Cultura

Fulminacci – Calcinacci | Indie For Bunnies

Filippo Uttinacci, in arte Fulminacci, esponente contemporaneo del cantautorato romano, ha pubblicato il nuovo disco qualche giorno dopo la fine delle sue esibizioni sanremesi.

Ferdinando Traversa, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Classe 1997, approccia il mondo musicale fin da piccolo, come ricorda nelle ore che hanno preceduto la serata finale del Festival della Musica italiana, pubblicando sui social un video di sé bambino mentre canta e balla sulle note di “Don’t stop me now” dei Queen.

Questa passione congenita ha accompagnato l’artista attraverso un decollo sia per quanto riguarda la fama e gli ascolti, sia nella sensibilità che caratterizza i suoi brani. Spazia tra l’indie e il pop con arrangiamenti anni ’70-80, avvicinandosi a Calcutta e Gazzelle per le tematiche, a Frah Quintale e al Franco126 di “Stanza singola” per le sonorità e i ritmi, pur rimanendo molto riconoscibile e personale.

Il nuovo vinile, “Calcinacci”, segna un’evoluzione non solo contenutistica ma anche stilistica: con questo progetto si è aperto le porte nell’ambito cinematografico; infatti, ha presentato l’album con un cortometraggio e non con un semplice videoclip, visibile nei cinema di Roma, Milano e Napoli in sede di firmacopie. Diretto dai Bendo e da Filiberto Signorello, che hanno contribuito alla scrittura insieme a Fulminacci stesso e Giovanni Nasta, il film porta in scena le atmosfere del disco, includendo anche un aspetto visivo più ampio, oltre a quello uditivo.

L’album si apre con “Indispensabile”, che permette di assaporare già da subito la fragilità della relazione che sta vivendo, probabilmente solo immaginata “forse è successo soltanto nella mia testa” o per lo meno idealizzata “cercarti sul viso almeno un difetto ma era perfetto in ogni virgola, come una formula“. L’amore diventa una dipendenza ma senza di esso potrebbe morire, confessa, senza quello sguardo che “uccide”, ma è “sostanza indispensabile”. Filippo dice che una soluzione per alleviare questa sofferenza causata dall’attrito tra l’odio-amore sia ricercare più attività possibili in modo da riempire la giornata: lo sport e i momenti di tranquillità tra amici rappresentano una pausa momentanea dall’amarezza; però, inevitabilmente, il pensiero è verso quell’amore che lo tormenta. Particolare è il bridge tra il secondo e il terzo ritornello, che, in versione corale, propone un elenco frammentato di parole e frasi spezzate come se fossero consigli e prescrizioni mediche:

“Caffeina, poi la nicotina, vitamina C, melatonina, mi descriva come si sentiva, prenda una mentina, aumenta l’autostima (…) mi prescriva una benzodiazepina, mezza dopo cena e mezza la mattina”

Segue “Maledetto me”, in cui la disillusione sembra prendere piede:

“Eri pazza di me, poi cos’è successo, amore? Centomila dediche e ora frasi da ascensore”

Si tormenta con un mix di emozioni ben descritto attraverso la formula “gelosia dagli occhi blu”, un’invidia e furore accompagnati da una gravosa tristezza, che poi presto si trasformerà in malinconia, umor nero. Topico è l’atteggiamento di chi si aggrappa alla quotidianità quando è pervaso da sensazioni di questo tipo: l’arrotino che arriva e grida, o il fanale della macchina da controllare, chiamate abitudinarie; tutto questo come se permettesse di smettere di poter pensare “maledetta tristezza, maledetta educazione (…) maledetto me”.

“Stupida sfortuna”, il brano scelto per Sanremo, è la continuazione della storia travagliata che l’ascoltatore sta costruendo a partire già dai primi due testi . Un allontanamento tra i due amanti che sembra crescere sempre di più, un climax ascendente verso un dolore via via più marcato. Una ricerca dell’amore -e di sé- in angolo del mondo: dai ricordi nelle foto, nei cinema, nei treni fino a scovare sotto l’acqua, nella sabbia e nel cemento possibili allusioni a un plurale dell’io condiviso. In qualche modo confida nella reciproca caccia all’altro “e se mi stai ancora cercando sono dove stavo ieri, ho solo più pensieri, un po’ meno fiducia e qualche buona scusa”. Passano il tempo e le stagioni, ma il pensiero di quei momenti insieme no. Questo miscuglio di illusione, disillusione e una flebile speranza diventa ben presto una timida comprensione della fine di una relazione e dell’obbligo morale di doversi “ricostruire”, rimane però la paura e l’incertezza di un domani che non si conosce quanto quel comodo star male.

Sta tramontando l’illusione, le tracce rimaste sono degli ultimi pensieri malinconici, degli ultimi calcinacci cadenti di quella relazione, casa spirituale.

Attraversando le parole di “Da qualche parte in Italia”, sostenute da un ritmo più lento e rilassato, Fulminacci sembra star accettando la separazione dall’amata; si percepisce un velo di confusione che copre l’artista. Sa che questo amore gli “scarica le pile” e che “lo schermo tornerà nero” ma è ancora presente il pensiero della luce che questa relazione gli dava. Si chiude con una grande ammissione e presa di coscienza: “Ti amo, che strano”. Nonostante la sofferenza, le incomprensioni e il rifiuto, il sentimento è forte: questo è il paradosso degli amanti e Fulminacci lo sa, ora è quasi sereno nella sua cognizione; sa che quest’attaccamento lo rende instabile e vulnerabile, “sono un funambolo in bilico”.

In “Casomai”, pubblicata lo scorso maggio come primo estratto di “Calcinacci”, la sensazione prevalente è la solitudine:

“Mi hai lasciato come il pane senza Nutella, il cielo senza una stella e sembro un buco senza ciambella, la bestia senza la bella”

Anche il rimorso di frasi non dette morde lo stomaco, come la gelosia di momenti passati che si concretizza in “Fantasia 2000”, brano con Franco126. Quest’ultimo è un libro di fotografie del loro tempo insieme, che immortalano momenti di una tenerezza quasi infantile, quasi intima; questo brano è una domenica pomeriggio di malinconia, un po’ di miele nella tisana per alleviare l’amarezza che lasciano i ricordi che non si possono più vivere. È sera, il giorno dopo si torna al lavoro, si sentirà solo un’acre consapevolezza:

“Crescerai, non si può smettere mai, come uno stupido vizio e chi s’è visto s’è visto”

Siamo al culmine della sua chiarezza interiore, tant’è che ci rivela chi è l’amata e anche il suo nome, Sara. “Niente di particolare” è il manifesto della presa di coscienza dell’oggettivo e sembra che stiano per crollare tutte le certezze dell’artista: si chiede cosa sarà di lui, di lei, delle notti insonni, dei loro anni passati e di quelli che vivranno separati, non sa quale sia il suo posto nel mondo, “se c’è il mare oltre lo strapiombo”. Il suo ultimo pensiero è nuovamente per l’amata: “Sara, non disperarti mai perché tra di noi non c’è niente di particolare”, una dolce carezza sulla schiena che comunica attenzione e premura. Continua, “perdonami (…), ogni salita è una lezione di vita che non riesco a imparare, perdonami”.

Filippo Uttinacci dimostra la sua maturazione in questo viaggio musicale nel verso di “Mitomani”, brano con Tutti Fenomeni, “un no ascetico è meglio di un sì mondano” e descrive la sua vita dopo essersi ricucito le ferite, causate dalla fine del rapporto con la sua Sara: le firme sui contratti, la paura di diventare grandi, compleanni e feste, gli amici.

In fin dei conti, Fulminacci rimane sempre il Filippo innamorato della vita del video in cui balla sui Queen, è consapevole che non è “nulla di stupefacente” ma, come lui stesso ci ricorda, “il tempo passa e non torna più”.


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