I sequel non bastano più: i franchise stanno perdendo presa sul pubblico e il cinema senza star è già una realtà
Per quasi vent’anni Hollywood ha costruito la sua fortuna su un’equazione apparentemente semplice: prendi un brand riconoscibile, aggiungi budget massiccio, distribuisci in migliaia di sale, incassa.
Il business di saghe e franchise
Il sistema ha funzionato così bene da sembrare eterno. I Marvel Cinematic Universe, la saga di Star Wars, i Fast & Furious, gli Avatar. Ma anche tutti i sequel di Harry Potter, del Signore degli Anelli, o i comedy di enormi successo come Hangover (Una notte da Leoni). Ogni franchise sembrava avere una vita propria, indipendente dalla qualità del singolo episodio, capace di portare il pubblico in sala per inerzia e per abitudine.
Quella certezza si sta ormai sgretolando. I dati del 2025 sono impietosi: il box office nordamericano ha chiuso a 8,87 miliardi di dollari, circa il 21% sotto i livelli pre-pandemia del 2019. Ma la parte più interessante non è il numero totale, che risente di molti fattori: è la composizione dei flop. Non sono falliti i film originali, che già faticavano da anni. Sono falliti i sequel di franchise consolidati, quelli che avrebbero dovuto rappresentare la parte sicura del business.
Wicked: For Good ha incassato 175 milioni in meno del primo capitolo. Tron: Ares ha bruciato un budget assurdo su un brand che non aveva evidentemente più un pubblico sufficientemente ampio. Thunderbolts, l’ennesimo tassello Marvel, ha chiuso sotto i 400 milioni globali su un investimento di 180. Il pubblico non sta solo diventando più selettivo: sta smettendo di presentarsi per abitudine.
Sequel, il problema della saturazione
La spiegazione più ovvia è la saturazione. Un franchise che produce contenuti ogni anno, o peggio ogni sei mesi tra film e serie streaming, esaurisce la propria capacità di generare attesa. Il pubblico smette di sentire l’urgenza di vedere il nuovo episodio in sala quando sa che troverà tutto sulla piattaforma dopo poche settimane.
Ma c’è un problema più profondo, che i numeri del 2025 hanno reso evidente in modo brutale: i franchise non si aggiornano. Continuano a produrre sequel pensati per il pubblico che aveva amato il primo film, senza considerare che quel pubblico è invecchiato, ha cambiato abitudini, e non porta più i figli al cinema con lo stesso automatismo di dieci anni fa. Avatar ne è l’esempio più clamoroso: James Cameron ha aspettato tredici anni per fare il sequel di uno dei film più visti della storia, e quando è arrivato il pubblico aveva già voltato pagina.
L’analisi di CNBC sotto questo aspetto è illuminante. Le case di produzione continuano a investire sui brand consolidati perché li considerano scommesse sicure, ma nel momento in cui un franchise delude, il danno si propaga sull’intero sistema. I fan delusi diventano i critici più feroci, e la voce si diffonde prima ancora che il film arrivi nelle sale internazionali.
Il tramonto della star
C’è poi un secondo fenomeno che si intreccia con la crisi dei franchise, ed è forse ancora più radicale: le star non vendono più i biglietti. O almeno, non le vendono come le vendevano Tom Cruise, Julia Roberts o Will Smith negli anni Novanta e Duemila.
Il caso Ballerina è emblematico: lo spin-off di John Wick senza Keanu Reeves al centro ha incassato la metà di qualsiasi altro capitolo della saga. Non era un film di qualità inferiore, almeno non in modo eclatante: era semplicemente un film senza la persona che il pubblico avrebbe voluto vedere. Il brand da solo non è bastato.

Sequel, forse Hollywood ha frainteso
Eppure la risposta di Hollywood non è stata portare più star davanti alla macchina da presa. È stata costruire brand ancora più forti, più riconoscibili, più basati su proprietà intellettuali preesistenti che erano anche il motivo per cui avevano investito così tanti soldi su un progetto. Videogiochi, fumetti, parchi a tema, romanzi per ragazzi. Il ragionamento è che se il pubblico non segue le persone, segue i personaggi. E i personaggi possono essere interpretati da chiunque, purché il costume sia giusto e il logo nella locandina sia quello atteso.
Il problema è che anche questo sistema sta mostrando le sue crepe. Mario Bros al cinema funziona perché è Mario, non perché chi lo doppia abbia un talento riconoscibile da solo. Ma quando arriva il sequel, il pubblico si aspetta qualcosa di più, e quel qualcosa di più non può venire solo dal marchio.
Cosa funziona ancora, e perché
In mezzo ai flop del 2025 ci sono state eccezioni significative, e vale la pena guardarle perché raccontano qualcosa di preciso. Sinners di Ryan Coogler, film originale con un budget medio, ha incassato quasi 280 milioni. 28 Years Later, revival di un franchise horror dopo quattordici anni di silenzio, ha funzionato perché Danny Boyle ha fatto un film vero, non un prodotto di servizio.
Il pattern è lo stesso in entrambi i casi: il pubblico risponde quando sente che dietro il film c’è una visione, non solo un calcolo. Non è nostalgia del cinema d’autore, non è rifiuto ideologico del blockbuster: è l’istinto di chi ha imparato a leggere la differenza tra un film fatto per raccontare qualcosa e un film fatto per riempire un calendario di uscite.
La crisi dei franchise non è certamente la fine del cinema commerciale. È la fine dell’idea che il cinema commerciale possa prescindere dalla qualità. Per vent’anni Hollywood ha pensato che il brand potesse compensare tutto il resto. Il 2025 ha dimostrato che non è più così. Il 2026, con l’imminente uscita de Il Diavolo veste Prada, con il ritorno di Star Wars al cinema e un’altra stagione Marvel, sarà il banco di prova definitivo.
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