Orban, da attivista liberale a leader illiberale amico di Putin e Trump – Il Tempo
Budapest, 12 apr. (Adnkronos) – Da giovane leader liberale che nel 1989 invocava in piazza la rottura con Mosca a campione della democrazia illiberale e della destra globale, migliore amico di Vladimir Putin, e Donald Trump, in Europa. E’ questa la parabola di Viktor Orban, coriaceo 63enne premier ungherese, che con i suoi 16 anni interrotti al potere è il più longevo leader europeo – escluso il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko – che oggi, domenica 12 aprile, affronta, per la prima volta, le elezioni in Ungheria in una posizione di netto svantaggio nei sondaggi.
“Se noi crediamo nella nostra forza, se siamo capaci di portare alla fine la dittatura comunista, se siamo abbastanza determinati, dobbiamo riuscire a costringere il partito di governo a libere elezioni”, disse l’allora 26enne Orban nel discorso, pronunciato il 16 giugno del 1989 in occasione della sepoltura solenne dei resti di Imre Nagy, premier durante la rivolta del ’56 ucciso dai sovietici, un discorso che lanciò la sua carriera politica.
Orban era allora tra i co-fondatori del’Alleanza dei giovani democratici, organizzazione di studenti anti-comunisti di ispirazione liberal che si sarebbe poi trasformata in Fidesz, che aveva tra i suoi principali finanziatori George Soros, l’imprenditore americano di origine ungherese allora lungi dall’essere il nemico numero uno della destra globale, e nemico della nazione come l’ha poi definito Orban.
Basti pensare che subito dopo la laurea in giurisprudenza, il futuro vate del sovranismo chiese una borsa di studio alla Open Society Foundation di Soros, ora da lui e dall’estrema destra globale considerata crogiolo di tutti i mali della globalizzazione, per finanziare una sua ricerca ad Oxford sui movimenti di base, nella convinzione che “uno dei principali elementi della transizione democratica”, scriveva il giovane Orban, potesse essere “la rinascita della società”.
Nelle elezioni del 1990, Orban fu uno dei 22 membri di Fidesz eletti in Parlamento, diventando il presidente del partito su cui velocemente impose il suo controllo totale, escludendo chiunque mettesse in discussione la sua autorità o le sue decisioni. E un gruppo lasciò definitivamente il partito quando nel 1994 Orban impose una brusca sterzata dal liberalismo europeista al nazionalismo conservatore. “Quelli che rimasero in Fidesz erano i più omogenei e fedeli a lui, da allora la storia del partito e di Orban sono diventate una cosa sola”, racconta la ‘fuoriuscita’ Zsuzsanna Szelenyi, una degli studenti della prima ora che nei giorni scorsi ha spiegato a Politico le varie fasi del percorso politico di Orban, fino alla “sorprendente” involuzione filorussa.
Dopo un primo mandato come premier tra il 1998 e il 2002, Orban ha poi condotto per otto anni un’accanita opposizione al governo di socialisti e liberisti, fino alla prima vittoria elettorale del 2010, seguita poi da quelle del 2014, 2018 e 2022. Un saldo controllo del potere, ottenuto negli anni anche con una serie di controverse riforme costituzionali, riduzioni delle leggi che garantiscono i ‘check and balances’, l’indebolimento delle libertà di stampa e dell’indipendenza della magistratura, che in questi anni hanno spinto l’Unione Europea ad avviare numerose procedure di infrazione contro l’Ungheria per violazioni sistemiche del diritto dell’Unione.
Per quanto riguarda il riorientamento verso la Russia, un momento chiave viene considerato l’accordo del 2014 con il quale Orban ottenne un massiccio finanziamento per espandere l’impianto nucleare Paks II. Un allineamento di interessi non solo economici, se solo sei mesi dopo Orban annunciò per la prima volta di puntare alla realizzazione di uno “Stato illiberale”, basato su valori nazionali e tradizioni cristiane, esplicitamente citando come modello la Russia di Vladimir Putin. La stessa Russia che solo nel 2007 Orban accusava di essere “fondamentalmente un impero, che vuole trattare male i Paesi vicini e di cui non ci si può mai fidare”, ricorda Szelenyi.
E come lo spostamento da posizioni liberali a nazionaliste era stato determinato dal desiderio di trovare uno spazio politico dove imporre più facilmente una smodata ambizione politica, così anche la sua amicizia con la Russia riflette delle ambizioni internazionali. “Orban non può allargare di nuovo l’Ungheria, ma pensa di poterla rendere di nuovo grande”, spiega Peter Molnar, compagno di università del premier e anche lui uno dei deputati che lasciarono Fidesz nel 1994, notando come ad ogni scontro tra Budapest e Bruxelles le relazioni con Putin sono diventate più strette.
Non solo i vecchi sodali pensano che l’ambizione sia il vero motore delle scelte politiche di Orban. “Credo che sia affascinato dal potere di per sé, credo che questa sia la cosa che lo guida maggiormente, se vivessimo in un tempo in cui il liberalismo fosse in ascesa, sarebbe liberale”, ha scritto nella biografia di Orban pubblicata nel 2021 il giornalista Pal Daniel Renyi, secondo il quale negli anni ’90 il premier “ha capito che essere nazionalista, conservatore gli avrebbe dato più libertà nel governare” e l’essere tradizionalista più presa politica, senza contare che in quel momento “c’era un enorme partito socialista, un forte partito liberale mentre quello conservatore tradizionale era a pezzi”.
In questi lunghi 16 anni Orban è riuscito a mantenere il potere non solo grazie alle citate controverse riforme che gli hanno permesso di avere il controllo sul Paese, ma anche facendo presa sull’elettorato attraverso l’individuazione di un costante, anche se in evoluzione, nemico, preferibilmente esterno, che costituisce una minaccia alla cultura e la sovranità ungherese, a difesa delle quali si erge Orban.
Nella galleria dei nemici si annoverano il citato Soros, le Ong che favoriscono il multiculturalismo e l’immigrazione, i migranti appunto contro i quali Orban ha costruito un muro sul confine serbo, ancora prima che il suo grande alleato ideologico Trump venisse eletto nel 2016 con la promessa di costruirne uno sul confine con il Messico, la comunità Lgbt, contro la quale nel 2021 viene approvata una legge condannata dalla Ue come anti-gay. Nel 2025 poi raddoppia con una un’altra legge per dichiarare illegali i Pride, misura che però si è poi rivelata una sorta di boomerang politico: lo scorso giugno il Budapest Pride, che il sindaco ecologista Gergely Karacsony ha autorizzato sfidando l’incriminazione, si è trasformato in una grande manifestazione anti-governativa con centinaia di migliaia di partecipanti, tra i quali decine di politici di diversi Paesi della Ue.
E l’Unione rimane il nemico costante della narrativa politica di Orban, in particolare la sua “elite liberal” che “tradisce la volontà del popolo” e detta legge all’Ungheria. Ma in questa campagna il nemico numero uno designato è stata l’Ucraina e la sua pretesa di entrare nella Ue, con Orban che ha descritto Kiev non come la vittima dell’aggressione russa, ma una fonte di pericolo per l’Ungheria.
Source link



