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La giornalista e gli avieri: gli ostaggi cambiano scenari. Trump e il rischio di finire dentro una guerra infinita

E il 35° giorno la guerra cambiò volto. Da ieri l’America rischia di veder definitivamente accantonate le promesse di Donald Trump su un regime pronto alla resa e su un Iran restituito all’età della pietra. Perché dentro a quell’Iran ci sono, forse, uno o due piloti americani prigionieri. E quindi uno o due ostaggi del regime. Nella logica imprevedibile della guerra asimmetrica quest’incognita minaccia di cambiar tutto perché da una parte regala a Teheran un’arma politicamente “letale” e dall’altra riporta l’America all’incubo del 1979. L’incubo degli ostaggi, dei ricatti e dell’indispensabile trattativa. Insomma se uno o entrambi quei piloti sono stati catturati Donald Trump rischia di ritrovarsi anche lui prigioniero.

Prigioniero “eccellente” di un conflitto che d’un tratto diventa “infinito” quanto le guerre iniziate dai suoi predecessori. Un conflitto in cui la voce e il volto degli ostaggi diventano più determinanti delle portaerei, degli aerei e dei marines. Un gioco tristemente noto anche a noi italiani costretti nel 1991 – durante la prima Guerra del Golfo – a fare i conti con il caso di Gianmarco Bellini e Maurizio Cocciolone, i piloti di un Tornado abbattuto dalla contraerea irachena durante un bombardamento dei depositi di armi di Saddam Hussein. Un abbattimento seguito dai video in cui Cocciolone era costretto a criticare la partecipazione al conflitto contribuendo a dividere un’opinione pubblica già disorientata.

Ma gli iraniani sono i più abili a giocare con le vite degli ostaggi. Il grande gioco dura dal 4 novembre 1979. Allora, nove mesi dopo il rientro dell’ayatollah Khomeini 500 fedelissimi del nuovo regime irrompono nell’ambasciata Usa di Teheran sequestrando 52 diplomatici. Nei 444 giorni seguenti l’America vive un devastante dramma collettivo. Un dramma contrassegnato dagli appelli degli ostaggi e dal fallimentare blitz delle forze speciali conclusosi con la morte di otto militari e la distruzione degli elicotteri destinati a portar in salvo gli ostaggi. Ma quel disastro, come molti staranno ricordando a Trump, chiude anche la carriera di Jimmy Carter condannato a consegnare la Casa Bianca a Ronald Reagan.

La guerra degli ostaggi negli anni ’80 si trasferisce in Libano dove i Pasdaran addestrano le giovani leve di una Jihad Islamica destinata a diventare famosa con il nome di Hezbollah. Sotto la loro guida i militanti libanesi di fede sciita rapiscono almeno 17 americani. Tra questi il giornalista Terry Anderson, sequestrato nel 1985 e rilasciato dopo una prigionia durata 7 anni. Ma il caso più drammatico è quello di William Buckley, il capo stazione Cia a Beirut prelevato sotto casa nel 1984, torturato per mesi e assassinato nel 1985.

La saga degli ostaggi si trasforma in detenzione illegale all’interno dell’Iran dove dal 1979 a oggi un centinaio fra americani e cittadini iraniani con doppia nazionalità statunitense sono stati incarcerati con vari pretesti. Tra tutti il caso più tragico è quello dell’ex agente Fbi Roberti Levinson fermato nel 2007 nell’isola di Kish e, si dice, morto in prigionia. Ma nel mezzo di una guerra l’arma degli ostaggi rischia di diventare decisiva.

Anche perché oltre ai piloti americani, l’Iran controlla oggi anche la sorte della giornalista Shelly Kittleson rapita a Bagdad dalle milizie sciite sue alleate. Un tris di ostaggi con cui Teheran punta a cambiare le sorti della guerra.


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