Hormuz e uranio, sanzioni e “ristori”. Usa-Iran: negoziati da posizioni distanti
“Gli iraniani possono perdere la guerra, ma mai un negoziato” è la battuta che circola negli ambienti militari e diplomatici. Domani si aprirà a Islamabad la difficile trattativa fra Usa e Iran, se i bombardamenti in Libano o qualche altra sorpresa non farà saltare tutto. Da una parte del tavolo ci dovrebbe essere come capo delegazione, salvo motivi di sicurezza dell’ultima ora, JD Vance, il vicepresidente americano fin dall’inizio contrario alla guerra e dall’altra Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Maijlis, il parlamento iraniano ed ex generale dei pasdaran, che detengono saldamente il potere. Proprio lui ha ribadito ieri che “il Libano e tutto l’Asse della resistenza, in quanto alleati dell’Iran, rappresentano una parte inseparabile del cessate il fuoco”. Il primo ministro israeliano ha riposto dando mandato ad aprire trattative dirette con il governo libanese su cessate il fuoco e disarmo di Hezbollah, che inizieranno la prossima settimana a Washington.
Se il nodo libanese verrà in qualche maniera “assorbito” i punti ostici del negoziato sono tali da prevedere una trattativa tutta in salita. La vera scaletta non viene resa nota e gli incontri saranno a porte chiuse, ma il braccio di ferro si svilupperà su una decina di aspetti cruciali. Il primo riguarda lo Stretto di Hormuz, che la Casa Bianca vorrebbe tornasse libero, come prima della guerra o con l’idea assurda di coordinare pedaggi con gli iraniani. I pasdaran, al contrario, vogliono mantenere il controllo sullo stretto e faranno passare 15 navi al giorno, come ha rivelato la Tass. “Il traffico dipende strettamente dal consenso dell’Iran e dal rispetto di un protocollo specifico – ha spiegato una fonte attendibile all’agenzia di stampa russa – Questo nuovo quadro normativo, attuato sotto la supervisione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, è stato ufficialmente comunicato alle parti nella regione. Non ci sarà un ritorno allo status quo precedente alla guerra”.
Il presidente Donald Trump ha promesso a più riprese che l’Iran non avrà alcun programma nucleare e si è spinto a dire che i famosi 450 chilogrammi di uranio arricchito verranno consegnanti forse alla Russia o all’agenzia atomica. Ghalibaf ha risposto che “in una situazione del genere, un cessate il fuoco bilaterale o dei negoziati sono irragionevoli” ribadendo che la Repubblica islamica ha diritto a un programma nucleare. Il nodo, come in passato, è che il programma civile ha bisogno del 5% di arricchimento e non il 65% raggiunto dagli iraniani. E soprattutto dopo questo attacco, a Teheran e fra i pasdaran, si parla apertamente di dotarsi dell’arma nucleare.
Gli iraniani chiedono anche la cancellazione di tutte le sanzioni. Gli Usa potrebbero concedere di alleggerire la pressione, ma in cambio di concessioni importanti. Teheran porterà al tavolo anche la richiesta dei danni di guerra, ma lo stesso potrebbero fare i Paesi del Golfo e suona come propaganda la richiesta di ritirare le forze americane dal Golfo. Il fantasma nella stanza sarà l’arsenale balistico iraniano, che si è dimostrato più temibile e ingente rispetto alle previsioni. Gli israeliani premono su Washington per imporre una limitazione alla gittata, ma i Pasdaran non cederanno di un millimetro.
Il nodo finale, che per Teheran è al primo punto del negoziato, riguarda il “patto di non aggressione”.
Gli iraniani vogliono ferme garanzie americane che escludano attacchi militari futuri. E sotto l’ombrello protettivo fanno ricadere tutti i giannizzeri, a cominciare dagli Hezbollah, che per gli israeliani sono il nemico diretto ai loro confini.
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