Cuba rilascia 2.010 prigionieri durante la Settimana Santa: indulto record | Il Fatto Quotidiano
Il governo cubano ha annunciato il rilascio di 2.010 prigionieri, nell’ambito della Settimana Santa. È il secondo gesto di grazia in meno di un mese (il 12 marzo l’Avana annunciava il rilascio di 51 prigionieri politici), ma anche il più grande indulto dell’ultimo decennio. Un “gesto umanitario e sovrano”, si legge in una nota ufficiale diffusa su Granma, frutto di “un’attenta analisi” dei “fatti commessi” dai detenuti, tenendo in considerazione la “buona condotta” in cella nonché l’estinzione di “una parte consistente” della loro pena.
Tra gli scarcerati – prosegue la nota, che fonda la scelta governativa sulla base dell’articolo 90 della Costituzione cubana – sono presenti “giovani, donne, anziani over 60”, “stranieri” e “cubani residenti all’estero”. Escluse persone imputate di reati gravi, come aggressioni sessuali, pedofilia, omicidio e traffico di droga. Dal 2011 Palacio della Revolución ha concesso oltre 11mila indulti: 553 di essi nel gennaio 2025, su richiesta dell’allora pontefice Francesco, in cambio del ritiro di Cuba dall’elenco Usa di Paesi promotori del terrorismo (misura ripristinata da Trump). Secondo il ministero degli Esteri cubano, la Santa sede ha facilitato anche recenti scarcerazioni, avvenute in “spirito di buona volontà” e “relazioni fluide tra lo Stato cubano e il Vaticano”.
Finora l’Avana non ha fornito ulteriori dettagli sull’identità delle persone rilasciate. E non è chiaro se vi siano “prigionieri politici”, poiché Palacio de la Revolución nega la presenza di detenuti per ragioni di dissenso. Scetticismo invece tra attivisti ed esuli, che denunciano l’esclusione della “maggior parte dei detenuti politici”. E ai loro familiari dicono: “Non fatevi illusioni”. L’indulto si inserisce nell’ambito dei colloqui Usa-Cuba, che prevedono aperture – soprattutto commerciali – da parte dell’Avana e la possibile revoca di sanzioni e altre forme di pressione che soffocano l’Isola. A confermarlo sono i tempi stessi. Giovedì, poche ore prima dell’indulto, è entrato in vigore il Decreto legge 114, che apre all’investimento di “attori privati” – anche i cubani residenti all’estero – attraverso la costituzione di imprese miste (Società a responsabilità limitata) nelle quali, per la prima volta, potranno confluire investitori e settore pubblico. Sono esclusi dall’apertura sanità e istruzione, ritenuti settori strategici per l’Avana. Le richieste dovranno essere presentate al Ministero dell’Economia e della Pianificazione e saranno approvate o rigettate “entro dieci giorni”.
Cuba valuta anche l’apertura, sempre per i cubani residenti all’estero, di residenza e acquisto di immobili nell’Isola. Che qualcosa si muova lo dice anche l’arrivo della petroliera russa Anatoly Kolodkin, sotto sanzioni, carica di 730mila barili di petrolio, che ha raggiunto il porto di Matanzas senza impedimenti Usa. “Preferirei farlo entrare, sia della Russia o di qualsiasi altro Paese”, ha commentato Donald Trump interpellato dal New York Times, poiché i cubani “ne hanno bisogno” e “devono sopravvivere”. E ancora: “Se un Paese vuole inviare petrolio a Cuba ora stesso, lo faccia”. Anche se Trump lo nega, l’arrivo del greggio russo solleverà, almeno temporaneamente, la crisi dell’Isola. Il petrolio verrà raffinato in diesel, benzina e altri derivati utili ad attenuare la crisi energetica e dei trasporti.
Nelle ultime settimane la crisi ha raggiunto il suo livello più alto, con almeno due black out totali, che hanno messo a repentaglio anche ospedali e altri servizi essenziali. È cresciuto anche il malcontento popolare, con almeno 1.245 proteste, denunce e manifestazioni di dissenso registrate a marzo, secondo l’Osservatorio cubano di conflitti. Quello della petroliera è quindi un gesto di apertura, anche questo, che si alterna alle continue provocazioni del tycoon, che di recente ha parlato di Cuba come “la prossima” dopo l’Iran. “Ci sono conversazioni. Ed è palese”, ha detto lo storico Frank García Hernández all’agenzia Infobae, in riferimento alle scarcerazioni e all’arrivo della petroliera russa a Matanzas: “Non si era mai visto qualcosa del genere”. Dalle conversazioni guidate da Raúl Guillermo Rodríguez Castro (nipote prediletto di Raúl) e dal segretario di Stato Usa Marco Rubio filtrano più accordi economici che politici, là dove diversi settori dell’amministrazione Trump appaiono più interessati agli affari nell’Isola che a un vero e proprio regime change.
Anche l’Onu ha proposto un piano di 94,1 milioni di dollari per “mantenere in piedi i servizi essenziali”, aiutare i più vulnerabili e “salvare vite”. Secondo Francisco Pichón, coordinatore Onu nell’Isola, “la viabilità del piano dipende dall’entrata di combustibile nell’Isola”. Pichón ha inoltre avvertito che il “blocco sull’isola” mette a repentaglio “l’incolumità dei più vulnerabili”. Una soluzione diplomatica andrebbe trovata al più presto: lo chiedono anche i Dem statunitensi. “Le sanzioni uccidono”, dice Maritza Sánchez, 37 anni, a Ilfattoquotidiano.it, denunciando “condizioni di vita disumane”, che “intaccano ogni aspetto delle nostre vite”.
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