L’escalation nel Golfo: missili, attacchi ai ponti e lo spettro del blocco di Hormuz
L’escalation militare tra Stati Uniti e Iran entra in una fase apertamente strategica, con attacchi mirati alle infrastrutture e un allargamento del conflitto che coinvolge Israele e l’intero Golfo. Il quadro che emerge è quello di un conflitto che ha superato la fase tattica per entrare in una dimensione sistemica: infrastrutture, rotte energetiche e diritto internazionale sono ormai parte integrante del campo di battaglia. E il rischio, sempre più concreto, è che il Golfo diventi il punto di rottura di un equilibrio globale già fragile.
Secondo fonti americane citate da Axios, gli Stati Uniti avrebbero colpito il ponte B1, arteria cruciale tra Teheran e Karaj. Washington sostiene che la struttura fosse utilizzata dalle forze armate iraniane per il trasferimento occulto di missili e componenti verso basi di lancio nell’ovest del Paese, oltre che come snodo logistico militare nella capitale. Un obiettivo, dunque, non solo simbolico ma operativo, inserito in una strategia di interdizione delle capacità balistiche iraniane.
La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Le forze armate israeliane hanno rilevato il lancio di missili dall’Iran verso più aree del Paese: allarmi antiaerei sono scattati lungo la fascia costiera, nell’area di Tel Aviv, in Cisgiordania e nel sud del Negev. Un segnale chiaro: il conflitto non resta confinato, ma si proietta su più fronti.
Il teatro si allarga ulteriormente al Golfo. Il Kuwait ha dichiarato di essere stato bersaglio di attacchi missilistici e con droni iraniani. Le difese aeree, secondo quanto riferito dallo Stato Maggiore, sono attualmente impegnate nell’intercettazione, con esplosioni udite sul territorio riconducibili proprio alle operazioni difensive.
Nel frattempo, lo Stretto di Hormuz torna al centro della crisi globale. Tre navi omanite – due petroliere e una metaniera – stanno tentando una rotta alternativa, evitando il corridoio controllato dall’Iran vicino all’isola di Larak. Secondo Lloyd’s List, il convoglio naviga insolitamente vicino alla costa omanita: un segnale di adattamento forzato delle rotte commerciali in un’area sempre più instabile. Se il passaggio dovesse riuscire, sarebbe il primo attraversamento tracciato con sistema Ais attivo dopo settimane di sostanziale paralisi.
Sul piano diplomatico, la tensione si riflette anche al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Il voto su una risoluzione proposta dal Bahrein per garantire la sicurezza della navigazione nello stretto è stato rinviato, segno delle difficoltà nel trovare una linea condivisa.
A rendere ancora più esplicita la postura americana è intervenuto direttamente il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che su Truth ha scritto: «Il nostro esercito non ha ancora iniziato a distruggere ciò che resta dell’Iran. I ponti saranno i prossimi, poi le centrali elettriche». Una dichiarazione che indica chiaramente l’intenzione di colpire sistematicamente le infrastrutture strategiche.
Sul fronte interno americano, però, cresce la pressione giuridica. Oltre cento esperti di diritto internazionale provenienti da università come Harvard, Yale e Stanford hanno firmato una lettera aperta alla Casa Bianca, esprimendo «serie preoccupazioni» per possibili violazioni del diritto umanitario e dei diritti umani. Nel mirino, attacchi che avrebbero coinvolto scuole, strutture sanitarie e abitazioni civili.
Intanto, secondo valutazioni dell’intelligence statunitense riportate dalla Cnn, dopo un mese di guerra l’Iran conserva ancora circa la metà dei suoi lanciatori missilistici e migliaia di droni d’attacco. Una capacità che, secondo le stesse fonti, mantiene Teheran «pienamente in grado di seminare il caos» nella regione, in particolare minacciando il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz.
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