erano fuggiti dal blitz della polizia

Si è chiuso il cerchio intorno al commando pronto a rapinare un portavalori in autostrada, bloccato nelle scorse settimane a Vignola (Modena), grazie a un’indagine delle procure di Chieti e di Modena, con la partecipazione anche della squadra mobile teatina.
Come riporta Modena Today, infatti, nella giornata di giovedì 9 aprile, gli investigatori delle squadre mobili di Modena, Bologna, Chieti e Foggia, supportati dal Servizio centrale operativo, hanno eseguito sedici misure cautelari in carcere, smantellando l’intera rete criminale.
A Cerignola (Foggia) sono stati catturati gli ultimi due componenti della banda che il 18 marzo scorso erano riusciti a sfuggire al blitz della polizia, che aveva portato al sequestro di armi da guerra, veicoli e dispositivi per bloccare le comunicazioni.
In manette è finito un uomo di 45 anni, già noto alle forze dell’ordine per reati contro il patrimonio, ritenuto la mente dell’organizzazione. Stando a quanto hanno ricostruito gli investigatori, era presente a Vignola nel momento dell’irruzione della polizia, ma era riuscito a dileguarsi. Sarebbe stato lui a curare in maniera maniacale i sopralluoghi e tutte le attività preparatorie per l’imminente attacco al blindato.
Il secondo arrestato è un 36enne che avrebbe ricoperto un ruolo cardine per il radicamento della banda sul territorio emiliano. Secondo l’accusa, si sarebbe occupato dell’intera logistica, individuando e allestendo il campo agricolo dove il commando si era radunato. In quel covo isolato, sotto la sua diretta supervisione, erano stati fatti convergere in gran segreto i veicoli rubati e le armi necessarie per compiere la clamorosa rapina, poi fortunatamente sventata dall’intervento degli agenti.
La gravità dell’azione pianificata ha spinto il tribunale di Modena a trasferire l’intero fascicolo alla Direzione distrettuale cntimafia di Bologna. Il Giudice felsineo non solo ha rinnovato e confermato la custodia cautelare in carcere per i 14 malviventi già arrestati in flagranza di reato a marzo, ma in più ha riconosciuto per tutti la pesantissima aggravante del metodo mafioso.
Una decisione motivata dalle inquietanti modalità paramilitari pensate per l’assalto, che prevedevano l’impiego di una potenza di fuoco devastante: il gruppo aveva infatti a disposizione un vero e proprio arsenale composto da armi da guerra con relativi caricatori, esplosivi e liquidi infiammabili, pronti per essere utilizzati in un attacco frontale.
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