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È l’ultima battuta? il film sulla crisi coniugale

Avevamo capito da tempo che Bradley Cooper era regista di pregio. A tutti quelli che storcevano il naso davanti alla sua crepuscolare versione di A Star Is Born, e si imbattevano poi piccati nel nasone finto del suo Leonard Bernstein in Maestro, gli va buttato contro al muso È l’ultima battuta? (Is This Thing On?). Titolo produttivamente meno ambizioso, con Cooper non più protagonista, ma defilato in una deliziosa particina collaterale, il film si situa, senza grosse pretese autoriali, nel classico filone della rottura matrimoniale/sentimentale di una coppia matura. Una crisi di mezza età in medias res: cena tra amici sfumata da un po’ di fumo e di alcol, Alex (Will Arnett) e Tess (Laura Dern) tornano a casa in treno, a sera inoltrata, un po’ sfatti. Soprapensiero lui sale in carrozza con lei e lei, ridendo, lo invita a scendere rapidamente, altrimenti si chiuderanno le porte.

La loro separazione è già in atto nella storia, senza dialoghi esplicativi, preamboli o scene madri. “Me la caverò”, fa lui oltre il vetro verso di lei. La macchina da presa di Cooper segue Alex, alticcio, attratto da un locale dove si esibiscono stand-up comedian amatoriali. Così, per non pagare il biglietto d’ingresso, il protagonista si iscrive subito online tra i commedianti. Il debutto sa d’impaccio, poi Alex ci prende gusto e dedicherà, sera dopo sera, i suoi monologhi comici alla sua decaduta vita di coppia, facendo diventare quel palco una sorta di perenne seduta psicanalitica, trampolino di lancio per nuove avventure (anche sessuali), punto di rottura (e forse di ritorno?) rispetto a Tess. Le facce degli avventori non si vedono mai: l’obiettivo avvolge come un vortice il primo piano entusiasta di Alex sul palco, finalmente in t-shirt, finalmente sciolto, senza concedergli mai vera e propria aria da respirare e per far respirare il personaggio. La punteggiatura spaziale è tra l’interno notte delle cantine da stand-up e gli esterni giorno, tra una casa all’altra, dal downtown newyorchese ai suburbs residenziali.

Di Alex si sa poco (“lavora nel mondo della finanza”), di Tess si sa qualcosa di molto grosso del passato (era una pallavolista della nazionale statunitense). Ci sono due figli e due cani, spostati con cura, la mamma di lui un po’ saggia impicciona e ogni tanto spunta Cooper, alias Balls, amico della coppia, attorucolo che non trova mai parti di livello, e quando le trova il suo personaggio viene subito cancellato dallo script. Un ingenuo naïf, vagamente ebete, sempre sorridente, che non capisce granché del vuoto che vive Alex e che anzi lo invidia per una sua presunta emancipazione sessuale da ultracinquantenne. Perché, di fondo, il racconto staziona per almeno un’ora attorno a quell’improvvisa inspiegabile mancanza di affetto e compagnia coniugale che Alex prova, senza capire mai realmente il perché, e senza che mai qualcuno lo aiuti realmente, se non attraverso la catarsi umoristica tra divanetti e microfoni degli stand-up.

È l’ultima battuta? è una specie di Kramer contro Kramer, venato di taglienti risate da cabaret, dove non si cercano inopinati colpevoli, ma dove permane un tifo sfegatato per la riappacificazione dei protagonisti. Ancora una volta, nella drammaturgia statunitense odierna, a spanne, in generale, nel rappresentare la crisi di una coppia c’è poco protestantesimo giudicante alla Ingmar Bergman e tanto libertinismo giocoso alla Woody Allen. Qui corroborato da una regia porosa e guizzante, come da un protagonista capace di giocarsi con naturalezza una vasta gamma espressiva attraverso lo sguardo. Che la colonna sonora accennata di continuo sia Under Pressure dei Queen è più che un indizio: è proprio la prova che la solidità di un amore possa evaporare per la pressione del caos sociale della vita moderna e per la conseguente paura del singolo di non esserne all’altezza. Arnett sorpresa vera. Dern solida conferma. Cooper fa di tutto (è anche operatore di macchina) ed è in grande, meritato spolvero artistico.


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