Fabrizio Tavernelli :: Le interviste di OndaRock

Secondo il sito Treccani, il termine “sciamano” deriva dalla lingua di un popolo siberiano, i Tungusi, e indica “un uomo capace di fare da mediatore tra il mondo umano e il mondo soprannaturale degli spiriti, dei morti e delle divinità”. E visto che Correggio un rocker ce lo ha già, e contendergli il ruolo sarebbe esercizio sterile (almeno in termini di vendite e successo), il suo concittadino Fabrizio Tavernelli potrebbe aggiudicarsi il titolo di sciamano. L’immagine di un tramite con spiriti e altri mondi ben si addice a “Taver”, musicista, autore, cantante, scrittore, divulgatore, che attraverso le sue molte attività racconta, propone, stupisce. Più che con i cari estinti, però, lo sciamano di Correggio sembra avere un filo diretto con altri tipi di spiriti: quelli dei tempi e delle geografie, quello della provincia italiana tra gli anni 80 e 90 e di tutti coloro che all’epoca erano ragazzi o giovani e divoravano avidamente ciò che la cultura aveva da offrire, fosse popolare, alta o sommersa, nelle modalità che l’epoca permetteva. Film che arrivavano in videocassette con immagini deteriorate e qualità pessima, dischi, libri e fumetti, a volte frammenti di qualcosa di più ampio che non si poteva approfondire subito chiedendo a Google o Chat Gpt. Le cose richiedevano tempo e avevano un’aura di mistero: senza essere nostalgici, quel modo di fruire era parte integrante di un modo di nutrire il proprio cervello e far germogliare idee, non migliore o peggiore ma certamente diverso da quello di oggi. Ma anche adesso, per chi è culturalmente affamato e onnivoro, esistono forme di scambio, tra cui il crowdfunding, e il nostro sciamano è sempre sul pezzo, avendo usato più volte questa forma di finanziamento e partecipazione per realizzare i suoi progetti. C’è tutto questo nell’universo artistico di Taver: prima con En Manque d’Autre e A.F.A., acronimo di Acid Folk Alleanza, poi nella carriera solista e nei diversi progetti e collaborazioni, dalla sua musica trasudano anni di ascolti, interessi, letture, visioni, esperienze. Paroliere raffinato, tra i pochi capaci di osare giochi di parole con la lingua italiana e di usare con disinvoltura un registro che, anche musicalmente, va dal serio all’ironico. Reduce dalla pubblicazione dell’album solista “Resa incondizionata” e, poco dopo, di quello del duo Energumeni, assieme a Manitù Rossi di Le forbici di Manitù, Tavernelli è tra le persone più titolate a riflettere su cosa sia oggi il rock in Italia, cosa significhi fare musica indipendente e cosa sia stata quella stagione insolita che negli anni Zero ha permesso anche ad alieni come lui di girare l’Italia in lungo e in largo con una proposta musicale insolita e originale. Ma, soprattutto, è la persona adatta a raccontare sé stesso e la sua musica.
Il tuo ultimo album dichiara una “Resa incondizionata”, tuttavia la tua carriera sembra l’esatto contrario: dalla fine degli anni 80 continui a fare musica fuori dai circuiti tradizionali con determinazione e, cosa non scontata, con una certa regolarità sia in termini di pubblicazioni discografiche che di attività dal vivo. In che senso ti saresti arreso?
Il titolo dell’album è anche un manifesto, un mio stato esistenziale, un arrendersi con coscienza alle manifestazioni sociali, politiche, antropologiche dei nostri tempi. Io come altri, che siano artisti, utopisti, esseri umani, ho perso, ammetto la sconfitta, comprendo che la vittoria è da altre parti, da altre latitudini sentimentali, si manifesta in forme e modi in cui non posso ritrovarmi, specchiarmi, riconoscermi. Dai primi tempi in cui ho cominciato a pensare, guardare oltre e altrove, da quando ho cominciato a scrivere canzoni, ho imparato a stravolgere il reale, a modificarlo, ho cercato altri piani del reale, visioni alterate e parallele, questa percezione, questo filtro deformante si è attivato già dai tempi in cui ero un bambino abitante della campagna, della profonda provincia emiliana. Oggi, questa trasfigurazione è praticamente quotidiana, pervasiva, non ho più nemmeno bisogno di compiere sforzi creativi, ogni minuto, ogni porzione di vissuto, ogni vita, compresa la mia è immersa in una continua stimolazione, in un flusso di dati e informazioni che non riesco più a incamerare nel sempre più angusto e affaticato cervello umano. Ecco il bisogno di hard disk esterni, di cloud che assomigliano a nuvole che portano tempesta, ecco il proliferare di algoritmi e intelligenze artificiali che lavorano e immaginano al nostro posto. In questo scenario ricerco una sopravvivenza artistica e umana allo stesso tempo, ricerco una fallibilità, la possibilità dell’errore, elementi che ancora distinguono un’umanità residuale. Continuare a elaborare, alimentare un pensiero e certo produrre materiali sonori, letterari, concettuali, multiformi, è ancora una reazione, una sorta di resistenza culturale, una missione, impossibile o meno non interessa. L’obiettivo, per quanto irrazionale, è continuare a seguire un percorso, per me e per chi vuole seguirmi, accompagnarmi, condividere altre strade, altre visioni, anche contraddizioni e allucinazioni.
In questo percorso l’autoproduzione e il crowdfunding sono scelte o necessità?
Dopo esperienze con produzioni più altolocate, major, indipendenti, mainstream o alternative, in un panorama discografico-editoriale definitivamente mutato (le piattaforme digitali, i talent, i supporti che diventano obsoleti, la produzione/macello/mattatoio di giovani leve sacrificate a successi effimeri) negli anni il crowdfunding mi ha permesso di essere totalmente libero e indipendente. Non ho più voglia di inseguire, supplicare una telefonata con un direttore artistico di una manciata di case discografiche, realisticamente non sono un oggetto di interesse per strutture dedite al profitto immediato, non ho più tempo da perdere e non credo al disco o al progetto della vita, alla svolta epocale. Io faccio le mie cose, è una urgenza, una cosa che mi fa stare bene, è il mio colloquio con il mondo e con chi mi segue dai tempi degli En Manque D’Autre o degli AFA. Un po’ è scelta, un po’ è necessità, ne sono conscio, così come la mia Resa Incondizionata è una pratica mimetica, di morte apparente, di azione costante nonostante tutto.
Oggi chiunque può pubblicare la propria musica online, ma forse è più difficile farne fonte di guadagno. Al tempo stesso il digitale permette di realizzare collaborazioni a distanza tra musicisti che non hanno bisogno di incontrarsi fisicamente per suonare. Per un musicista e ascoltatore come te, gli strumenti disponibili oggi aiutano o danneggiano la musica?
Naturalmente pur avendo uno sguardo distopico sul mondo, non sono un luddista o meglio un tecno-luddista e come per ogni mezzo che la tecnologia ci mette a disposizione, quello che conta è sempre l’uso, lo sviluppo, il modo e l’ambito in cui si utilizzano tali strumenti. Certo è che le intelligenze artificiali aprono scenari impensabili, imprevedibili, di onnipotenza, la stessa creatività artistica è sempre più sfidata da programmi che a ritmi vertiginosi dimostrano di potere plasmare la realtà facendo a meno di un artefice umano. Ci sono sempre più case discografiche specializzate in musica rigorosamente fatta da AI, linguaggi letterari, figurativi, filmici, ormai indistinguibili da una artificialità o dalla mano e dalla mente dell’uomo. Con l’album del 1996 degli AFA “Nomade psichico” (e a seguire con gli album “Manipolazioni” e “Armonico”) ho cominciato a ragionare su tali mutamenti e in un certo modo a descrivere l’impatto delle tecnologie sul nostro quotidiano e sulle nostre vite, cosa che si ritrova nei miei ultimi dischi solisti (“Homo Distopiens”, “Algoritmi” e “Resa incondizionata”). Da un lato c’è il timore, dall’altro la fascinazione e davvero, stiamo vivendo un salto, uno snodo epocale. Internet, l’infosfera, le piattaforme digitali potrebbero essere una opportunità democratica, verticale, ma spesso questo rimane a livello ipotetico e ci siamo ritrovati di fronte alla scomparsa del futuro, il futuro non è più come lo avevamo immaginato o idealizzato. Da un lato, la Rete ha messo in connessione artisti, situazioni, ha incentivato e facilitato collaborazioni a distanza, permette una velocità e una reattività nell’operare, nel creare network, io stesso ne faccio uso e avendo vissuto altre decadi in cui la produzione di materiali era senza dubbio più macchinosa, oggi trovo facile e agile l’utilizzo di tecnologie. Da un altro lato, la Rete si è tramutata in una giungla assai popolata in cui è difficile farsi sentire, è un oceano in cui è difficile affiorare, serve più una competenza nelle strategie di marketing dei social che una vera qualità o originalità artistica.
L’ironia ha un ruolo importante nella tua musica. Con gli A.F.A. era un aspetto forse più evidente, ma è sempre rimasto. Ne “La notte dei partigiani viventi” hai avuto il coraggio di raccontare il revisionismo storico e il ritorno politico della destra, trasformando i protagonisti della resistenza in eroi di una sorta di B movie horror. Che importanza ha questo aspetto nei tuoi testi e più in generale nella tua musica? Pensi che esista il rischio di essere fraintesi?
Ho utilizzato un registro più ironico con gli En Manque D’Autre e nei primi AFA, è sempre esistito il rischio di fraintendimento, ne ero conscio. Per esempio non ritengo le mie cose del periodo inquadrabili nel genere “demenziale”. Qualche volta per semplificazioni o catalogazioni improprie qualcuno ci ha inseriti in quel calderone ma il registro che ho utilizzato era qualcosa di differente. I linguaggi che ho utilizzato erano mutuati dalle avanguardie del ‘900, il surrealismo, il dadaismo, il situazionismo. Mi hanno sempre attirato atmosfere e storie che mescolano il tragico e l’ironico, l’osmosi tra stati d’animo contrastanti, il sorriso amaro, la folle risata su tutto e tutti, l’iconoclastia, l’assurdo, il grottesco, lo sberleffo acido, il viaggio lisergico. Allo stesso modo il mio intento si riflette nella manipolazione delle parole, dei linguaggi, nel mescolare tonalità e stili: sono da sempre affascinato dai giochi verbali, dai calembour, dalla scrittura automatica quale flusso di coscienza, dai cut-up burroughsiani, dalle contaminazioni tra lingue straniere, italiano e slang dialettali, pidgin, creolizzazioni, onomatopee, invenzioni letterarie.
Hai parlato di “primi AFA”. Dopo due album in cui il nome era acronimo di Acid Folk Alleanza, nel 1996 siete tornati con “Nomade psichico”, che rappresenta una svolta: nel nome non ci sono più i punti tra una lettera e l’altra, siete ormai solo “AFA”, l’atmosfera è del tutto diversa dal punto di vista sonoro e testuale. C’è continuità, anche evidente, nei temi e nei riferimenti culturali, ma anche un forte cambiamento. Le sonorità trip-hop sostituiscono quelle folk, tuttavia non si può parlare di una semplice adesione ai suoni del momento, c’è di più: quello proposto dagli AFA è il sound di Bristol che arriva nella provincia italiana e viene qui rimasticato, digerito, fino a generare l’humus da cui nasce la vostra nuova musica. La provincia diventa “exotica”, per citare il brano che forse più di tutti segna la continuità tra le due ere del gruppo, e rimane una forte voglia di osare (basti pensare al coro delle mondine su base elettronica). Puoi raccontarci questa evoluzione? Come e perché sono cambiati testi e musiche?
La tua analisi è corretta. “Nomade psichico” è stato un notevole punto di svolta ed è ancora uno dei titoli che preferisco, sia dal punto di vista della elaborazione in studio (è stata una avventura sonora), sia dal punto di vista di testi e concept e da quello delle reazioni. Sicuramente nei Novanta le nuove sonorità elettroniche, i beat, i campionamenti, l’arte del remix diventarono una fonte di ispirazione, così come la frequentazione e la collaborazione con il Maffia, il club sorto a Reggio Emilia in cui transitarono i dj’s e i producer più importanti. Breakbeat, dub, drum’n’bass, abstract hip-hop, electro, 2step, ninja tune, Warp, mo wax e naturalmente la scena di Bristol, Massive Attack (a cui aprimmo nel festival Metarock di Pisa con tanto di complimenti di Del Naja), Tricky, Portishead. Aggiungi anche la partecipazione di Howie B all’album “Armonico”, che fu portato dagli amici del Maffia in studio mentre stavamo registrando. A dire il vero, c’era un filo comune con i suoni e con l’elettronica che avevo ascoltato precedentemente: i dischi e i trattamenti di Brian Eno, la trilogia berlinese di Bowie, l’elettronica utilizzata nel post-punk, il synth-punk, il minimalismo e la musica contemporanea-concreta, l’elettronica utilizzata nella psichedelia, i corrieri cosmici e il kraut, l’industrial. “Nomade psichico” fu inserito tra gli album di trip-hop italiano e di questo ne abbiamo tratto giovamento, ma in verità lo ritengo un disco profondamente psichedelico che, pur utilizzando le tecniche del periodo (campionamenti, loop, filtri, manipolazione del suono), si inserisce in un ambito in cui la canzone diventa una griglia in cui sperimentare, sia musicalmente che per quanto riguarda i testi. La sperimentazione, Fripp, il solito Eno, il post-punk e la letteratura. In quei brani c’è una visione letteraria, dalla fantascienza interiore (o “Fantacoscienza” come reciterà molto più avanti uno dei miei lavori solisti) di Philip K. Dick e Ballard, ci sono i romanzi distopici, c’è la beat generation, ci sono le allucinazioni e il cut-up di Burroughs, ci sono il cyberpunk, le mutazioni e le modificazioni del corpo, ci sono il nomadismo, Hakim Bey, Leary, McKenna, ci sono i libri che divoravo della Shake, di Urrà, di Castelvecchi. Certo è che tutto quel bagaglio di ispirazioni aveva bisogno di un filtro personale, in quanto abitante della provincia emiliana, della campagna, ero interessato allo ibridazione, o meglio allo scontro tra modernità, tecnologia e tradizione, arcaicità. Da provinciale, ritenevo ancora più provinciale citare pedissequamente, per cui si doveva calare il tutto in un quotidiano. Si dovevano trasfigurare i luoghi e i modi del territorio, il brano “Provincia Exotica”, come giustamente ricordi, ne è un esempio, una colonna sonora, un racconto di una deriva, un viaggio lisergico in una giungla iperreale tra una fauna in via di estinzione o sopravvissuta a una apocalisse. “Mondariso” è un altro esempio, loop circolari, chitarre slide, suoni dilatati su cui si innestano i cori delle Mondine di Correggio di cui faceva parte mia nonna. In fondo, questo modus operandi, lo spaesamento, la commistione di colto e popolare, l’avanguardia utilizzata per contaminare la campagna, la lettura di diversi piani di realtà, le astrazioni sono il filo che unisce un po’ tutta la mia produzione, oltre quella musicale i miei libri, l’omonimo “Provincia Exotica” e l’ultimo “Quando gli alieni rapivano le mucche”.
La stagione del Consorzio Produttori indipendenti, dei Dischi del Mulo e di tutto quel che accadeva in Italia negli anni 90 è qualcosa di irripetibile? Guardandola oggi, secondo te cosa è successo? Come mai improvvisamente sembrava esserci spazio per musica indipendente e per linguaggi come folk, rock, punk ecc. persino in televisione? E come mai è finita?
Credo che l’esperienza del CPI e dei Dischi del Mulo sia stata unica e temo irrepetibile. L’intuizione è stata quella di essere una factory che andava oltre le singole produzioni o i singoli nomi, ma ragionava su progetti comuni, sullo sviluppare una scena, sul creare un movimento prima culturale e poi musicale. Un altro motivo concreto e strategico è stato il porsi a metà tra indipendenza artistica e supporto/budget/distribuzione assicurati da una major. Naturalmente l’apporto di figure come Zamboni, Ferretti, Maroccolo, Canali etc. è stato fondamentale nell’affrontare i meccanismi della discografia italiana e allo stesso modo il loro vissuto è stato un punto di partenza importante. Gli artisti del CPI/Dischi del Mulo, dal più grande al più piccolo, hanno trovato momenti per intersecare i percorsi, per collaborare, per condividere palchi, tour, booking, studi di registrazione, management, ufficio stampa, promozione, opportunità offerte dai media. Sulla fine dell’esperienza ognuno può dire la propria e probabilmente occorre tenere conto di una serie di fattori, io ne butto lì alcuni: crisi di crescita, segnali che già verso fine anni 90 facevano presagire i mutamenti sociali-culturali degli anni Zero, vedi il rinchiudersi sempre più in identità singole e atomizzate, il frammentarsi della scena alternativa in piccole parrocchie autoreferenziali, un certo snobismo oltranzista delle nuove leve e del nuovo giornalismo legato alle webzine. C’è poi il grande equivoco sorto sempre negli anni Zero, in cui la musica leggera è stata forzosamente inglobata nel termine indie, fenomeno che ha piano piano cambiato gusti e linguaggi in chiave pop. In fondo, il Consorzio è stato il corrispettivo (con suoni e parole diverse ma con una tensione ideale e uno spirito comune) di ciò che ha rappresentato la Cramps negli anni Settanta, così come il fiorire di etichette indipendenti, fanzine e locali negli anni Ottanta è stato il background da cui si è sviluppato l’operato nei Novanta del Consorzio e dei Dischi del Mulo. Il punk, il post-punk, la new wave italiana, l’elettronica, l’avant-rock, la sperimentazione erano le radici di tutti noi, confesso di non aver compreso la rivalutazione di artisti che poco c’entravano con quel nostro mondo. Un altro passaggio che ha ribaltato il concetto di produzione è stato la trasformazione dei formati in file immateriali, le piattaforme digitali presentavano un diverso modo di proposizione, ascolto e fruizione più veloce, istantaneo, legato a tempi di assimilazione che necessitavano di slogan, tempi di attenzione risicati. Il saper maneggiare le tecnologie ha rivoluzionato modi e tempi. Certo è che ci sono state problematiche interne al CPI/Dischi del Mulo, motivazioni anche personali che hanno portato a rotture e litigi, inutile ripercorrere gli accadimenti, aggiungo probabilmente una sovra-produzione di album e band e una miriade di uscite collaterali. Qualche progetto mi risulta ancora oggi controverso, mentre album collettivi come “Materiale resistente” e “Matrilineare” conservano ancora una forte spinta ideale e innovativa. Al contrario, il disco dedicato a Robert Wyatt ha forzosamente coinvolto nomi che certo potevano servire a fare risaltare la raccolta a livello nazionale o internazionale, ma alcuni di questi non avevano nulla a che spartire con le vicende e le poetiche del musicista, anzi dichiaravano alla luce del sole di non conoscere assolutamente il personaggio. Aggiungi pure che all’epoca rimasi un po’ deluso per non aver potuto partecipare. È un episodio che mi è venuto in mente, ma forse era il segnale di una iperproduzione un po’ sovrastimata, dopo il successo dei CSI probabilmente ci si aspettava un traino per il resto dei gruppi verso una crescita commerciale, invece è stato anche l’inizio della fine. Sono tutte ipotesi e di sicuro ce ne sono altre, detto questo, è stato un periodo denso, creativo, coraggioso. Sono davvero grato a chi mi ha coinvolto in quella bellissima storia.
A proposito di televisione, Red Ronnie aveva un pregio veramente raro: la curiosità. Chiedeva agli artisti ospiti in trasmissione di proporre video di musicisti che apprezzavano, e quando gli Ustmamò ne proposero uno degli Afa dicendo che eravate “poco conosciuti” lui rispose con prontezza invitandovi in studio. Anche tu sei sempre stato interessato a far conoscere, divulgare. Quali sono, secondo te, gli spazi per conoscere cose nuove oggi? Esiste ancora il ruolo di “guida” che potevano avere critici, esperti o presentatori tv o, con Internet, la ricerca è più autonoma?
Sì, è successo davvero come hai riportato: gli Ustmamò durante una puntata di Help proposero il video di “Fossili” e da allora siamo stati ripetutamente invitati sia a Help che al Roxy Bar. Red Ronnie, oltre all’apprezzamento musicale, rimase particolarmente colpito dalle teorizzazioni e dai concetti che stavano dietro a album come “Nomade psichico”, “Manipolazioni” e “Armonico”. Mi ha dato davvero tanto spazio e potevo permettermi di parlare a ruota libera, esplicitando le suggestioni e le esplorazioni che in quei tempi mi stavano coinvolgendo artisticamente e intellettualmente. La continua esposizione e un uso della televisione come mezzo per conoscere, scoprire, forse educare alla curiosità, fece la differenza e ci ritrovammo con un calendario fitto di date e un interesse crescente da parte del pubblico. Non è vero che alla gente devi dare soltanto cose facili, innocue, la cosiddetta merda, è una idea in un certo modo classista, razzista, piano piano abbiamo accettato un livellamento verso il basso e gli stessi artisti hanno compiuto una sorta di autocensura e auto castrazione. Red Ronnie è stato un esempio (già sul finire dei Settanta, quando come giornalista musicale fece una pionieristica opera di divulgazione di nuove musiche), poi c’erano altri canali e contenitori sia televisivi che radiofonici e in ogni caso non era difficile passare in programmi Rai e di altre emittenti. Poi, i network radiofonici e la tv commerciale hanno appianato tutto. Degli spazi se ne trovano anche oggi, ma non hanno più quella capacità di influenzare, le poche riviste musicali hanno tirature sempre più basse e sono più indirizzate agli addetti al settore, una bella recensione o un bell’articolo fa sempre piacere, appaga ma non smuove più come un tempo. Ritorniamo dunque a Internet, di cui ormai tutti facciamo uso, una cosa babelica, labirintica, spesso mi perdo in mille rivoli e diramazioni, nel mio caso la ricerca è assidua ma mi accorgo che spesso i percorsi sono già prestabiliti e a un certo punto arriva lo smarrimento, l’assuefazione, non riusciremo mai in una sola vita a concedere un ascolto o un’attenzione a tutte le strade, a tutte le opere che ci vengono proposte o che incontriamo in Rete. Alla fine, l’autonomia di una ricerca personale dipende dalle esperienze precedenti e dalla curiosità innata. Ultimamente mi capita di consultare e fare scoperte su Bandcamp, seguo le rubriche e le segnalazioni di The Wire, Quietus o l’italiana Blow Up, la famosa bolla di amicizie virtuali, i gruppi di discussione, permettono di condividere scoperte, rivelazioni, nuove tendenze. Occorre però essere consci che si tratta di nicchie, enclaves, sette quasi esoteriche.
Oltre agli Afa e alla tua carriera solista hai moltissimo progetti, tra cui il più recente è “Energumeni”. Puoi raccontarcelo?
Progetti tanti, soldi pochi… scherzi a parte, credo di non avere fatto un album uguale all’altro anche all’interno dello stesso progetto. Mi piace considerare il mio percorso nel complesso, a volte ho tradito e sconcertato chi mi seguiva o mi conosceva per certi suoni, ma ho sempre voluto sperimentare cose nuove, osare, a rischio anche di prendere direzioni contradditorie, unico filo comune la trasversalità, l’obliquità, l’obiettivo di fondere colto e popolare, sperimentazione e canzone. En Manque D’Autre, AFA (Acid Folk Alleanza), Groove Safari, Duozero, Roots Connection, Ajello, Babel, IRRS, Impresa Gottardo e naturalmente gli album solisti. Oggi c’è un ennesimo passo, una ennesima sfida, totalmente libera, anarchica, aleatoria, sprezzante del pericolo, costruita su improvvisazione e esplorazione. “Energumeni” è la nuova ventura che mi vede in combutta con Manitù Rossi, colui che insieme a Vittore Baroni dà vita a Le Forbici di Manitù. La sempre più assidua collaborazione con Le Forbici ha fatto scattare un passo ulteriore verso un disco in duo. Disco che sta ricevendo reazioni molto positive che evidenziano la totale libertà creativa. È un doppio LpP audace e visionario che si muove in territori che possono richiamare fughe free-form, psychtronica, avant-rock, kraut, weird jazz, Canterbury, no wave, post-punk, decostruzioni e assemblaggi dadaisti, ethno-dub, suggestioni post-industriali, ma queste definizioni sono da considerarsi come vaga provenienza, perché il risultato è totalmente inconsueto.
Immaginando che questa intervista verrà letta anche da chi non ti conosce, che ascolti suggeriresti per avvicinarsi alla tua musica?
Cosa non semplice e spesso penso che la ricerca delle mie produzioni può essere fuorviante, non ho mai usato la musica in maniera strumentale per garantirmi una carriera. Puoi incappare nella sperimentazione assoluta senza compromessi così come in canzoncine pop, puoi incontrare brani che a un primo ascolto potresti definire di cantautorato, di songwriting, per poi scoprire che ho fatto italo-disco, rumorismo, blues elettronico, musica etnica, puoi scoprire i primi AFA vicini al crossover, al liscio-trash, a una sorta di musica popolare deviante e poi confrontare con gli AFA dopo il viaggio in Namibia con i fields recordings dei boscimani. Boh! Tutta questa roba e tanta altra fanno comunque parte di un mio percorso, certo accidentato, con mille diramazioni, divagazioni, sconfinamenti, a volte smarrimenti, ma mi annoio e mi sarei annoiato se avessi una discografia monocorde, senza sorprese, sfide e perché no, cadute. In ogni caso, ci provo, direi il primo degli AFA “Acid Folk Alleanza” e per contrasto “Nomade psichico”, per quanto riguarda i dischi solisti l’ultimo “Resa incondizionata” e per il lato più sperimentale “Energumeni”.
I tuoi interessi creativi musicali spaziano tra diverse forme e generi, ma un elemento distintivo della tua carriera solista – e con En Manque d’Autre e Afa – è la forma canzone, strumento che immagino unisca bene il tuo interesse per la letteratura e la scrittura di testi con quello musicale. Si è trattato di una scelta o di un percorso naturale? E quale pensi che sia lo “stato di salute” della canzone in Italia?
Sì, nonostante l’utilizzo di forme più aperte, vedi l’ultimo “Energumeni”, la forma canzone è da sempre la griglia su cui maggiormente agisco. È una scelta naturale, fin da bambino quando inventavo canzoncine bislacche, passando per En Manque D’Autre e AFA, fino ai sette dischi solisti dove ho approfondito la scrittura delle canzoni. Spesso le mie ultime song sono legate da un filo conduttore, da una idea, tanto da costruire concept-album. Confermo ciò che dici, la canzone è un contenitore, uno strumento che mi permette di unire testi, letteratura, pensiero e musica. Non solo, nelle canzoni ho sempre inserito elementi obliqui, dissonanze, azzardi, ho sempre apprezzato gli artisti che sono riusciti a stare sul confine tra canzone e sperimentazione, tra comunicazione e ricerca. Insomma, mi ha sempre stimolato la cosiddetta “canzone intelligente”, ma non ho avuto paura di sporcarmi le mani in ambito pop, specialmente quando la pop music porta innovazioni nel suono, nel linguaggio, nelle estetiche. Mi piace la definizione di “avanguardia popolare” (nessun riferimento politico) specialmente quando in quella griglia si inseriscono elementi provenienti da altri ambiti. È una storia lunga e documentata, dai Beatles, per esempio, capaci di fare canzoni melodicamente perfette ma con la curiosità di sorprendere con riferimenti a John Cage e alla musica contemporanea, alla psichedelia, alla musica indiana, al pastiche, alle invenzioni e all’uso dello studio di registrazione. Per quanto riguarda la canzone italiana, che ha avuto una sua alta caratura se pensiamo ai decenni passati, devo dire che dal nuovo cantautorato anni Zero è iniziato un citazionismo che ha portato a una maniera, a un’aridità che si è adagiata sui modi dei nomi storici della musica italiana. Attenzione, nel nuovo cantautorato c’è gente anche molto brava, preparata tecnicamente ma che non ha saputo muoversi, a parte pochi casi, dal citare, dal rifarsi a modelli esistenti e consolidati. Altro problema, il cantautorato storico ha avuto il tempo e lo spazio per maturare, per costruire un proprio percorso, per affinare una propria originalità, erano figure calate in un periodo storico-sociale e lo hanno saputo raccontare album dopo album. Certo, i dischi li dovevi vendere anche allora, ma non era una ossessione e l’unica condizione. Oggi devi risolvere tutto in un lasso di tempo esiguo, un singolo, forse un album, la creazione di un hype che poi sfuma tra stadi vuoti e esaurimenti nervosi. Non dimentichiamo poi quanto sia massificante ascoltare canzoni composte dagli stessi autori, Sanremo ne è l’emblema con brani scritti dai soliti nomi. Una canzone con 10 firme per scrivere testi puerili, con lo slogan facile, con rime inglesi e termini internettiani, il tutto condito con partiture melodiche che tendono al melenso, o alla baracca con in mente i villaggi vacanze. Nella canzone italiana ritrovo certi vizi formali del cinema italiano degli ultimi anni: l’intimismo, il sentimentalismo, i cuori infranti, il fallimento generazionale, la delusione sociale, il rifugiarsi nel privato. Detto questo, sono sempre pronto a riconoscere una bella canzone, anche se debbo tornare molto indietro, a Faust’O/Fausto Rossi, per trovare nuove forme vicine alla mia sensibilità.
(5 aprile 2026)




