Da Cuccia alla svolta Mps, 80 anni di Mediobanca
C’è un fatto molto poco conosciuto nella storia d’Italia, allora non ancora una Repubblica (lo sarebbe diventata di lì a poco), che ha disegnato gli equilibri di potere dello stato nascente. Siamo in un giorno a cavallo tra la fine del 1945 e l’inizio del 1946. Il capo del governo Alcide De Gasperi, insediato da poco, e l’amministratore delegato della Banca Commerciale, Raffaele Mattioli, volano a Washington per incontrare i massimi livelli dell’amministrazione. Pochissimi sapevano di questa missione del presidente del consiglio (il suo viaggio famoso ci sarà nel 1947) assieme al capo indiscusso della finanza italiana e uomo di fiducia dell’establishment occidentale. Lo scopo era esporre agli americani su quale “patto” si fondava l’Italia che usciva dal ventennio. Un accordo dal testo tutto sommato breve: ai cattolici la politica, ai laici la finanza, l’industria, l’editoria. Ad accompagnare i due tra gli altri c’era Enrico Cuccia, cresciuto fino ad allora sotto l’ala del massimo finanziere del fascismo, Alberto Beneduce, di cui aveva sposato la figlia Idea Socialista, e che lo aveva personalmente assunto all’Iri di cui era presidente, innescando un meccanismo allora virtuoso di selezione della classe dirigente (oggi, forse, finirebbe in una interrogazione parlamentare).
Per capire cosa è stata e in parte è ancora Mediobanca – a 80 anni dalla sua fondazione – bisogna partire da lì, da quel patto, rivelato da Ettore Bernabei, e che ha segnato l’intera vita della prima banca d’affari italiana: Via Filodrammatici, oggi piazzetta Cuccia, è stato il garante unico e il motore sempre acceso di quell’assetto, che ha garantito all’Italia un respiro finanziario internazionale e fornito polmoni di capitale alle imprese maggiori, ma certamente in alcune fasi ne ha anche rappresentato un limite. Che Cuccia avesse diretto accesso al mondo globale dei banchieri e dei grand argentier era chiaro da subito, prima che nascesse la sua creatura: lo testimoniano la missione segreta a Lisbona nel 1942 per portare agi americani un memorandum degli antifascisti, o nel 1944 essere nella delegazione assieme e Mattioli e Quinto Quintieri, sempre a Washington, per riallacciare i rapporti economici.
L’embrione di Mediobanca nasce in quel tempo breve e tribolato tra la fine del fascismo e il voto per la Repubblica (anche questa compie 80 anni), in un’Italia ancora spaccata in due, al nord straziata dalle stragi dei nazifascisti e con lotta partigiana in montagna, ma anche di grandi fermenti politici ed economici. A Mattioli risulta chiaro che quello è il momento di gettare le basi per un sistema finanziario che sappia guidare la rinascita economica e a all’indomani della liberazione di Roma il capo della Comit presenta all’Iri l’idea di un ente specializzato per i finanziamenti a medio termine cui avrebbe dovuto partecipare le banche di interesse nazionale. Il progetto resta sospeso per un po’, la guerra al nord è ancora in corso, le relazioni transatlantiche sono in via di definizione ma si arriva al 1946, 10 aprile, poco meno di due mesi prima del referendum. All’inizio si pensava ad gruppo di azionisti abbastanza composito ma poi si parte con le tre “bin”, 35% a Comit e Credit, 30% al Banco di Roma, entrata non senza qualche resistenza: resterà così fino al 1956, anno della quotazione in borsa. Anche questo è (forse) un anniversario: a seguito dell’acquisizione del controllo da parte di Mps, dopo 70 anni potrebbe lasciare Piazza Affari, ma questa decisione ipoteticamente potrebbe essere rivista dopo la definizione dell’assetto di governance di Siena che sarà decisa settima prossima dall’assemblea.
Nel 1956 entrano nel capitale i primi soci esteri (anche lo Ior, istituito vaticano), soprattutto la banca d’investimento Lazard Frères di New York, che rappresenterà per lungo tempo il rapporto più stretto e personale, tra Cuccia e André Meyer. Relazioni internazionali – soprattutto Usa e Francia, e una proiezione crescente in Africa e Iran – e consolidamento del capitalismo italiano, realizzato con continue operazioni di aumenti capitale, prestiti obbligazionari, costituzione di consorzi, fusioni e quotazioni. Il quadro bancario è stabile, a parte negli anni settanta il ciclone Sindona, con lui Cuccia avrà rapporti prima di dialogo difficile e poi di rottura. Ma l’assetto di fondo, il patto De Gasperi-Mattioli, ormai trasformatosi in “lodo Cuccia”, regge ai primi smottamenti della politica, e in particolare con l’avvento del centro sinistra organico. Testimonianze dell’epoca affermano che il disegno di Aldo Moro nel biennio 62-63 sarà quello di far avanzare la politica tenendo fermo l’assetto imprenditoriale: «Sarà fautore della stabilità del rapporto tra Santa Alleanza imprenditoriale, quella che Cuccia comincia a guidare, e politica» scrive Franco Briatico nel suo Ascesa e declino del capitale pubblico in Italia (Mulino). Il mutato cambio del quadro politico porta la nazionalizzazione dell’Enel: Mediobanca era contraria, gli elettrici erano clienti grossi, ma una volta partita si getterà dentro la gestitone degli indennizzi, orchestrando le successive operazioni e tra cui quella che porterà alla nascita della Montedison, le cui vicende meriterebbero un anniversario a parte.
Ma le cose sono destinate a evolvere, specie all’inizio degli anni ‘80 con l’avvento di Romano Prodi all’Iri, e con l’influenza di Nino Andreatta, che «aveva detto molte volte che l’estraneità se non proprio l’ostilità di alcuni grandi centri di potere economico rispetto al maggiore partito italiano privato il governo, di cui la Dc era la componente principale, di una parte importante dell’armamentario indispensabile per condurre la politica economica» scrive Giorgio La Malfa, che riconosce il significativo influsso che ha questo gruppo sulla storia del Partito d’Azione e poi del Pri.
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