Friuli Venezia Giulia

Quel velo che spegne Puccini

3 aprile 2026 – ore 17:00 – C’era attesa per Madama Butterfly al Teatro Verdi di Trieste, andata in scena ieri sera, titolo che mancava dal 2019. Un’assenza sufficiente a far crescere aspettative e memoria, anche alla luce di una vicenda – quella della giovane Cio-Cio-San, sposa illusa e poi abbandonata dal tenente americano Pinkerton – che vive proprio di attese tradite. E, come spesso accade, entrambe sono state disattese con una certa eleganza. Lo spettacolo porta la firma registica di Alberto Triola, che sceglie la via più prudente: non disturbare, non reinventare, non rischiare. Una regia composta, quasi educata, che sembra chiedere permesso anche quando dovrebbe imporsi. Tutto è al suo posto, tutto funziona. Ma nulla resta, come sospesa resta la promessa di ritorno di Pinkerton che regge l’intera illusione di Butterfly.

E poi c’è il velo. Il famigerato tulle scenico, steso tra palco e platea come una garanzia estetica. O, più semplicemente, come un ostacolo. L’idea, si immagina, era quella di creare profondità, forse suggestione. Il risultato è quello di guardare un’opera già filtrata, già lontana, già smorzata, proprio mentre la storia dovrebbe stringersi attorno all’intimità della casa di Nagasaki e al dramma crescente della protagonista. I costumi – curati e presumibilmente ricchi – arrivano allo spettatore come attenuati. I volti dei cantanti si perdono in una luce lattiginosa. Le espressioni si intuiscono più che vedersi, anche nei momenti chiave: la fiducia ostinata di Butterfly, l’inquietudine di Suzuki, il disagio morale di Sharpless. Tutto appare ovattato, come se qualcuno avesse deciso di abbassare il volume anche agli occhi.

La sensazione, insistente, è quella di essere a teatro con gli occhiali da sole e i tappi alle orecchie a un concerto. Si distingue, si comprende, ma non si partecipa davvero. È come assistere a una rappresentazione castrata: corretta, ordinata, ma privata di quella pienezza emotiva e sensoriale che dovrebbe travolgere, soprattutto quando la vicenda precipita verso il suo esito tragico, con il ritorno di Pinkerton e la scelta estrema di Cio-Cio-San. E dopo due ore e quarantacinque minuti di questo trattamento, anche lo sguardo chiede una tregua. In platea si coglie qualche segnale: nasi storti, occhi socchiusi, un certo disagio trattenuto con l’educazione che si deve a Puccini. Sul piano musicale, la serata si regge su basi solide. La direzione di Giulio Prandi, al suo debutto pucciniano, è attenta, rispettosa, ben costruita. Lavora di fino, cerca il dettaglio, accompagna con cura. Forse troppo. Anche qui, tutto è sotto controllo, persino nei passaggi più esposti – dal “Un bel dì vedremo” fino al coro a bocca chiusa che accompagna la lunga attesa notturna. E ancora una volta, il controllo prende il posto dell’abbandono.

L’Orchestra e il Coro della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, preparato da Paolo Longo, rispondono con professionalità, offrendo una prova compatta e affidabile. Il celebre coro a bocca chiusa è eseguito con precisione e misura, ma senza trasformarsi davvero in quel respiro sospeso che dovrebbe precedere la tragedia. Anche qui, più ammirazione che commozione. Il cast è di buon livello, senza però riuscire a rompere quella patina di distanza che lo spettacolo impone.

Olga Maslova è una Cio-Cio-San vocalmente solida, tecnicamente preparata, ma trattenuta. Cresce nel corso dell’opera, si misura con intelligenza con un ruolo massacrante, ma resta come contenuta dentro un disegno che non le permette di esplodere davvero, nemmeno nel momento in cui il personaggio affronta la perdita definitiva e sceglie il sacrificio.

Antonio Poli, Pinkerton, sceglie una linea elegante, quasi leggera. Il personaggio, già di per sé ambiguo, perde però quella componente sgradevole che lo rende drammaticamente necessario: quella leggerezza irresponsabile che porta alla rovina Butterfly e che trova il suo culmine nel ritorno tardivo e colpevole. Risulta più gentile che irresponsabile.

Ambrogio Maestri, Sharpless, porta in scena mestiere e autorevolezza. Il fraseggio è curato, il suono pieno, ma anche qui l’umanità del personaggio – il console che comprende e tenta invano di evitare la tragedia – resta più dichiarata che vissuta.

Michela Guarrera è una Suzuki solida e partecipe, forse tra le presenze più concrete della serata, soprattutto nel suo ruolo di coscienza e contrappunto alla cieca fiducia di Butterfly. Attorno a loro, funzionano Andrea Schifaudo (Goro), Dario Giorgelé (Yamadori), Yongheng Dong (Zio Bonzo) e Irina Popova (Kate), tutti corretti, tutti inseriti in un meccanismo che però non concede scarti.

E allora il problema non è ciò che manca singolarmente, ma ciò che manca complessivamente: il rischio, l’urgenza, l’emozione. Quella sensazione di essere trascinati dentro una storia che non concede distanza, che dovrebbe stringere lo spettatore nello stesso nodo tragico che avvolge la protagonista. Qui la distanza, invece, è costruita. Cercata. Difesa. E quel velo – fisico e simbolico – diventa la cifra di tutta l’operazione: separare invece che unire. Alla fine gli applausi arrivano, puntuali e rispettosi. Il pubblico riconosce la qualità, la professionalità, l’impegno. Ma tra il riconoscimento e il trasporto c’è una linea sottile. E ieri sera, quella linea non è stata attraversata. Questa Madama Butterfly è uno spettacolo che si lascia guardare. Ma Puccini, di solito, pretende di più: pretende di essere sentito.

Articolo di Francesco Viviani




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