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Ultimatum di Trump. “Hormuz da riaprire o inferno tra 48 ore”. L’Iran: siete disperati

S ono giorni complicati alla Casa Bianca. La guerra contro l’Iran sta iniziando ad avere costi elevati sul piano militare e politico. Non è un caso che ieri, il giorno dopo l’abbattimento di un F-15 e un A-10, il presidente abbia lanciato un nuovo ultimatum contro Teheran: “Ricordate quando diedi all’Iran dieci giorni per raggiungere un accordo o aprire lo stretto di Hormuz?”, ha scritto sul suo social Truth, “Il tempo sta scadendo: mancano 48 ore prima che l’Inferno si scateni su di loro”, ha scritto il presidente, aggiungendo: “Gloria a Dio!”.

Nelle stesse ore agenti federali hanno arrestato la nipote e la pronipote del defunto generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso dagli Usa nel 2020. Le due sono state fermate dopo che il segretario di Stato Marco Rubio ha revocato loro le Green Card. “Afshar è una sostenitrice del regime iraniano, che ha celebrato gli attacchi contro gli americani e definito il nostro Paese il Grande Satana”, ha scritto su X.

La situazione rimane tesa e delicata. In serata il comando militare centrale Irano ha respinto l’Ennesimo Ultimatum del Presidente. Il generale Ali Abdollahi Aliabadi, in una dichiarazione rilasciata dal quartier generale centrale di Khatam al-Anbiya, ha affermato che la minaccia di Trump è stata “un’azione disperata, nervosa, squilibrata e stupida”. E, riprendendo il linguaggio religioso del post di Trump ha avvertito che “il semplice significato di questo messaggio è che le porte dell’inferno si apriranno per voi”.

Secondo un retroscena del Time, Susie Wiles, capo gabinetto di Trump, da giorni esprime forti preoccupazioni su alcuni collaboratori di cui si circonda il tycoon. Per lei qualcuno sta fornendo al presidente una versione troppo edulcorata di come la guerra sia percepita a livello nazionale. Per questo avrebbe esortato i colleghi a essere “più franchi con il capo”.

Guardando i sondaggi emerge quanto sia impopolare la guerra. La Cnn mostra che solo il 34% degli americani la approva. Persino Tony Fabrizio, storico sondaggista di Trump, aveva presentato dati che indicavano l’operazione come impopolare. In quell’occasione Wiles era stata tra quelle più solerti a spiegare a Trump che se la guerra fosse continuata il suo consenso sarebbe crollato, danneggiando anche i repubblicani.

Fonti interne alla Casa Bianca raccontano di un presidente sempre più arrabbiato per l’immagine negativa che la guerra sta provocando. Una fase complessa che richiede all’amministrazione di serrare i ranghi. Un primo riflesso di questo si vede al Pentagono, dove il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha cacciato diversi ufficiali.

Il primo a farne le spese è stato il capo di Stato maggiore Randy George. Dopo è toccato al generale David Hodne, capo del Comando per l’addestramento e la trasformazione dell’esercito e al maggiore generale William Green, capo dei cappellani. Motivazioni ufficiali per la cacciata dei tre non ne sono state fornite, ma si mormora parecchio. Da quando si è insediato Hegseth si è scontrato con diversi generali, colpevoli, secondo lui, di non fare abbastanza per rendere l’esercito più combattivo. L’allontanamento di Green andrebbe in questo senso. Il capo dei cappellani non avrebbe dato seguito alla campagna del segretario per dipingere il conflitto come una guerra benedetta da Dio.

Nell’ultimo anno, scrive il Washington Post, Hegseth si è scontrato spesso con il segretario dell’Esercito Dan Driscoll, che negli ultimi mesi lavorava proprio col generale George. Driscoll, tra i negoziatori delle prime fasi della trattativa sulla guerra in Ucraina, è uno dei fedelissimi del vicepresidente JD Vance. Funzionari dell’amministrazione fanno sapere che non può essere licenziato facilmente e per questo Hegseth cerca di fargli terra bruciata intorno.

Il sospetto è che sia in atto un ridimensionamento delle frange isolazioniste dell’amministrazione vicine a Vance.

Per queste ragioni da giorni nel mirino c’è anche Tulsi Gabbard direttrice dell’Intelligence Nazionale, molto critica verso la guerra. Ma non è detto non possa saltare anche Elbridge Colby, nipote del celebre direttore della Cia e oggi sottosegretario della Difesa tra i più strenui sostenitori del disimpegno Usa dal Medioriente.


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