I timori a Washington: “Regime ancora vivo”. Tra Repubblicani e Maga malumori sulla guerra
Lo spettro del mission accomplished (missione compiuta) annunciato da George W. Bush il 1 maggio del 2003, a bordo della portaerei Abraham Lincoln, aleggia sulla Casa Bianca. All’indomani delle dichiarazioni di “vittoria totale” che sono giunte dall’amministrazione, nel campo Democratico e, soprattutto Repubblicano, comprese le declinazioni Maga, permangono molti dubbi.
Bush pronunciò il suo discorso dopo sei settimane dall’inizio dell’invasione dell’Iraq. Il successo militare era indiscusso. E tuttavia, gli americani rimasero incastrati in quella guerra per altri otto anni, con un bilancio di quasi 5mila caduti e oltre 32mila feriti. In vista dei negoziati che si apriranno domani a Islamabad, un numero non trascurabile di funzionari e alleati di Donald Trump invitano alla cautela. La “fragile tregua”, come l’ha definita lo stesso vicepresidente JD Vance, che guiderà la delegazione Usa in Pakistan, potrebbe non reggere, costringendo gli Stati Uniti a riprendere le operazioni militari. Secondo diverse fonti ufficiali citate dal Wall Street Journal, Trump è stato informato dei rischi che potrebbero far naufragare il cessate il fuoco ed è stato avvertito che l’Iran conserva ancora pericolose capacità militari. Un altro funzionario dell’amministrazione ha riferito che più della metà dei lanciamissili iraniani è stata distrutta, ma a disposizione di Teheran ne rimane un numero considerevole. Inoltre, i Pasdaran conservano decine di piccole imbarcazioni in grado di minacciare le navi nello Stretto di Hormuz, sebbene gli attacchi americani e israeliani abbiano affondato oltre il 90% della Marina iraniana.
Oltre al futuro della navigazione nello Stretto, con le sue ricadute sui mercati energetici globali, l’altra incognita riguarda la sorte dei circa 450 chili di uranio arricchito sepolti sotto le macerie degli impianti nucleari di Isfahan e Natanz, bombardati dagli americani e dagli israeliani lo scorso giugno. Se recuperato e ulteriormente arricchito, l’uranio potrebbe fornire all’Iran il materiale nucleare necessario per una bomba rudimentale o per una testata. È questo il punto sul quale insiste il senatore repubblicano Lindsay Graham, il “falco” anti-Iran che in queste settimane è stato tra i più accesi sostenitori della guerra. “Voglio ribadire che, dal mio punto di vista, ogni singola oncia delle circa 900 libbre di uranio altamente arricchito deve essere posta sotto il controllo degli Stati Uniti e rimossa dall’Iran, per impedire che in futuro il Paese possa dotarsi di una ‘bomba sporca’ o riprendere le attività di arricchimento”, ha scritto sui social media, a fronte dell’incertezza che circonda il contenuto del piano in 10 punti che verrà discusso a Islamabad.
Anche fuori dal Congresso, alcune delle voci Maga più in vista non si sono allineate ai proclami della Casa Bianca. Per l’influencer Laura Loomer, vestale del Trumpismo duro e puro, gli Stati Uniti “non hanno ottenuto nulla” dalla trattativa, mentre l’Iran avrebbe ottenuto quasi tutto ciò che desiderava. In sintesi, il cessate il fuoco equivale a una “resa”. Scettico è anche Steve Bannon, ideologo dell’America First ed ex capo stratega di Trump, coerentemente contrario fin dall’inizio al conflitto in Iran. Per lui, Teheran potrebbe utilizzare la pausa di due settimane per “riorganizzarsi, riarmarsi e poi rilanciare”. Le critiche alla guerra e poi all’accordo hanno tracimato anche su Truth, il social personale di Trump, rifugio dei più ferventi sostenitori del tycoon.
Un’analisi del New York Times ha rivelato la presenza di decine di post provenienti da account Maga contrari al conflitto. All’annuncio dell’accordo, altre migliaia di post hanno invece criticato il presidente per avere fatto marcia indietro, ricevendo ben poco in cambio.
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