tra il potere delle milizie filo-Iran e il legame con Washington, il Paese è diventato un campo di battaglia
Parallelamente a quelli sul territorio iraniano si sono intensificati i bombardamenti israelo-americani sull’Iraq, nello specifico su obiettivi legati alle Unità di Mobilitazone Popolare (Pmu), cioè le varie milizie, soprattutto sciite, sodali di Teheran. Washington e Tel Aviv hanno colpito soprattutto distaccamenti nella provincia di Baghdad – ad esempio a Jurf al Sakhar, nel quadrante sud della capitale, roccaforte di Kataib Hezbollah, sospettata di esser dietro il recente rapimento della giornalista Shelly Kittelson – nella provincia settentrionale di Nineveh e nel sud del Paese.
Dopo l’assassinio di Khamenei, le milizie irachene, in modo analogo a quanto deciso da Hezbollah in Libano, hanno ufficialmente preso parte al conflitto regionale, indirizzando droni e missili verso obiettivi americani nel Paese, come Camp Victoria vicino all’aeroporto di Baghdad, l’area dell’ambasciata americana nella Green Zone, i compound delle compagnie petrolifere americane a Basra e nel nord dell’Iraq (costringendo il Paese a interrompere l’attività petrolifera nei suoi giacimenti più grandi) e una base statunitense ad Erbil, nel Kurdistan iracheno, che è forse la città della regione più bombardata in queste quattro settimane, al di fuori di quelle israeliane ed iraniane.
Tutto ciò è accaduto per la prima volta dal 7 ottobre 2023, dopo il quale le milizie avevano mantenuto a lungo un profilo più o meno basso, in ragione della necessità di preservare i delicati equilibri interni dell’Iraq, il cui governo aveva sin da subito ufficializzato l’intenzione di mantenere la propria neutralità nel conflitto regionale in corso. Le Pmu nate nel 2014 dopo la “chiamata alla resistenza armata contro l’Isis” ad opera dell’ayatollah Ali Al Sistani, sono state in larga parte addestrate dai pasdaran iraniani, dei quali sono alleate (non tutte, ma quelle che non lo sono condividono comunque con Teheran il comune obiettivo del ritiro delle truppe americane dalla regione), e allo stesso tempo, a partire dal 2016, sono state ufficialmente inquadrate nell’Esercito iracheno che a sua volta è sostenuto da Washington.
È, da diversi anni, una situazione paradossale su più livelli, che rende sia Teheran che Washington – su piani diversi – degli attori primari nei destini del Paese: da un lato l’Iran, che invoca il ritiro americano per affermare e sostenere la sovranità irachena, ma mantiene se non il controllo perlomeno un forte ascendente su alcune milizie locali; dall’altro gli Stati Uniti che, ancor più paradossalmente, invocano la fine delle “ingerenze”, delle “attività di destabilizzazione” e in generale dell’influenza dell’Iran in Iraq, pur occupando militarmente il Paese da oltre 20 anni, oltre ad averne stravolto l’esistenza con milioni di morti.
Le milizie filo-iraniane motivano con la necessità di resistere all’occupazione americana i loro attacchi – non concertati con Baghdad – su obiettivi statunitensi nel Paese, per poi, come ricorda Gaith Abdul Ahad sul Guardian, denunciare i bombardamenti americani sulle loro basi come degli attacchi alla sovranità irachena. Gli americani, di riflesso, utilizzano anche le loro basi irachene – soprattutto quella di Erbil – per alimentare la loro aggressione all’Iran, bypassando il parere di Baghdad e dello stesso governo autonomo del Kurdistan, per poi imputare alla stessa Baghdad l’incapacità di porre freno alle iniziative delle milizie. Lo scorso 1 aprile il programma Rewards for Justice (RFJ) del Dipartimento di Stato ha offerto 3 milioni di dollari a chiunque fornisse informazioni sugli autori degli attacchi contro le sue sedi diplomatiche e basi militari.
Queste contraddizioni – che evidenziano la profonda e forse irrimediabile debolezza del già fragile Stato iracheno – sembrano aver trovato un nuovo apice nell’ultima settimana. Lo scorso 27 marzo viene infatti annunciata l’istituzione di un Alto Comitato di Coordinamento tra Stati Uniti ed Iraq volto a “intensificare la cooperazione al fine di prevenire attacchi terroristici e assicurarsi che il territorio iracheno non venga utilizzato per condurre attacchi contro il popolo iracheno, Forze di sicurezza irachene, asset e infrastrutture irachene, nonché personale americano, missioni diplomatiche e la coalizione internazionale”: anche qui, la prima parte sembra tecnicamente in aperta contraddizione proprio con i bombardamenti americani su basi di milizie che fanno parte dell’Esercito. Tre giorni prima, gli americani avevano bombardato nell’Anbar, ad Habbaniyah, una base utilizzata congiuntamente dalle Pmu e dall’Esercito regolare uccidendo decine di soldati, nonché Saad Duwai Al Baji, a capo delle operazioni delle Pmu nello stesso Anbar, una abitazione nei dintorni di Mosul di proprietà di Falih al Fayyad, presidente delle Pmu, e il quartier generale delle Brigate Babylon guidate da Ryan Al Kildani, affiliato caldeo delle Pmu.
Su X, l’imprenditore iracheno Hussein Askari è arrivato ad annunciare che “l’Iraq è ufficialmente in guerra con gli Stati Uniti, nonostante i due decenni di cooperazione”. Secondo i primi resoconti, l’attacco americano su Habbaniyah è inoltre partito dalla base giordana di Muwaffaq Salti, ponendo Amman a rischio di ritorsioni.
Meno di tre giorni dopo, il Consiglio ministeriale per la sicurezza nazionale dell’Iraq ha annunciato una serie di decisioni che vanno nella chiara direzione di espandere le capacità e i poteri delle Forze armate – e in particolare delle milizie inquadrate nelle Pmu, definite un “pilastro della nostra sicurezza nazionale” – per “rispondere agli attacchi effettuati sulle loro postazioni”, cioè agli attacchi israeliani ed americani, senza passare per l’autorizzazione del Comando operativo centrale di Baghdad. Una decisione che secondo diversi osservatori, ponendo per la prima volta Baghdad al di fuori di questo permanente cono d’ombra di ambiguità, pone forse anche fine alla sua presunta e precaria neutralità, con tutti i rischi e le instabilità che ne possono derivare.
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