Umbria

Cristo ci chiede di cambiare la storia


È la notte più antica e più santa, quella che l’Esodo definisce “notte di veglia in onore del Signore” e che Sant’Agostino chiamava “la veglia madre di tutte le veglie”. Nella notte tra sabato 4 e domenica 5 aprile 2026, la Cattedrale di Spoleto si è accesa della luce del Cristo risorto, guidata dall’arcivescovo Renato Boccardo. Ad accompagnarlo, una nutrita assemblea di fedeli della Pievania di San Ponziano, seminaristi e ministranti, mentre la corale diretta da Loretta Carlini e l’organista Angelo Silvio Rosati hanno animato la liturgia.

La celebrazione, articolata in quattro parti solenni, ha ripercorso il cammino dalla tenebra alla luce, dalla morte alla vita, coinvolgendo i presenti in un’esperienza liturgica ricca di simboli e di significati profondi.

Tutto è iniziato in Piazza Duomo, dove l’arcivescovo ha benedetto il fuoco nuovo. Da quella fiamma primigenia è stato preparato e acceso il Cero Pasquale, simbolo di Cristo “Luce del mondo”. Il cero, decorato per l’occasione da una fedele dell’Archidiocesi, Paola Pineschi, è stato quindi portato in processione all’interno della Cattedrale ancora buia.

Tre volte il diacono ha annunciato “La luce di Cristo”, e tre volte l’assemblea ha risposto “Rendiamo grazie a Dio”. A ogni annuncio, la luce del cero si è propagata: prima ai presbiteri, poi a tutti i fedeli, le cui candele accese hanno trasformato la chiesa in un mare di piccole fiamme. La prima parte si è conclusa con il solenne canto del Preconio Pasquale, affidato alle voci delle comunità del Cammino Neocatecumenale di Spoleto.

Nella seconda parte, la comunità è stata invitata a meditare “le meraviglie che il Signore Dio fece fin dall’inizio per il suo popolo”. Sono state proposte nove letture dell’Antico Testamento, ciascuna seguita dal salmo responsoriale e da un’orazione. Un viaggio attraverso la storia della salvezza, dal Genesi ai profeti, che ha preparato i cuori all’annuncio pasquale.

Al termine delle letture, il buio è stato definitivamente vinto: mentre le campane della Cattedrale suonavano a festa annunciando la Risurrezione, l’assemblea ha intonato il Gloria. Poi la lettura dell’Apostolo, il canto dell’Alleluia – taciuto durante tutta la Quaresima e finalmente risuonato – e infine la proclamazione del Vangelo.

È stato il momento dell’omelia dell’arcivescovo Boccardo, cuore pulsante della Veglia. “Cristo – ha detto monsignor Boccardo – viene in noi, vive e cammina con noi, ma ci chiede di pronunciarci chiaramente nella storia per cambiarla, così come la sua risurrezione ne cambia il corso dalla linea della morte nella linea della vita”.

Una richiesta esigente, che il presule ha declinato in due direzioni. Da un lato, la rinuncia: “a tutto ciò che in noi è alleato della morte – ha elencato – prepotenza, oppressione, possessività frettolosa, egoismo, disimpegno, disfattismo, disperazione e tristezza”. Dall’altro, una “piena professione di fede” che non si esaurisce nelle parole né nel cuore, ma diventa azione: “una fede portata con le mani nell’esistenza quotidiana, a confronto con la storia, nei problemi di ogni giorno, espressa in scelte coraggiose e coerenti”.

La terza parte della Veglia ha avuto come fulcro il sacramento che rende partecipi della morte e risurrezione di Cristo. L’arcivescovo ha benedetto l’acqua battesimale, quindi l’assemblea intera è stata chiamata a rinnovare le promesse del proprio Battesimo, rinunciando a Satana e professando la fede nella Trinità. A conclusione, monsignor Boccardo ha asperto i fedeli con l’acqua benedetta, segno tangibile della purificazione pasquale.

La quarta e ultima parte è stata la Liturgia Eucaristica, la mensa che il Signore prepara per il suo popolo, memoriale della sua morte e risurrezione “finché egli venga”. Al termine della celebrazione, l’arcivescovo ha impartito la solenne benedizione.

La notte di Veglia non si è conclusa tra le mura della Cattedrale. Arcivescovo, presbiteri e fedeli si sono infatti recati in processione alla Cappella della Santissima Icone, dove hanno venerato la Madre di Dio intonando il Regina Coeli, l’antifona mariana che sostituisce l’Angelus nel tempo pasquale.

Un gesto di affidamento filiale a Maria, “donna della Pasqua”, che ha accompagnato i fedeli spoletini all’uscita dalla Cattedrale, portando nel cuore l’invito dell’arcivescovo: vivere una fede che non ha paura di sporcarsi le mani con la storia, perché Cristo è davvero risorto.


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