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Caso Rocchi, come funziona il «sistema» arbitrale

La disclosure dell’inchiesta della Procura di Milano è molto attesa dalle forze politiche più propense al commissariamento della Figc per capire se ci siano i margini giuridici per agire.

Un primo passo in questa direzione potrebbe esserci il prossimo 30 aprile con gli interrogatori dei due indagati, il designatore di Serie A e B Gianluca Rocchi e il supervisore Var Andrea Gervasoni. Entrambi stanno valutando se rispondere alle domande degli inquirenti, in considerazione di un quadro accusatorio che i rispettivi avvocati hanno definito come ancora poco chiaro.

Affinchè il Coni possa commissariare la Federcalcio occorre che si manifestino «gravi violazioni dell’ordinamento sportivo da parte degli organi direttivi». La «bussata» di Rocchi (in Udinese-Parma del marzo 2025) e quella di Gervasoni (che avrebbe sollecitato un rigore in Salernitana-Modena) non sembrerebbero per ora configurare questa fattispecie, quanto una grave infrazione delle regole di indipendenza dei direttori di gara e del protocollo Var. Tuttavia, queste contestazioni potrebbero essere solo la punta dell’iceberg.

La denuncia formulata un anno fa dall’ex assistente Domenico Rocca, archiviata in ambito di giustizia federale, farebbe emergere invece un modello di governance del mondo arbitrale alterato e non meritocratico, incardinato sulla promozione degli arbitri delle sezioni schieratesi a favore del presidente (beneficiati con valutazioni artatamente elevate) e sulla sistematica penalizzazione di quelli «estranei» (bocciati con punteggi negativi per dismetterli a fine anno). A eleggere il presidente dell’Aia, che poi sceglie i designatori chiamati a decidere le carriere dei direttori di gara, non sono infatti i circa 30mila arbitri italiani, ma i delegati delle poco più di 200 sezioni territoriali. Avere l’appoggio di quelle con il maggior numero di votanti – assicurando ad alcuni dei loro associati la remunerativa presenza in Serie A (dove gli arbitri top ricevono un assegno di 90mila euro più un gettone di 4mila per ogni match) – significa avere più chanche di salire al vertice della categoria e di restarci.

Va detto che il ventilato «concorso in frode sportiva» – da cui riecheggiano le nefaste accuse di Calciopoli – sembra implicare sia la necessaria presenza di una pluralità indagati, sia il fine di propiziare (anche senza ottenerlo) un risultato diverso da quello «naturale» della competizione: elementi fin qui non emersi ma il cui accertamento potrebbe avere conseguenze diverse da quelle finora ipotizzabili. I prossimi passaggi dell’inchiesta milanese perciò potrebbero dare ai fautori del commissariamento spazi di manovra ben più ampi di quelli attuali.


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