatori operanti in Pakistan, broker nel settore delle criptovalute e del trading online e facilitatori in grado di agevolare operazioni di movimentazione, conversione e reimpiego del denaro. Una rete che avrebbe consentito al gruppo di mantenere una struttura flessibile, capace di ampliarsi rapidamente in base alle esigenze operative.
AZIENDE CLONATE
Particolarmente rilevante, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe stato l’utilizzo fraudolento di denominazioni, dati e identità di società realmente esistenti e del tutto ignare dei fatti. Società la cui credibilità e immagine commerciale veniva così lesa. In alcuni casi sarebbero state clonate aziende legittime, mentre in altri sarebbero state utilizzate società con sede all’estero come copertura per attività di truffa online o autoriciclaggio. Il sistema avrebbe fatto ampio ricorso anche al cosiddetto “money muling”, attraverso una rete di prestanome reclutati prevalentemente in ambienti della microcriminalità. Ma tra i “capi” c’è chi è già noto alle forze dell’ordine anche per vicende di ‘ndrangheta, come Carmelo Iembo, già coinvolto nell’inchiesta sulle nuove leve del clan Vrenna che negli anni scorsi portò all’operazione Hydra.
VITTIME ANZIANE E FRAGILI
Gli annunci facevano spesso leva sulla presunta provenienza dei beni da aste giudiziarie, circostanza utilizzata per giustificare prezzi particolarmente vantaggiosi. Il colonnello Giovinazzo si è soffermato sul fatto che in alcuni casi le vittime sarebbero state persone anziane, fragili, con disabilità o addirittura organizzazioni onlus, attratte dalla possibilità di acquistare prodotti a condizioni economiche favorevoli. In alcune circostanze, gli indagati si sarebbero falsamente qualificati come appartenenti alle forze dell’ordine o avrebbero proposto offerte con IVA agevolata al 4% a titolari dei benefici previsti dalla legge 104/92, in particolare per l’acquisto di minicar elettriche.
L’APPELLO
Il meccanismo prevedeva generalmente il pagamento anticipato del 50% del prezzo pattuito mediante bonifico su conto corrente indicato dagli interlocutori, con saldo da versare alla consegna del prodotto. I beni, però, non venivano mai consegnati. In diversi casi, le vittime sarebbero state successivamente convinte a saldare l’intero importo con la promessa di velocizzare la consegna, subendo così un’ulteriore truffa. Da qui l’appello dell’ufficiale. «Non fidatevi di offerte particolarmente vantaggiose e di venditori che esercitano pressioni sugli acquirenti. Sono segnali che si è in presenza di truffe».
MIX DI TECNICHE INVESTIGATIVE
Le società realmente esistenti, i cui dati sarebbero stati utilizzati illecitamente negli annunci fraudolenti, avrebbero a loro volta subito gravi conseguenze, venendo talvolta contattate direttamente dalle persone truffate, ignare della clonazione delle identità aziendali. L’utilizzo di identità virtuali o fittizie, conti intestati a prestanome e strumenti di pagamento digitali avrebbe reso più complessa l’identificazione dei presunti vertici del sistema. Per questo i carabinieri hanno indagato utilizzando un mix di tecniche investigative tradizionali e strumenti di approfondimento digitale. Servizi di osservazione, controllo e pedinamento, intercettazioni telefoniche e ambientali, acquisizioni di chat WhatsApp, analisi dei filmati degli istituti bancari e degli sportelli utilizzati per i prelievi. Ma anche accertamenti finanziari incrociati. Tutto ciò per ottenere i necessari riscontri dopo le denunce presentate dalle vittime.
IL BROKER
Il denaro sarebbe stato trasferito poi su altri conti, prelevato in contanti, destinato a conti gioco, investimenti, trading online, criptovalute o reimpiegato nell’acquisto di beni. Proprio il meccanismo di dispersione, occultamento e reimmissione dei proventi illeciti nel circuito economico ha fatto scattare i sequestri di beni. I dettagli sono stati illustrati ai giornalisti dal tenente Riccardo Notacerasi, comandante del Norm della Compagnia di Crotone.
IL TEAM
Dalle conversazioni intercettate emerge il riferimento reinvestimento del capitale illecito ottenuto dalle truffe in operazioni di investimento in criptovalute. Da una delle chat analizzate dagli inquirenti viene fuori il ruolo svolto da un broker che ogni mese invia un promemoria all’indagato Caporali per ricordargli di effettuare i versamenti. Il broker svolgeva attività di intermediazione finanziaria e investimenti tramite piattaforme di trading. E Caporali era curioso di sapere come andavano gli affari. «Il lavoro come va? I contratti come vanno?». «Bene, dai, sto ingranando. Mi sto impegnando molto. I risultati non tarderanno ad arrivare». «Lo so che ti stai costruendo il team. E non è facile. Ma se ci riesci, sfonderai».
INVESTIMENTI IMMOBILIARI
L’acquisto di criptovalute tramite i proventi delle truffe è considerato dagli inquirenti parte integrante del meccanismo di riciclaggio al fine di ostacolare ogni ricostruzione dell’effettiva origine dei fondi. Covelli, il presunto capo dell’organizzazione, avrebbe però non solo partecipato alle operazioni di reimpiego in strumenti finanziari all’estero, ma avrebbe destinato parte consistente dei proventi delle truffe a investimenti immobiliari. Le ulteriori condotte di riciclaggio attraverso intestazioni fittizie a familiari sarebbero la riprova di una ramificata rete di contatti in diversi ambiti. A Scam City funziona così.
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