Gomorra – Le origini | Indie For Bunnies
Io l’ho capita benissimo l’idea alla base di questo spin-off di “Gomorra”, ovvero quella di realizzare un prodotto che si distaccasse quasi completamente dalla serie madre. Mantenendo solo alcuni personaggi, nella loro versione giovane, per raccontare invece la camorra degli anni Settanta.
Impostazione visiva di stampo vintage, tutta color grading caldi nostalgia e ricostruzione meticolosa di costumi e ambientazioni anni Settanta, quindi, in luogo di lenti plumbee e movimenti di camera moderni. Piú trama e canzoni riconoscibili, meno violenza e realismo. Insomma, piú “Romanzo Criminale” che “Gomorra” – o perlomeno non le prime due stagioni, ancora ricalcate da Sollima sullo stampo garroniano.

La cosa non è necessariamente un male, se hai stile, se hai mano. I problemi cominciano quindi proprio col fatto che D’Amore una mano riconoscibile non ce l’ha. Non è Bellocchio, e ci mancherebbe, ma non è nemmeno Sollima. E quindi ne viene fuori una robetta di livello medio anche in tempi dettari dagli standard di Netflix.
Poi vabbè, ci sono varie cose su cui uno potrebbe pure soprassedere. Tipo le nuove leve della camorra bellissime e permanentate come Tony Manero, Derek Zoolander o Imma e Chanel che sembrano uscite da High School Musical. Ecco, chiudiamo un occhio, chiudiamone pure due. Del resto il capo clan di Secondigliano si fa chiamare fieramente La Sirena.
Peró poi a un certo punto i creator perdono ogni decoro. Tipo quando i giovani Pietro e Imma, freschi di primo omicidio, improvvisano una sfilata di moda sognando l’America e fanno l’amore romanticamente, sulle note di Lou Reed. Fosse un pezzo di cinema deviato a-là Oliver Stone io applaudirei pure, ma no, i due piccioncini sognano davvero di rifarsi una vita sotto al ponte di Brooklyn.
Niente da dire, una ciofeca. Una roba che ci vuole lo split episode con “Mare fuori”. Ma una roba da vedere.
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