“Abbiamo continuamente modellato il nostro sound”: i Maruja arrivano in Italia

I Maruja sono attivi sin dal 2014, ma solo lo scorso anno, via Music For Nations, hanno pubblicato il loro interessantissimo primo album, “Pain To Power“, un disco che non mette confini sonori, passando dal post-rock, al punk, al jazz, al rap, senza alcun tipo di remore e non risultando mai fuori luogo. Il gruppo di Manchester aveva già suonato nel 2024 al Covo Club di Bologna e la scorsa estate era stato a due festival italiani (TVSpenta Dal Vivo in provincia di Siena a luglio e Ypsickrock vicino a Palermo ad agosto): lo scorso novembre avrebbe dovuto esibirsi a Milano, ma un problema di salute l’ha costretto a rinviare lo show (già sold-out da mesi), che si terrà ora lunedì 13 aprile alla Santeria Toscana 31 (intanto si sono aggiunti altri due appuntamenti, giovedì 14 maggio all’Invincible Festival di Roma e dal 10 al 13 settembre al Poplar Festival di Trento). Noi avevamo scambiato due chiacchiere via e-mail insieme a loro alcuni mesi fa (in prossimità della prima data milanese) per farci raccontare sia del loro album che dei loro live passati e futuri italiani. Ecco cosa ci avevano detto:
Ciao, come state? La vostra band è nata nel 2014 e avete già pubblicato molti singoli ed EP: posso chiedervi perché avete deciso di aspettare prima di pubblicare il vostro primo album?
Stiamo bene, ragazzi, speriamo anche voi! In realtà avevamo già pubblicato un album completo prima di “Knocknarea” intitolato “Compassion”. Quando stavamo scrivendo “Tao” e “Rage”, i singoli che sono seguiti a quell’album, era iniziata una nuova era in termini di esplorazione musicale, e “Compassion” ci sembrava troppo fuori luogo rispetto a quella nuova direzione per poterlo lasciare online, quindi abbiamo praticamente ricominciato da zero e l’abbiamo rimosso da tutte le nostre piattaforme di streaming. Ne conserviamo un bel ricordo come parte della nostra fase iniziale, ma volevamo mostrare al mondo ciò che sapevamo essere il nostro lato più forte e autenticamente “noi”. Abbiamo deciso di mantenere vivo l’entusiasmo per gli EP successivi non solo per creare aspettativa, ma anche perché non potevamo davvero investire finanziariamente nella scrittura di un album. È un lavoro costoso, e per il modo in cui scriviamo e registriamo la musica con il nostro produttore di lunga data (Samuel W. Jones), ci vuole molto tempo e molta riflessione per rendere le cose il più perfette possibile, quindi avevamo davvero bisogno di molto tempo e denaro dalla nostra parte per rendere “Pain to Power” una realtà.
Quando avete fondato la band? Come vi siete conosciuti?
Io (Matt) e Harry abbiamo fondato i Maruja insieme ad altri due ex membri ai tempi dell’università, nel 2014. Il nostro vecchio chitarrista Liam ha presentato me e Dom a Harry e in men che non si dica siamo diventati amici intimi. Prima che ce ne rendessimo conto, rimanevamo fino a tardi dopo l’università a scrivere nelle sale prove e molto rapidamente ci siamo resi conto che c’era una scintilla istantanea nella musica, nelle nostre dinamiche, in tutto. Abbiamo tenuto duro, suonato in tutti i piccoli locali, ci siamo avventurati fuori il più possibile, e quando abbiamo voluto cambiare un po’ il nostro stile, è stato allora che abbiamo portato Joe nel gruppo. Naturalmente ha portato un elemento jazz al nostro sound, e questo si è evoluto nel tempo, specialmente dopo che Jacob è diventato il nostro nuovo batterista. Liam ha lasciato la band e da allora, ormai circa 7 anni fa, noi quattro abbiamo continuamente modellato il nostro sound, scoprendo l’inaspettato, ed è lì che ci trovate oggi.
“Pain To Power” è uscito da qualche settimana: quali sono le vostre sensazioni al riguardo in questo momento? Qual è stata la reazione dei vostri fan?
Non ci sono parole per descrivere quanto siamo emozionati! È snervante, ma a questo punto della nostra carriera sappiamo come trasformare questo nervosismo in eccitazione. Onestamente non avremmo potuto chiedere una reazione migliore dai nostri fan: sin dall’uscita di “Look Down On Us” i fan ci hanno detto che è già la migliore canzone che abbiamo mai pubblicato, ed è esattamente il tipo di impatto che vogliamo avere. Il nostro album di debutto non è un lavoro fatto a metà, in nessun modo, sappiamo l’impatto che avrà questo album e non potremmo essere più orgogliosi.
“Pain To Power” è un titolo molto interessante: posso chiedervi cosa c’è dietro?
Le nostre vite e la nostra musica sono esplorazioni volte a trasformare ciò che un tempo ci ha ferito in qualcosa che non può più ferirci; qualcosa che possa portarci avanti, saldi e imperterriti. Una simile esplorazione ci fa capire che possiamo insegnare agli altri intorno a noi la stessa lezione, e la speranza nel nostro impegno qui è quella di contribuire a rendere il mondo un posto migliore. Che sia di poco o di molto, non importa, perché sono l’arte e il messaggio stesso che
contano e che sopravvivono. Questo vale per il mondo al di là delle nostre vite personali, penso che sia ovvio. C’è una quantità terribile di ingiustizie spietate e alimentate dall’odio che i nostri fratelli nel mondo stanno affrontando in questo momento. Palestina, Sudan, Myanmar, Ucraina ecc. Si tratta di orribili ingiustizie che non meritano di essere dimenticate, perché il mondo ha visto abbastanza brutalità passare inosservate, ignorate, nascoste sotto il tappeto, negate apertamente, vergognosamente avallate e vergognosamente finanziate, lasciate lì finché la polvere non si è posata e ormai è troppo tardi. Assistiamo a tutto questo sugli schermi dei nostri telefoni e, ovviamente, ci sentiamo impotenti; questo è ciò che i responsabili vogliono che proviamo, vogliono che proviamo dolore e non facciamo nulla. Ma immaginate come si sentono coloro che soffrono nel vedervi non fare nulla. Questo non vuole essere un atto di giudizio contraddittorio da parte nostra, ma un richiamo alla realtà e una motivazione affinché tu faccia qualcosa, grande o piccola che sia, non importa, perché stai avendo un impatto, stai facendo qualcosa per combattere lo status quo dell’indifferenza. Vogliamo far sapere ai nostri fan e a tutti gli altri che non solo possono diventare potenti, ma che in realtà lo sono già tutti, devono solo rendersene conto, scoprire e coltivare quel potere.
Nella vostra musica c’è un grande mix di generi diversi come il post-rock, il post-punk, il jazz, il rap e molti altri. È molto difficile trovare un’etichetta adeguata per definirla: quali sono state le vostre influenze musicali più importanti mentre stavate scrivendo il vostro primo album?
A dire il vero, non abbiamo mai avuto influenze particolarmente forti al di fuori della nostra musica e del nostro processo artistico durante la scrittura di “Pain to Power”, anche se c’è una band che mi viene in mente in termini di impatto sonoro che volevamo che la nostra musica avesse, e quella è “Knocked Loose”. Il loro stile di produzione è invidiabile per quanto sia efficace. Non che volessimo replicare perfettamente qualcosa, ma sono stati un punto di riferimento unico per capire quanto forte potesse essere la nostra musica. Per quanto riguarda il messaggio dell’album, abbiamo sempre tratto ispirazione dai Rage Against the Machine, e nel periodo in cui stavamo scrivendo “Pain to Power” abbiamo trovato ispirazione soprattutto nei System of a Down.
Potete parlarci del vostro processo creativo? Come funziona? È un lavoro di squadra?
A parte i testi, più o meno, il nostro processo creativo è interamente collaborativo tra noi quattro. Improvisiamo come quartetto da tantissimo tempo, quindi ci conosciamo a un livello di intima familiarità musicale oltre che personale. Di solito improvvisiamo per 40 minuti fino a un’ora, a volte anche di più, e registriamo queste jam nella loro interezza con un telefono. Poi ascoltiamo la registrazione nel tempo libero, insieme o separatamente, prendendo appunti sui momenti migliori. Quei “momenti migliori” in ogni jam tendono ad essere quelli in cui noi quattro abbiamo raggiunto il nostro apice assoluto di telepatia musicale, quando siamo completamente persi nei nostri strumenti e nella tempesta collettiva di suoni che viene introdotta nel nostro mondo. È l’esperienza più selvaggia che si possa immaginare, e sicuramente genera una serie infinita di idee che possono poi essere utilizzate come base per nuove canzoni. Per i testi di Harry, alcune jam possono suscitare una sensazione particolare, o diverse sensazioni, oppure lui potrebbe avere alcuni testi nel suo archivio che non vede l’ora di mettere in forma musicale; varia, ed è un processo in cui possiamo riporre tutta la nostra fiducia affinché lui lo porti a compimento.
Venite da Manchester, una città che ha fatto la storia della musica: pensate che i luoghi possano in qualche modo influenzare la musica che una band o un artista scrive?
Assolutamente sì! Stranamente, nel nostro caso, Manchester ci ha ispirato a non essere affatto come Manchester. Eravamo diventati così annoiati e stanchi del costante indie rock e dei suoni simili agli Oasis che ci ha fatto venire voglia di scrivere musica più sperimentale, rumorosa e progressiva. Volevamo che qualcosa di nuovo uscisse da Manchester, quindi abbiamo deciso di provare a tracciare la nostra strada. Nell’era dei “Knocknarea”, Londra era il posto giusto nel Regno Unito per il rock selvaggio, quindi abbiamo dovuto portare la nostra arte lì, in locali di riferimento come il Windmill a Brixton. Non che siamo contrari a tutta la musica di Manchester, amiamo la vecchia scena rave e i Joy Division e qui sta lentamente iniziando una rinascita rispettabile, ma non è alla stregua di Londra, e ciò è dovuto a molti fattori diversi, come una grave, gravissima mancanza di investimenti nelle arti, una quantità molto ridotta di spazi per le prove a prezzi accessibili, promotori disonesti e un lento smantellamento della scena di base. Se qui ci fosse più attenzione istituzionale verso le arti e la cultura, penso che saremmo in grado di coltivare una scena che potrebbe facilmente rivaleggiare con quella di Londra e contribuire a rendere la vita e la carriera di musicisti e artisti molto più realizzabili.
Il vostro album di debutto è stato prodotto da Samuel W Jones, che ha già lavorato con voi per tutti i vostri EP: è stata una scelta naturale per voi?
La parola “naturale” non rende l’idea. Eravamo destinati a scrivere il nostro primo album con lui, era destino. Lui è il quinto membro spirituale dei Maruja e mi sembra riduttivo persino usare la parola “spirituale” in questo caso, lui è il quinto membro. Ci conosce e capisce noi e la nostra arte a un livello così profondo e sa esattamente cosa vogliamo e come ottenere i migliori
risultati, nonostante il nostro modo piuttosto caotico di comunicare i nostri desideri e le nostre esigenze.
A quanto ho letto, avete detto di essere stati influenzati dal mondo folle in cui viviamo oggi, che vediamo in diretta sugli schermi dei nostri cellulari: pensate che scrivere di questi temi sia stato in qualche modo terapeutico per voi? Questi tempi bui hanno portato negatività nei vostri testi?
Per citare la grande Toni Morrison: “Questo è proprio il momento in cui gli artisti si mettono al lavoro. Non c’è tempo per la disperazione, non c’è spazio per l’autocommiserazione, non c’è bisogno di silenzio, non c’è spazio per la paura. Parliamo, scriviamo, usiamo il linguaggio. È così che le civiltà guariscono.” Posso solo spingermi fino a un certo punto nel parlare interamente a nome di Harry, dato che è lui che ha scritto i testi e ha dovuto riflettere su cosa fosse meglio scrivere, ma posso assicurarti che scrivere un album su crimini e ingiustizie così disumani come il genocidio palestinese e l’abuso capitalistico sfrenato dei miliardari del mondo non è stato certamente terapeutico; era una necessità per noi, dovevamo scriverne. In un certo senso, può essere sembrato terapeutico, ma le cose crudeli di cui scrivi possono lasciarti con una frustrazione profonda e amara. Non dimentichiamo però che questa frustrazione può essere trasformata in forza; ti fa andare avanti, avanti nonostante coloro che non si curano delle conseguenze di vasta portata delle proprie azioni e inazioni. Mentre stavamo scrivendo “Pain to Power”, stava iniziando il secondo mandato di Trump e i più potenti capitalisti americani che avevano deciso di unirsi alla sua cerchia di adulatori si erano già impegnati a perpetuare la paranoia, l’odio e a investire concretamente nel fascismo, nelle guerre e in atti meschini e distruttivi come il genocidio (Palantir è un esempio particolarmente ripugnante). Coloro che avevano il potere di porre fine alla sofferenza avevano deluso miseramente il mondo e, peggio ancora, avevano intenzionalmente perpetuato la sofferenza per la propria avidità. Questo dovrebbe farvi arrabbiare da morire, dovrebbe farvi venire voglia di fare qualcosa al riguardo. Possiamo vivere con orgoglio e gratitudine sapendo di essere stati in grado di diffondere il nostro messaggio in tutto il mondo, utilizzando una piattaforma così ampia come la nostra, con un pubblico così attivo e profondamente appassionato come il nostro, ma non possiamo e non vogliamo fermarci qui. Continueremo a far sentire la nostra voce e a ispirare gli altri ad agire, perché o facciamo questo o lasciamo che tutto continui senza dire una parola.
Nel vostro album ci sono brani molto caotici, mentre altri sono più riflessivi e altri ancora sono entrambe le cose: pensi che quei ritmi possano in qualche modo riflettere il mondo in cui viviamo in questo momento
Sì, certamente. Semmai, il mondo in cui viviamo ha davvero bisogno di molta più riflessione, riflessione su se stessi così come una profonda riflessione sulla storia. Non mi è mai piaciuta molto l’idea che la storia si ripeta, o anche l’idea più accurata che “la storia non si ripete, ma spesso fa rima”, ma stiamo iniziando a vedere questo attuale sconvolgimento di aggressione imperialista raggiungere il culmine, e questo dovrebbe allarmare le persone ovunque. È terribilmente facile sentirsi isolati, arrabbiati e intrappolati dalla gravità di ciò che sta accadendo a livello globale, quindi speriamo, e ci siamo riusciti, di avvicinare le persone
che si sentono in questo modo. Abbiamo visto quanto possa essere bella e potente l’unità attraverso l’arte, e non pensiamo che ci siano molte cose al di là dell’arte in grado di unire le persone in modo così straordinariamente significativo. Le persone abbandonano le loro barriere, lasciano che le emozioni che devono essere espresse scorrano libere, e si abbracciano, si amano, si sostengono e diventano amiche l’una dell’altra, tutto questo proprio di fronte a questo caos che fa del suo meglio per schiacciarci nel silenzio.
L’anno scorso avete suonato al Covo Club di Bologna e avete fatto il tutto esaurito in quel locale leggendario: era la vostra prima volta in Italia? Avete qualche ricordo di quella serata da condividere con i nostri lettori?
Il Covo Club è stato davvero la nostra prima volta in Italia, ed è stata un’esperienza incredibile. Io stesso (Matt) ho origini italiane, quindi mi è sembrato un concerto di ritorno alle origini. Abbiamo mangiato dei piatti di pasta squisiti poche ore prima dello spettacolo, il che può essere una mossa un po’ stupida perché la pasta è, ovviamente, pesante per il corpo e la mente. Ma nonostante ciò, i fan al Covo erano così desiderosi di aprire le porte dell’inferno che le nostre preoccupazioni sono svanite in un istante. Inizialmente non era previsto che suonassimo in Italia in quel tour, il che ha comprensibilmente fatto arrabbiare i nostri fan italiani, tanto che abbiamo dovuto davvero ascoltarli e dare loro ciò che volevano. Fair play! Ogni concerto che abbiamo fatto in Italia da allora è stato un appassionato festone da sballo; i nostri fan italiani sanno come scatenarsi!
Quest’estate avete suonato anche a due festival italiani (TVSpenta Dal Vivo in Toscana e Ypsigrock in Sicilia) e a breve suonerete a Milano: quali sono le vostre aspettative?
Entrambi quei festival sono stati incredibili! Non ci sono parole che possano descrivere accuratamente l’entusiasmo che proviamo per Milano. Non ci aspettiamo altro che carneficina e amore allo stato puro, perché è questo che i nostri fan italiani sanno fare alla perfezione.
Un’ultima domanda: potete scegliere una delle vostre canzoni, vecchia o nuova, come colonna sonora di questa intervista? Grazie mille.
“Saoirse”. Sono le nostre differenze che ci rendono belli!
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