Lazio

il boss dell’Idroscalo tradito dal casolare della droga rosa

La fuga di Roberto Giovinazzo, alias “Pipistrello”, si è fermata nel silenzio della campagna laziale, lontano dai palazzi dell’Idroscalo di Ostia dove il suo nome risuona con il peso del comando.

Il boss, evaso solo una settimana dopo il suo arresto di novembre, era tornato a tessere le fila di un business milionario.

A interrompere il suo delirio di onnipotenza sono stati i finanzieri del Sesto Nucleo Operativo Metropolitano, che tra il 15 e il 31 marzo hanno chiuso il cerchio attorno al latitante con un blitz da film.

Il filo rosso dalla Magliana a Castel Madama

Tutto ha inizio con un banale controllo su strada a Ostia. Un cinquantenne con precedenti viene fermato: l’agitazione dell’uomo spinge le Fiamme Gialle a perquisire la sua abitazione in zona Magliana.

Lì spuntano 200 pasticche di ecstasy, ketamina e MDMA. Ma è ciò che i militari trovano tra i documenti e i contatti dell’uomo a dare la svolta: una traccia che porta dritta verso l’area di Tivoli-Castel Madama.

Gli appostamenti tra i sentieri sterrati portano i finanzieri a notare un dettaglio fuori posto: un furgone parcheggiato da giorni a motore spento, apparentemente abbandonato.

Dietro il veicolo, quasi invisibile, si celava un piccolo casolare di appena sessanta metri quadrati.

Il bunker attivato dai “chiodi elettrici”

Quando i militari hanno fatto irruzione, armi in pugno, Giovinazzo non ha opposto resistenza. Sembrava la fine di una normale cattura, ma il fiuto del cane antidroga Holden ha svelato che il rifugio nascondeva molto più di un semplice latitante. Il pastore tedesco ha iniziato a grattare con insistenza una parete in blocchetti di tufo.

L’ingegno criminale aveva trasformato quel muro in un bunker sofisticato: due chiodi piantati nella parete e una batteria con cavi elettrici poco distante fungevano da innesco magnetico.

Una volta collegati, i chiodi attivavano un meccanismo che sollevava i blocchetti, rivelando un’intercapedine segreta.

Il tesoro di “Tusi”: un business da 1,4 milioni

All’interno della finta parete erano sigillati 3 chili e 508 grammi di “Tusi”, la famigerata cocaina rosa.

Non è vera cocaina, ma un mix micidiale di ketamina e MDMA colorato artificialmente: una droga “d’élite”, pericolosissima e costosissima.

Valore di mercato: 400 euro al grammo.

Potenziale di spaccio: Almeno 9.000 dosi pronte per inondare il litorale romano.

Guadagno stimato: Oltre 1,4 milioni di euro.

Si tratta del sequestro di cocaina rosa più ingente mai effettuato nella zona, un colpo durissimo alle finanze della malavita lidense.

Per il “Pipistrello”, che sperava di far perdere le proprie tracce tra le colline dell’entroterra, si sono riaperte le porte del carcere di Rebibbia.

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