Idrogeno verde, Bnef: “Entusiasmo ciclico e pochi investimenti”
L’interesse per l’idrogeno “verde” riemerge a ogni crisi energetica, e quella attuale non fa eccezione. Ma gli investimenti restano limitati e l’attenzione si affievolisce quando i prezzi dei combustibili fossili tornano a normalizzarsi. In sostanza, investire in un progetto di idrogeno verde significa scommettere per 10-20 anni su prezzi elevati di petrolio e gas.
A evidenziarlo è BloombergNef, che ricorda come già le crisi petrolifere del 1973 e del 1979 avevano rilanciato l’idea dell’auto a idrogeno. Poi i prezzi del petrolio sono scesi e il progetto si è fermato. Lo stesso è accaduto negli anni 2000, con la narrativa della “hydrogen economy”, e più di recente in Giappone dopo Fukushima: ambizioni elevate, risultati limitati, soprattutto per motivi economici.
Anche oggi il copione si ripete. La strategia REPowerEU del 2022 ha fissato per l’Europa l’obiettivo di produrre entro il 2030 10 milioni di tonnellate di idrogeno verde e di importarne altrettante. Ma, secondo Bnef, l’Ue riuscirà a raggiungere solo un ottavo del target.
Il punto è noto: l’aumento del prezzo del gas rende più costosi idrogeno “grigio” e ammoniaca, aprendo spazio al verde. Ma il limite è altrettanto chiaro. Per investire, serve credere che i prezzi del gas resteranno elevati per tutta la vita economica dei progetti, cioè 10-20 anni. Guardando ai cicli storici, è uno scenario poco probabile. Non a caso, anche dopo il picco dei prezzi dell’ammoniaca nel 2022, le decisioni finali di investimento in nuovi progetti di idrogeno verde sono rimaste poche. Oggi, con prezzi ben lontani dai massimi, è difficile immaginare un’accelerazione nel 2026, anche in presenza di tensioni prolungate.
L’Europa non fa eccezione. Ogni shock energetico riporta al centro sicurezza e resilienza, rilanciando il ruolo di idrogeno e carburanti sintetici. Ma il divario tra obiettivi e realtà resta ampio. La direttiva Red III prevede almeno 2,1 milioni di tonnellate annue di idrogeno verde al 2030 e 2,8 al 2035, partendo da livelli oggi quasi nulli. Solo pochi Stati membri sono in linea con questi target.

A questo si aggiunge un possibile allentamento delle sanzioni per il mancato rispetto delle quote di carburanti sintetici nel settore aereo (ReFuelEU Aviation), segnale delle difficoltà operative lungo la filiera. C’è poi un paradosso: parte dell’ammoniaca verde destinata all’Europa dovrebbe arrivare dal Medio Oriente, mantenendo una dipendenza da una regione già esposta a rischi geopolitici. Progetti come Neom, in Arabia Saudita, o gli impianti previsti a Yanbu restano vulnerabili, come dimostrano i recenti attacchi.
Affidarsi all’ammoniaca “pulita” mediorientale, avverte Bnef, può essere competitivo sul piano dei costi, ma non rappresenta una strategia di sicurezza energetica realmente diversificata. Un elemento che gli investitori stanno iniziando a valutare con maggiore attenzione.

Una possibile eccezione è la Cina. Fortemente dipendente dalle importazioni di energia – fino al 75% del petrolio – Pechino ha avviato un fondo per sostenere direttamente lo sviluppo di idrogeno verde e combustibili derivati. L’idrogeno è inoltre un pilastro del 15° Piano quinquennale. Per accelerare il settore, il governo sta lavorando anche sul lato della domanda, con l’ipotesi di introdurre quote obbligatorie per industria e trasporti. Se queste misure funzionassero, la Cina potrebbe rappresentare un’eccezione al ciclo ricorrente di entusiasmo e disillusione.
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