L’incubo stagflazione mette i governi contro la Bce

Stavolta lo scontro non è sotterraneo e fatto di messaggi trasversali. Adesso è esplicito e pubblico. È quello tra la Bce e buona parte del Consiglio europeo, ossia dei 27 governi nazionali dell’Ue. E l’oggetto del contendere è il tasso di sconto della Banca Centrale europea. Perché gli ultimi dati di Eurostat hanno registrato la scorsa settimana un picco dell’inflazione che nell’Unione è balzata al 2,5 per cento rispetto all’1,9 di febbraio e in Italia è salita all’1,7, dall’1,5. Motivo sufficiente per Christine Lagarde per alzare di nuovo i tassi di un quarto di punto. E di farlo già nella prossima riunione del board di Francoforte. Orientamento però già contestato nel corso del vertice dei leader del marzo scorso. Proprio in presenza della presidente della Bce furono diversi i premier a mettere in guardia da soluzioni facili e controproducenti. E stavolta anche i “frugali” tedeschi hanno iniziato ad avere qualche dubbio. Anche perché i dati tedeschi, sebbene in miglioramento e più positivi rispetto all’anno scorso, non toccano di certo la brillantezza del passato. Il punto è che il lievitare dei prezzi non è stato determinato dalla crescita economica ma quasi esclusivamente dall’impatto della Guerra nel Golfo sui prezzi dell’energia. Aumentare il costo del denaro, allora, viene considerata la soluzione peggiore. Significherebbe appesantire ancora di più i tentativi di fare correre il Pil e di rendere competitiva l’impresa europea. Una misura congiunturale, insomma, inidonea alla fase. Lo stesso errore di sottovalutazione commesso da Lagarde all’inizio della crisi provocata dal Covid. Al quale ha dovuto mettere riparo rapidamente ma comunque combinando un bel guaio iniziale. La paura delle Cancellerie è che il conflitto con l’Iran non si chiuda rapidamente e che una mossa burocratica della Bce apra la strada alla stagflazione. L’incubo degli incubi.
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