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Davanti all’allarme di Melillo sui limiti alle intercettazioni non si può restare inerti

L’allarme lanciato dal Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Giovanni Melillo, in merito alle conseguenze negative sull’azione di contrasto alla criminalità organizzata e al terrorismo, derivanti dalle restrizioni alle intercettazioni previste da un decreto varato dal Governo nell’agosto del 2023, non può rimanere inascoltato. E ciò non soltanto per l’importanza dell’osservatorio privilegiato dal quale proviene, ma soprattutto per la gravità dei problemi che Melillo denuncia.

Non si tratta di una lamentela corporativa, bensì di una fotografia inquietante, sulla quale non si può restare inerti.

Limitare l’utilizzo di strumenti investigativi cruciali per accertare reati come la corruzione, la concussione, lo scambio elettorale politico mafioso, il traffico illecito di rifiuti, oltre ad una serie di reati finanziari legati agli affari delle mafie, sarebbe quantomeno un atto di grave irresponsabilità politica.
L’effetto sarebbe dirompente: l’arretramento su indagini riguardanti mafia e terrorismo, vale a dire sui reati che destano maggiore allarme sociale.

E qui bisogna essere subito chiari: la stretta sulle intercettazioni decisa nel 2023 è frutto di un garantismo esasperato e a senso unico, inaccettabile in un paese come l’Italia, in cui la diffusione della criminalità organizzata e dei reati contro la Pubblica amministrazione ha raggiunto livelli endemici intollerabili, che inquinano il corretto funzionamento dell’economia e delle istituzioni.

Ma veniamo al merito. Il punto controverso riguarda il divieto di utilizzare intercettazioni per reati diversi da quelli per cui erano state autorizzate. Una norma apparentemente garantista, ma che nella pratica rischia di trasformarsi in un regalo a chi sa muoversi nelle zone grigie della legalità. Per comprenderlo, occorre rendersi conto che la realtà delle indagini è complessa e dinamica, poiché si parte da un elemento indiziario, ma quasi sempre si scopre molto altro: spesso emergono fatti di maggiore gravità. Impedire di tener conto delle conversazioni riguardanti questi fatti delittuosi significa bendarsi volontariamente gli occhi e voltarsi dall’altra parte.

C’è da chiedersi in primo luogo se ciò sia compatibile con il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, sancito dalla Costituzione.

Attenzione, poi, a non confondere le acque. Esiste una differenza netta tra le cosiddette intercettazioni a strascico – ovvero attività senza un perimetro chiaro – e intercettazioni mirate, che nel corso delle indagini portano alla luce ulteriori reati. Le prime sono state criticate, non senza ragione, sebbene abbiano spesso portato alla luce gravi fatti criminosi. Le seconde, quelle delle quali oggi si discute, sono il cuore pulsante di qualsiasi inchiesta seria.

Ma il vero nodo è un altro: chi beneficia di queste limitazioni? Difficile non notare come le restrizioni denunciate dal Procuratore nazionale colpiscano soprattutto reati tipici dei cosiddetti colletti bianchi. Ridurre l’efficacia delle intercettazioni in questi ambiti significa rendere più difficile seguire il denaro, ricostruire reti di potere, smascherare complicità. In altre parole conduce al risultato oggettivo di proteggere chi ha molto da perdere se qualcuno ascolta.

Poi c’è la questione, spesso agitata come una clava, della tutela della privacy. Argomento legittimo, ma già affrontato e regolamentato in maniera adeguata. La riforma Orlando ha introdotto limiti precisi alla diffusione delle intercettazioni irrilevanti, stabilendo un equilibrio tra diritto di cronaca e dignità delle persone. Continuare a evocare questo spettro serve più a creare confusione che a risolvere problemi reali.

Infine, l’argomento classico: i costi. Le intercettazioni costano troppo, si dice. Ma è una narrazione infondata, del tutto fuorviante. Il denaro e i beni, prima sequestrati e poi confiscati grazie a queste attività, superano di gran lunga le spese sostenute. Parliamo di centinaia di milioni di euro sottratti a mafie e corrotti, risorse che tornano alla collettività. Tagliare sulle intercettazioni, già sottoposte a limiti e controlli stringenti, in nome del risparmio, equivale a rinunciare a incassi ben più consistenti.

La domanda allora torna inevitabile: chi ha davvero paura delle intercettazioni? Non certo i cittadini onesti. Piuttosto, chi sa che in quelle conversazioni potrebbe emergere ciò che finora è rimasto nascosto. Limitare questo strumento non è una scelta tecnica, è una scelta politica. E le sue conseguenze, come avverte chi combatte ogni giorno mafie e corruzione, rischiano di pagarle tutti, in particolare i cittadini onesti.


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