La Casetta di Falchera, il presidio nel parco naturale che prova a fare comunità – Torino Oggi

C’è un angolo di Falchera dove il verde non viene raccontato soltanto come cornice, ma come spazio da vivere, presidiare e difendere. È La Casetta di Falchera, in via degli Ulivi 49, una delle sedi delle attività di Ars Aps, associazione che da tempo prova a trasformare il parco in un luogo di incontro, cultura e attenzione ambientale.
Qui il progetto ruota attorno al laghetto e al parco, con l’idea di tenere insieme natura, socialità e presenza quotidiana sul territorio. Non solo eventi, ma anche una funzione concreta di presidio in un’area che, negli anni, ha conosciuto vandalismi, difficoltà gestionali e un progressivo impoverimento della biodiversità. La scommessa dell’associazione è stata proprio questa: non chiudersi, ma provare a fare del luogo un punto aperto al quartiere.
La presidente Maria Assunta Napolitano racconta un percorso nato dopo la pandemia, dalla volontà di non perdere il contatto con la terra e con una dimensione più umana e collettiva del vivere gli spazi pubblici. Attorno a questa idea si sono sviluppate attività diverse: incontri culturali, momenti olistici, iniziative di quartiere, piccole proposte di ristoro sostenibile e collaborazioni con altre realtà del territorio.
Sul fondo, però, resta anche un altro tema: quello di un parco che, secondo chi lo vive ogni giorno, avrebbe bisogno di maggiore tutela, più strumenti e una visione meno episodica. Tra la difesa degli animali, la denuncia di sfalci troppo invasivi, gli accessi incontrollati e il timore che un patrimonio naturalistico venga disperso, la Casetta prova così a tenere insieme due piani: quello della comunità e quello dell’ambiente.
“Tutto nasce dal parco e dal bisogno di restare legati alla terra”
“Il nostro progetto è il parco, tutto nasce dal fatto che, dopo la pandemia, volevamo mantenere un’empatia con la terra e pensare in prospettiva. Il presidio è stato portato avanti soprattutto dalle donne, che hanno contribuito a conservare la natura. Inoltre ho sempre lavorato con i giovani, dall’alberghiero ad altre occasioni come per la gestione delle risorse umane o quando lavoravo in piscina, cercando sempre di incentivarli e valorizzarli. Da lì ho pensato a un’associazione che desse la possibilità anche alle nuove generazioni di entrare davvero nel vivo di questo neo-parco del laghetto, che negli anni ha perso molta biodiversità”.
Napolitano lega il progetto a una visione che non si limita alla semplice animazione del parco, ma prova a costruire un presidio sociale stabile. “Questo posto ha creato anche polemiche, soprattutto per alcune questioni commerciali sollevate da parte di alcuni residenti, forse perché io ho scelto di non puntare solo sul volontariato: quando occupo dei ragazzi nella struttura, dal servizio bar ad altre attività, li pago. Ma il cuore restano comunque i volontari. Il gazebo versava in condizioni vandalizzate e ci siamo trovati davanti a tanto lavoro in una condizione non facile. Ma chiudere e ghettizzare non serviva. Falchera nasce già da una storia di esclusione, e noi qui vogliamo portare bellezza. Solo grazie all’aiuto e al sostegno dei tanti volontari, residenti e altre associazioni di territorio siamo riusciti a realizzare questo progetto”.
“Con i residenti abbiamo creato un luogo che produce cultura”
Nel racconto della presidente, la Casetta è anche un tentativo di dare al quartiere uno spazio che prima mancava. “Abbiamo preso le siepi più belle che potevamo, ci hanno regalato il tessuto per realizzare i tendoni per coprire i tavoli esterni e con i residenti siamo riusciti a creare un luogo che fa cultura. Facciamo infatti incontri olistici, attiriamo professionisti, persone con competenze diverse, e vogliamo spingere sulla cultura perché oggi il diritto allo studio viene sempre meno. Io ho voluto aprire al pubblico un posto che fosse una possibilità, l’occasione per scoprire le bellezze e le culture che già esistono su questo territorio”.
La critica, però, si intreccia anche con un senso di solitudine istituzionale. “La struttura l’abbiamo presa due anni fa, il primo bando fu quello di Simbiosi, presentato anche al sindaco di Torino. Il primo cittadino era venuto per ascoltare le nostre proposte, e in quella occasione avevamo chiarito che non potevamo essere lasciati da soli, ma dopo quella volta non si è mai più rivisto qui. La nostra battaglia deve arrivare al punto che la politica non avrà più bisogno di noi. Con il Carnevale abbiamo attirato oltre 2mila presenze. È questa, di fatto, l’unica struttura che offre servizi, dall’acqua a un posto per sedersi, soprattutto nei mesi caldi, quando il parco è molto frequentato. Non valorizzare queste attività e non sostenerle vuol dire non riconoscere l’impegno e la volontà di tanti che vogliono una Falchera sempre più bella”.
Poi c’è il tema della convivenza, che Napolitano rivendica come uno dei risultati più importanti. “Il bello di questa comunità è che c’è anche una parte maschile, magari più nascosta, ma presente. E questo sottolinea come siamo tutti esseri umani, senza dover per forza mettere etichette a tutto. La parte esterna del gazebo la lascio aperta per il quartiere, soprattutto la sera, e trovo sempre tutto pulito. È un esempio di integrazione e di comunità, che per me è il vero futuro del nostro Paese”.
“Il Carnevale ci ha fatto capire quanta voglia ci sia di stare insieme”
Tra le iniziative che più hanno segnato il percorso dell’associazione c’è il Carnevale, raccontato come uno dei momenti simbolici di questo lavoro sul territorio. “Il Carnevale è fantastico perché quel giorno ognuno può essere chi vuole, con maschere e costumi. Vedere così tante persone divertirsi con il solo obiettivo di stare bene ha dimostrato quanto siamo numerosi e quanto sappiamo stare uniti nella semplicità, perché la semplicità arriva a tutti e a tutti bisogna parlare. Il tema della nostra associazione era Sandokan: tutti vestiti a tema, abbiamo usato la bici e non il carro, con materiale riciclato e di recupero, simboleggiando i cinque elementi della terra. Un artista ha disegnato la cascata e ai piedi abbiamo riprodotto l’acqua con bottiglie di plastica“.
Accanto agli eventi popolari, Ars Aps ha portato avanti anche attività più legate al benessere e al rapporto con la natura. “A livello sociale abbiamo unito questo spazio alla natura, con camminate olistiche in cui parliamo di respirazione, connessione e crescita interiore, direttamente a contatto con l’ambiente. Tutti i martedì facevamo questa attività, poi l’abbiamo ridotta anche a causa della mancanza di fondi ( infatti non riceviamo finanziamenti pubblici da due anni). L’iniziativa ha avuto successo, contando ogni volta circa 25 presenze. Quando non riesci a garantire continuità, però, qualcuno si allontana: i giovani cercano attività e, se non le trovano, vanno altrove”.
Da qui anche una riflessione più ampia sul ruolo dell’associazionismo. “Oggi il governo ostacola non poco le associazioni: tra poco è più facile aprire un’attività commerciale. Eppure le associazioni sono il legame con la gente. Io sono cresciuta in questi spazi e oggi è proprio questo che serve”.
“Questo luogo è un bene comune, ma il parco va protetto davvero”
Nel cuore del discorso di Napolitano c’è poi la questione ambientale, che viene letta non come slogan, ma come pratica quotidiana e conflitto aperto sul futuro del parco. “Dentro la nostra realtà ci sono diverse associazioni, tra cui Legambiente. C’era la speranza di intercettare alcuni fondi europei destinati al verde e ai parchi urbani, ma quando scoprimmo che questi progetti potevano voler dire tirare giù miliardi di alberi, per noi diventò una scelta impensabile. Mettono alberi ovunque, ma spesso non coprono davvero il fabbisogno della natura. Questo luogo è parte integrante del parco, è stato fatto con fondi pubblici e con l’aiuto del quartiere, quindi diventa un bene comune. Nessuno ha dato al quartiere strumenti per la cultura, e allora le persone che riescono a ragionare in prospettiva vanno ascoltate”.
Lo stesso vale per la piccola economia interna, che viene presentata come coerente con l’impronta ecologista del progetto. “Il caffè costa un euro, con tazzine che non inquinano, pensate apposta per portare avanti una cultura ambientalista. L’obiettivo è insegnare che, per il bene della natura, esistono anche altri materiali, come la carta riciclata. Evitiamo anche sprechi d’acqua per lavare. Abbiamo creato biodiversità con piante posizionate intorno a tutto il gazebo, che sono state finanziate con fondi privati dell’associazione e con il contributo di Lavazza”.
Ma il passaggio più duro riguarda lo stato del parco e la sua biodiversità. “In fondo al parco ci sono orti urbani stupendi, dove lavorano tre associazioni di giovani. Con loro sviluppiamo anche i nostri progetti. Su questa parte di parco volevamo mettere dei punti di osservazione della natura, sia per guardarla sia per lasciarle il suo spazio, senza che qualcuno vada a disturbarla. Abbiamo problemi di sfalcio dell’erba troppo vicino al bordo, e così gli animali non riescono più a nascondersi: si sta riducendo una biodiversità che prima c’era. Ho trovato persino una volpe morta, ci sono macerie scaricate abusivamente, non c’è nessuna sbarra per accedere al parco e c’è perfino chi entra con la macchina. Qui viveva una famiglia di caprioli, c’era un cigno, e oggi tutto questo rischia di sparire”.
Infine, la richiesta è chiara: non lasciare che tutto venga disperso. “Hanno speso negli anni cifre enormi per questo parco, e adesso cosa si vuole fare? Abbandonarlo? La sfida di domani è invece incentivare e sviluppare queste bellezze. Anche gli animali hanno bisogno delle nostre stesse attenzioni: manca empatia, e noi cerchiamo di lavorare anche su questo. Volevamo mettere piante autoctone, come il sambuco, i meli piccoli, i ramasin. Invece spesso hanno preferito, forse anche per ignoranza, elementi che non valorizzano e non aiutano la natura già presente”.
“La rete tra associazioni e gli orti urbani è la strada per tenere vivo il parco”
Attorno alla Casetta si muove infine anche una rete di altre realtà che punta a consolidare una presenza costante nell’area. Napolitano cita il lavoro portato avanti con Oasi Falchera e con le associazioni coinvolte nello spazio dato in concessione, con l’idea di farne un centro ambientale, rafforzare la pulizia del parco, riattivare la segnaletica, proteggere le rive del laghetto e creare sinergie con gli orti urbani e con la compostiera per il recupero degli scarti.
L’obiettivo dichiarato è quello di tenere insieme rigenerazione urbana, agricoltura urbana, inclusione e presidio, anche attraverso orti collettivi e piccoli spazi da affidare al pubblico. Un lavoro quotidiano che, nella visione dell’associazione, passa anche dai gesti più semplici: le torte, i taralli fatti dalle persone del quartiere e poi servite nella Casetta, il ponte tra generazioni, il tentativo di tramandare e insieme innovare le bellezze della zona.



