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Mini banche, flotta fantasma e raffinerie segrete: così la Cina ha finanziato l’Iran

Mentre gli Stati Uniti cercavano in tutti i modi di strangolare l’economia iraniana con sanzioni sempre più severe, negli ultimi anni la Cina ha rappresentato per Teheran una vera e propria ancora di salvezza. In che modo? Per capire come ha fatto la Repubblica Islamica a rimanere a galla nonostante la pressione di Washington bisogna accendere i riflettori sul petrolio. Pechino è infatti diventato il principale, se non unico, acquirente del greggio iraniano, arrivando ad assorbirne la quasi totalità. Questo flusso costante di entrate ha così permesso agli ayatollah di continuare a finanziare le proprie attività, comprese quelle militari, nonostante l’isolamento internazionale. Il risultato lo si è visto nel corso della guerra in Medio Oriente contro Stati Uniti e Israele.

L’ancora di salvataggio cinese

Secondo quanto ricostruito dal Wall Street Journal, l’ancora cinese non sarebbe altro che una rete articolata e sofisticata costruita per consentire a Teheran di aggirare le sanzioni. Un esempio? Le transazioni vengono spesso instradate attraverso piccole banche cinesi con limitata esposizione internazionale, meno vulnerabili alle ritorsioni di Washington. Di pari passo, società di comodo registrate in luoghi come Hong Kong gestiscono i proventi e ne facilitano il riciclaggio in diverse valute.

Anche il trasporto del petrolio è parte del meccanismo. Una “flotta ombra” di petroliere opera con tecniche di occultamento, come lo spegnimento dei transponder o il trasferimento del carico in mare aperto per nasconderne l’origine.

Sul lato della domanda, invece, sono soprattutto le raffinerie cinesi indipendenti a comprare il greggio iraniano a prezzi scontati, evitando il coinvolgimento diretto dei grandi gruppi statali più esposti ai mercati globali. È così, dunque, che Teheran ha potuto incassare decine di miliardi di dollari all’anno, risorse che gli ayatollah hanno poi reindirizzato verso spese strategiche, incluse quelle militari.

La posizione di Pechino

Il sistema ha iniziato a prendere forma durante l’amministrazione Trump, dopo il ritorno della strategia di “massima pressione”, quando le esportazioni iraniane erano precipitate ai minimi storici. In quel periodo, l’Iran ha accelerato la creazione di canali paralleli di vendita, trovando nella Cina un partner disposto a correre rischi calcolati.

Oltre ai pagamenti in yuan, spesso difficili da tracciare, sono emerse anche forme di baratto: aziende cinesi coinvolte in progetti infrastrutturali in Iran ricevono petrolio come compensazione. Nel frattempo, Pechino mantiene una posizione ufficiale prudente, evitando di dichiarare apertamente le importazioni di greggio iraniano per non alimentare tensioni diplomatiche con gli Stati Uniti e altri Paesi del Golfo.

La Cina continua in ogni caso a comprare oltre un milione di barili al giorno dall’Iran,

almeno stando alle ultime stime. Un simile flusso (costante) non solo attenua l’impatto delle sanzioni, ma contribuisce a sostenere la capacità di Teheran di proiettare potenza nella regione. Anche nel bel mezzo di una guerra.


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