UnFauno ed io abbiamo lanciato ‘Mezzo Podcast’. Primi ospiti: gli Zen Circus con ‘Il Male’
Oggi la musica non si ascolta, si subisce. È un rumore di fondo che serve a riempire il vuoto tra una notifica e l’altra. Viviamo nell’era della “musica come arredamento”, quella che Erik Satie sognava ma che oggi è diventata un incubo di plastica: “La musica d’arredamento crea un ronzio… non ha altro scopo se non quello di occuparsi di quegli stessi bisogni dei quali si occupano la luce e il calore, in breve, del comfort”. La vostra attenzione è un fiammifero bagnato: cercate di accenderlo, ma il vento dello scroll lo spegne prim’ancora che vediate la fiamma.
In questo scenario di macerie digitali, io e il mio amico UnFauno abbiamo deciso di fare una cosa stupida, quasi eroica: fermarci. Mezzo Podcast non è un “prodotto”. Non è una clip da masticare e sputare: è una collisione. Il resto – numeri, visualizzazioni, engagement – è arredamento. Sta lì per riempire la stanza, ma non è la stanza. In un ecosistema che ti vuole rapido, levigato, intercambiabile, rallentare è già una forma di sabotaggio. E poi il Rock non è un’esibizione, è una questione di vita o di morte. Ecco, noi applichiamo questa massima alla conversazione: qui, metterci la faccia non è una posa, è un rischio: se va male, resta tutto lì, senza montaggio a salvarti. Abbiamo smesso di fare gli host, quelle figure asettiche che sorridono a comando. Stiamo dentro la cosa, senza paracadute. Se la conversazione deraglia, lasciamo che si schianti.
Nella prima puntata abbiamo coinvolto gli Zen Circus, band che dai tempi in cui urlava Andate tutti affanculo – un titolo che era una sacrosanta terapia d’urto – non ha mai concesso un millimetro alla rassicurante immaginazione borghese. Gli Zen hanno sempre brandito un’ironia sarcastica affilata come un rasoio arrugginito, concepita con l’unico, nobile scopo di far venire il colera ai benpensanti e a chiunque cerchi nella musica una pacca sulla spalla. E non si astengono dal farlo neppure in questo nuovo capitolo discografico: Appino e Ufo ci hanno portato Il Male, un disco che è un pugno nello stomaco, privo di quel trucco pesante che gli uffici stampa mettono sulla faccia dei cadaveri dell’industria discografica.
Non ci interessa lo storytelling, ci interessano le crepe. Ci interessa quel momento in cui la maschera scivola e rimane solo l’ossessione, il fallimento, il cinismo che ti si attacca ai vestiti come l’odore di fumo in un locale di quart’ordine. È un podcast “fuori tempo”? Certo che sì, perché come diceva un grandissimo, “between thought and expression lies a lifetime”, “tra il pensiero e l’espressione c’è un’intera vita” e noi vogliamo stare esattamente in quella fessura lì.
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